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Vocazione ad educare

Vocazione
Vocazione

Se hanno chiesto a me di essere qui oggi a parlare di vocazione ed educazione significa che non si voleva invitare un esperto, perché io non lo sono. Credo di essere stato invitato qui per fare da specchio, per riflettere la vostra immagine, assieme alla mia e a quella di altri capi scout di ieri, oggi e forse domani. Cioè per invitare ad una riflessione su di noi, sul “chi siamo”, sul perché siamo qui vestiti di azzurro.
Il consiglio di zona, pensando al prossimo progetto, ha invitato a guardarsi dentro, per rifondare le motivazioni del nostro servizio, per leggerle sotto la luce della vocazione. Parola altisonante, evocativa, rischiosa.

Parto da un esercizio che negli ultimi mesi mi riesce molto bene, purtroppo.

Quello di astrarsi.

Si può fare al lavoro, a casa, davanti alla tv, ovunque. Provo per qualche istante a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, distaccati, cerco di togliere la patina del consueto. I miei vestiti, l’automobile, la mia casa. L’erba da tagliare. La musica che ascolto. Le cose che dico, i saluti, i convenevoli. I problemi al lavoro. Quando il distacco si fa consistente percepisco per qualche attimo l’inconsistenza di tutto. Siamo immersi in ornamenti e orpelli che scambiamo per sostanza, che ci aiutano a mantenere un equilibrio, a darci sicurezza, perché l’alternativa è ammettere che siamo niente, e a pensarci si rischia di perdersi.
Allora ritorno in me, guardo l’orologio, penso a quello che devo fare, preparare, comprare, dire, telefonare. Penso a cosa mangerò per cena, la riunione di questa sera, la partita di domani, il bollo da pagare… e tutto ritorna al suo posto. Esercizio concluso.
Mi domando: sono più sciocco di quando andavo spedito come un treno senza pormi tante domande e pensavo di essere eterno?
Mah..
Il problema è che sgombrato il tavolo, come si dice, rimaniamo soli davanti alla domanda delle domande: cosa ci facciamo noi qui.
Mi sono chiesto se questa domanda è frutto di un’età più matura, diciamo così. Mi sono anche risposto però che la domanda è sempre vera. L’età più matura rende semplicemente più urgente una risposta.
E’ una domanda a cui, si dice, oggi non si vuole più tentare di dare una risposta. Si vive e basta, prendendo quello che viene.
Come zattere alla deriva, senza direzione e destinazione.
Tutto è relativo. Non dico niente di nuovo.
Benedetto XVI dice: ““Il relativismo condanna prima o poi ogni persona a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.
Attenzione, il relativismo è anche tra di noi, dentro di noi. Noi siamo di questo mondo.
Qualcun’altro ha detto: “Il vivere non è privo di senso per qualche sofferenza, bensì è sofferente perché privo di senso”

Ecco cosa manca, il senso.

senso=significato, direzione, dare un nome alle esperienze, azioni, relazioni. Provenienza e appartenenza.
Noi inglesi vestiti di azzurro siamo per dna pragmatici, quindi ci mettiamo subito alla caccia di ciò che ci serve, quindi troviamo il senso… Si, ma come si trova il senso delle cose?
Attraverso la cartina di tornasole dei valori, che, badate bene, conosciamo tutti a memoria: onestà, lealtà, coerenza, altruismo, generosità,… ma evidentemente sapere quali sono non è proprio sufficiente, vista la situazione in cui versiamo.
“Ciò che da vita e vigore a quanto vale è ciò cui esso mira, cioè l’esperienza che se ne può fare, la pertinenza alla vita stessa.”
Quindi per affermare l’importanza di un valore è necessario farne esperienza, per cogliere quanto serve alla nostra vita.
Bene. Cercasi esperienze disperatamente. Astenersi maghi, imbonitori e pusher.

La capacità di fare esperienza deve essere attivata da altri. Il patrimonio ha bisogno di un padre che lo trasmetta.
Ognuno di noi è capace di fare esperienza, ma l’esperienza va innescata, generata, proposta.
E chi può proporla se non un educatore?
Scusate mi sono già perso.
Siamo partiti dal vuoto esistenziale, siamo passati per la mancanza di senso, quindi per la necessità di appropriarsi di valori, l’esperienza come sigillo del valore, e infine l’educazione come proposta di esperienze.
Fregati.
In questi passaggi c’è la nostra vita di capi scout e, per alcuni di voi compreso me, di genitori. Oppure no?
Non voglio spacciare questi passaggi per veri ad ogni costo, ma pensiamoci.

Ma se prendiamo per buona questa ipotesi, allora è evidente che l’educazione non è uno sport, né un passatempo. E’ una necessità.
L’educazione è quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo. L’assenza di educazione, al contrario, dimostrerebbe che la messa al mondo di figli è un atto casuale, un accadimento senza senso.

E oltre ai genitori, assieme a poche altre agenzie, ci siamo noi capi scout.
Eccoci a casa, siamo partiti dal vuoto e siamo arrivati alla proposta scout.

Un’osservatore esterno a questo punto potrebbe dedurre che ciascuno di noi presenti è capo scout per questo motivo, per proporre esperienze che propongano valori per dare senso alle cose e quindi dare pienezza all’esistenza dei ragazzi.
Voi siete capi scout per questo motivo?

Quante storie e percorsi diversi dietro ai nostri volti.

Quante strade ci hanno condotto qui, oggi. C’è chi è capo da qualche mese, chi da decenni. Chi è titubante, chi fa addirittura il formatore di altri, chi è preoccupato della continuità della propria coca, chi invece è preoccupato per la sua vita personale. Chi è colmo di gioia per l’ultima attività andata bene, chi depresso vorrebbe mollare tutto…

C’è un percorso che però accomuna tutti?
Sono arrivato alla conclusione che se esiste è di tipo circolare. SI può passare per il via più volte, senza peraltro restare fermi in prigione qualche turno, come a Monopoli.
Volevo prima di tutto far osservare che anche in questo caso si tratta di STRADA, essere Capi Scout è comunque fare strada. Entrare in Comunità Capi è solo l’inizio di questo percorso, che se si ha la fortuna di poter percorrere per un tempo generoso, ci permetterà di camminare dentro noi stessi e conoscerci meglio, e fuori di noi, facendo esperienza dell’altro e del mondo.
Il percorso che ho immaginato ha a che vedere con l’essere e con il tempo.

Sono portato – il tempo della gratificazione

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
(Fossati, “C’è tempo”)

C’è un tempo in cui ci si sente portati a fare i capi scout. E’ un tempo di grandi energie e spazi temporali esagerati, in cui le cose riescono naturali. Belle attività, risposte entusiaste dei bambini e dei ragazzi. E’ il tempo delle mille riunioni, delle agende che scoppiano, ma non importa. Ci riesco, sono bravo. Provo soddisfazione. Mi sento PORTATO. E’ il tempo dell’emozione, della novità, della commozione. L’uniforme è motivo di orgoglio, la scelta di educatore un’affermazione di sé e della propria volontà.
Chi non gira allo stesso numero dei miei giri è un debole, incoerente, non è serio. “Ma come, non viene in uscita? Ma come, ha saltato attività anche oggi? Deve studiare? Deve laurearsi? Deve sposarsi? Ha un bimbo piccolo? Tutte scuse.”
E’ il tempo dei giudizi severi, forti di una posizione personale quasi inattaccabile.
E’ anche il tempo della sopravalutazione di sé. Si fotografa una nostra condizione temporanea scambiandola per la nostra personalità. Sentirsi PORTATI significa anche sentirsi spinti da un’onda potente che pensiamo inesauribile, ma che prima o poi si spegnerà sulla battigia della spiaggia, è la sua natura, non un dramma. Noi non siamo solo quello che il tempo della gratificazione mette in luce. Ma per fortuna ci pensa la vita a farcelo capire.

Sono mandato – il tempo della responsabilità

La lInea d’ombra, Jovanotti , dal minuto 1.57

C’è un tempo in cui qualcuno bussa alla nostra porta, ci telefona, ci scrive e ci chiede disponibilità. Ci spiega che c’è un incarico da svolgere, un ruolo da ricoprire, ci dice che è importante. “Ho pensato subito a te”, afferma. “Sei la persona più adatta”, ci dice. “Ce la puoi fare”, aggiunge. E noi vacilliamo, perché fino a quel momento abbiamo fatto ciò che sapevamo fare. Ma questo incarico è diverso. Quanto impegno mi chiederà? Saprò far fronte alle difficoltà? E se non ce la facessi? Deluderò le aspettative?
C’è qualcuno che crede in me, e conta su di me più di quanto io conti su me stesso. Mi da fiducia e me la chiede.
E’ il tempo del cuore oltre l’ostacolo, del cappello al di là del fosso.
Tra dubbi, timori e fatiche accettiamo la sfida della responsabilità, ci facciamo carico.
Teniamo duro, tiriamo la carretta perché non volgiamo si fermi, anche se siamo soli, anche se siamo in pochi, anche se il futuro è buio.
E’ il tempo del contare le proprie forze, e spenderle con parsimonia e saggezza perché ci aspettano tempi lunghi.
E’ il tempo in cui abbiamo chi attende il nostro dito puntato verso la direzione da prendere. Nessun’altro lo farà al posto nostro.
Essere MANDATI ha a che fare con la fiducia, il coraggio, la temperanza.

Sono chiamato – il tempo della pienezza

Il Piccolo Principe, la Pecora.

E’ un tempo privilegiato, in cui il nostro impegno in associazione trova il suo senso compiuto nel rapporto educativo. Ma non sto pensando ad una relazione generica con il branco, il reparto, il noviziato, il clan. Sto pensando ad un rapporto educativo tra me, capo, e un bambino/ragazzo. E’ il momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può…
A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.

Se la domanda è “cos’è la vocazione”, la mia risposta è “questo momento”, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che un po’ di vocazione ce l’abbiamo anche noi.

So che questa non è proprio la definizione di vocazione classica, quella spirituale, quella della chiamata di Dio che ci invita ad essere, a incarnare.

Se posso scomodare le Scritture, allora lo faccio ricordando Pietro.

Pietro viene scelto, viene chiamato a far parte degli apostoli di Gesù. Gli viene riconosciuta autorità, tra i 12 sembra essere privilegiato, assieme a Giovanni e Giacomo, nell’assistere ad avvenimenti importanti della predicazione di Gesù. Diciamo che gode del tempo della gratificazione.
Ma l’onda, si sa, prima o poi si infrange. Dopo la cattura di Gesù, lo rinnega 3 volte, dice di non averlo mai conosciuto. Ne prende le distanze, ha paura per la sua vita. E’ il punto più basso che Pietro raggiunge.

The Passion, Pietro rinnega Gesù.

Quando Gesù appare risorto ai 12, le letture riportano il confronto a tu per tu di Gesù con Pietro.
Immaginate Gesù che guarda Pietro. Immaginate il senso di colpa di Pietro e gli occhi bassi. Invece di chiedergli il perché del suo tradimento gli chiede se lo ama più degli altri. E’ assurdo, l’ha tradito qualche giorno prima…
“Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.” Gli disse: ” Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?” Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi ami?” e gli disse: “Signore tu sai tutto: tu sai che io ti amo”. “Gli rispose Gesù “Pasci le mie pecorelle” (Gv.21,10-19)
Forse in quella prova Gesù aveva voluto fare toccare con mano a Pietro e quindi a tutti noi, quanto siamo davvero ‘niente’, nonostante la nostra boriosa sufficienza o stupida potenza. Per 3 volte Pietro ha rinnegato Gesù, per tre volte Gesù gli chiede se lo ama. E infine gli da l’incarico più gravoso, quello di erigere la sua chiesa, di essere il “capogruppo” degli apostoli, gli da il primato. Proprio a lui che ha tradito!
Pietro aveva la vocazione? Non come la intendiamo nella sua accezione romantica: è stato chiamato e amato, anche nella sua debolezza.
Avevano la vocazione gli altri apostoli? Erano pescatori, poveri e ignoranti, non certo dottori della legge né sacerdoti. Giuda ha venduto Gesù per 3 denari, di Pietro abbiamo detto, gli altri litigavano per un posto alla destra o alla sinistra del Maestro, non capivano le parabole, facevano domande imbarazzanti… Avevano la vocazione?

Ultima tentazione, dal minuto 1,19


Deve essere stato proprio lo Spirito Santo a trasformare quelle pecore in leoni il cui coraggio li ha accompagnati a dare la vita, al martirio. E’ lo Spirito Santo che ci aiuta a trasformare le nostre fatiche in rapporti educativi fecondi.

Io credo che Pietro sia stato salvato dal baratro del senso di colpa da quella domanda ripetuta tre volte: Mi ami? In quel momento Gesù ha donato a Pietro il suo amore ma soprattutto la SPERANZA. Pietro ha capito che oltre alla sua debolezza c’era SPERANZA, che oltre l’immane difficoltà di portare nel mondo la Parola di Dio c’era SPERANZA.
E’ la speranza che anima l’educazione, che motiva l’educazione.
Noi sappiamo che dietro alle nefandezze dell’uomo c’è SPERANZA, perché siamo creature di Dio e Dio non ci condanna nemmeno quando lo tradiamo. E ci impegniamo proprio grazie a questo orizzonte.

“Questa è l’unica reale possibilità che abbiamo
Di riuscir loro (ai figli) di qualche aiuto nella ricerca
di una vocazione, avere una vocazione noi stessi,
conoscerla, amarla e servirla con passione: perché
l’amore alla vita genera amore alla vita!”

Natalia Ginzburg

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