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Il ruolo del capogruppo

Il percorso che ho individuato per parlare del ruolo del capogruppo è composto da tre tappe: La chiamata -> a realizzare un cantiere di fraternità -> coltivando un sogno.

LA CHIAMATA

la chiamataE’ importante sentire che essere capogruppo è una “chiamata” a cui rispondiamo. E’ un “sì” a volte faticoso, ma importante. C’è un tempo per tutto, un tempo per stare con i ragazzi, per appassionarsi allo scouting, e c’è un tempo per amare la comunità dei capi. A volte la “chiamata” è chiara, sono i capi che la invocano, la esprimono. Altre volte la chiamata si nasconde, fa capolino, diventa senso di responsabilità.

Ecco, c’è un tempo per la responsabilità.

Non che con i ragazzi non serva essere responsabili, ma per essere capogruppo ci vuole un particolare senso della responsabilità. E’ un ruolo spesso solitario e ci vuole maturità e responsabilità.
Qual è il criterio con cui la coca decide chi deve essere il capogruppo?

  • il più vecchio e saggio
  • quello che ha meno tempo
  • il più giovane, tanto dopo lo fa il più vecchio
  • quello che “tocca sempre a me”
  • autogestione

Prima di trovare “chi” fa il capogruppo, domandiamoci in coca “cosa” vogliamo che faccia…

A REALIZZARE UN CANTIERE DI FRATERNITA’

cantiere di fraternità
cantiere di fraternità

“Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”

Anna Perale

Non credo più molto al principio secondo cui la coca deve essere solo una comunità di servizio. Le ns. coca sono composte in prevalenza da giovani adulti, spesso molto giovani, che offrono disponibilità e tempo ma dimostrano insicurezze e fragilità. Allora la coca non può essere solo luogo organizzativo e nemmeno solo di formazione. Deve poter diventare cantiere di fraternità. A differenza del clan, qui facciamo sul serio. In coca serviamo ed educhiamo bambini e ragazzi, ma non possiamo dimenticarci di noi. Abbiamo bisogno di fare continua esperienza di relazioni, di comunione, di fraternità per poterla proporre nelle unità con la consapevolezza che la comunità aiuta, sorregge, stimola, forma, cresce, leviga, raccoglie, accoglie, discute. La comunità non è solo metodo, è un valore quando la decliniamo in comunione.

Allora dobbiamo trovare spazi e tempi per riuscire a cogliere il piacere di essere comunità.

E il capogruppo, cosa deve fare?

  1. ricordarsi sempre che di fronte ha delle persone, non bambini e ragazzi, ma comunque persone, con una storia, percorsi diversi, ambizioni, attese, fragilità, timori, doti e quant’altro;
  2. ricordarsi sempre che le “cose da fare” non sono mai, mai, più importanti delle persone;
  3. ascoltare, ascoltare, ascoltare
  4. dare spazio perché ci sia qualcosa e qualcuno da ascoltare (mentre parliamo non ascoltiamo)
  5. voler bene ai capi, a tutti, perché così è anche quando ci relazioniamo in unità. Se “vogliamo bene”, i frutti ci saranno.
  6. iniziamo le riunioni col sorriso in bocca e non con le notizie tecniche
  7. ricordiamoci che chi viene in coca ha già preoccupazioni per la propria vita, la morosa, la famiglia, lo studio, il lavoro e anche per la propria unità… non creiamo anche preoccupazioni per la coca, la coca deve aiutare a risolvere i problemi e le tensioni, non a crearne di nuove.

COLTIVANDO UN SOGNO

sogni
sogni

Il cantiere di fraternità ha senso se coltiva un sogno. E non è così semplice coltivarlo.

E’ più semplice lasciarsi trascinare dalla corrente delle cose da fare, la giornata con i genitori, i passaggi, il campo di gruppo, la giornata delle associazioni, la presentazione del progetto educativo, gli incontri in parrocchia, la processione del venerdì santo, … tutte cose anche giuste, ma che devono respirare un sogno per poter essere sostenute dalle fragili braccia di capi superimpegnati…

Coltivare un sogno in coca significa:

  • chiedere ai capi di parlare con il cuore
  • chiedere ai capi di pregare con essenzialità e verità
  • chiedere ai capi di domandarsi sempre il senso di ciò che fanno
  • chiedere ai capi di rimotivare il loro servizio ogni volta che ne avvertono la pesantezza
  • chiedere ai capi di credere in ciò che fanno oltre a ciò che fanno
  • chiedere ai capi di credere che assieme si può…

E quindi?

  • Curare i momenti di preghiera dando senso e profondità personali
  • Chiedere sempre un contributo e confronto ai capi, secondo la loro sensibilità
  • Ringraziare i capi per il loro servizio, e dare spazio perché ciò che fanno in unità sia conosciuto e condiviso in coca
  • Domandarsi sempre il perché e il senso delle tradizioni di gruppo, delle proposte che avanziamo, delle attività di autofinanziamento, dei criteri per definire gli staff, etc.
  • Curiamo i ritorni dai campi di formazione, cercando di capitalizzare in coca l’entusiasmo e le competenze acquisite
  • Curiamo i tirocini, non lasciamo “fagocitare” i giovani capi dall’attività senza che trovino tempo per domandarsi il motivo per cui sono in Agesci e per cui educano