Categoria: con il fazzolettone

Scout

  • Educare all’unità

    Perché educare all’unità?
    Perché per noi scout la comunità è così importante?

    WILSON

    https://www.youtube.com/watch?v=lH1AgbhmUpc

    Il naufrago sente l’esigenza di avere un interlocutore con cui parlare. Avete visto dove lo mette? Davanti a lui, in modo che lo veda lavorare, accendere il fuoco.
    Il naufrago sa che è un pallone, lo sa anche quando lo getterà via dalla grotta e poi correrà a recuperarlo. Lo sa anche quando sulla zattera gli chiederà scusa piangendo per averlo lasciato andare alla deriva.
    Cos’è quel pallone per lui?

    LA GATTA

    Una signora anziana muore, sola. Il comune si fa carico delle pratiche per il funerale. L’incaricato fa un sopralluogo dove viveva l’anziana. Cercano tracce di relazioni, amiche, parenti. Trovano delle lettere che l’anziana scriveva a se stessa, facendo firmare al gatto.
    Perché gli animali di compagnia in questi ultimi anni ha così successo? Avete dato uno sguardo agli scaffali dei supermercati? Avete confrontato l’ampiezza di questi scaffali rispetto a quelli dei prodotti per bambini?
    Cosa ci sta succedendo? Cosa cerchiamo nei gatti, nei cani?
    L’uomo non riesce a stare solo, è un animale sociale, si dice. Ma quali sono i motivi per cui cerca altri suoi simili, e quando non li trova li crea “umanizzando” gli animali?

    GLI APOSTOLI

    https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4

    Gesù, figlio di Dio, sceglie 12 uomini fra i discepoli che lo seguono, e con loro crea legami, una relazione forte. Crea un gruppo, dorme e mangia assieme, discute, si confronta, si confida. Certamente con un leader carismatico, ma dove ciascuno ha una storia, delle attese, e degli obiettivi, anche se non sempre chiari.
    Non sono dei superuomini, non sono colti, non sono uomini della legge, né sacerdoti, né scribi. Sono pescatori, gente umile, ignorante, deboli, come dice Giuda. Traditori.
    Immaginate la missione di Gesù, il suo obiettivo. Riconciliare l’uomo con Dio, creare una nuova alleanza, un nuovo battesimo. Di fronte lo aspetta l’umanità intera, di quel tempo e dei tempi a venire. E Gesù parte da questi dodici semplicioni e codardi. Ha senso?

    Giuda, nel film, è più tosto degli altri apostoli. E’ coerente, forte, decisionista. Guarda all’obiettivo, non alla persona. Chiede a Gesù di schierarsi e battersi per la causa, che in quel momento era la liberazione dall’occupazione romana. Gesù ribalta la questione, non parte dai romani, parte dall’anima delle persone. A lui interessa la liberazione dell’anima. E come potrà farlo? Amando. E’ l’amore la chiave di tutto, il centro. Tutto il resto gira attorno. Amore verso chi? Gesù dice che dobbiamo amare il prossimo, facendo così ameremo Dio. Ci indica che la chiave di tutto è l’amore verso i nostri simili.
    Il seme diventa albero e da frutto, nel deserto.
    Bingo.

    ANCHE IL CREATO

    Questo filmato l’ho inserito perché mi affascinano gli animali che stanno in branco, in stormo, in gregge, mandria, sciame… abbiamo coniato anche i nomi collettivi per rappresentare queste “comunità” di animali. Stanno assieme per gli stessi motivi per cui noi siamo qui stasera assieme?

    CONCLUSIONE

    Ora, oltre le domande, tento qualche mia considerazione, perdonatemi l’azzardo e la semplificazione.
    Il coniglio che ho in giardino non si è mai visto allo specchio, e se anche si specchiasse non si riconoscerebbe, non sa di essere un coniglio. Però ha riconosciuto da subito che oltre la rete c’è un suo simile, un altro come lui.
    WILSON Parto da qui per dire che anche noi, comunque animali, siamo attratti dagli altri perché gli altri ci dicono qualcosa di noi. Sono uno specchio. Ci comunicano in diversi modi ciò che ci accomuna e ciò che ci distingue. Come potrei sapere se sono buono finché non trovo un altro che invece ritengo cattivo?
    Senza specchio, finiamo di esistere. L’immagine di noi finisce nel vuoto.
    LA GATTA Poi abbiamo bisogno di instaurare una relazione, perché abbiamo bisogno di essere amati (questo è semplice da intendere) ma anche di amare (questo è più difficile). Essere amati serve a sentirsi protetti in una esistenza difficile, che ci intimorisce, a volte ci spaventa, spesso ci scopre deboli e indifesi. Amare è un mistero. Chissà perché lo facciamo? E’ veramente un gesto gratuito? Ci torna qualcosa? O tutto? Forse abbiamo bisogno di sentirci utili perché questo da un senso ad una vita che altrimenti rischia di diventare una scatola vuota, angosciante.
    APOSTOLI e AMORE O MORTE? Gesù infine ci offre una traccia precisa: vivere piccole comunità per salvare l’uomo, non il mondo. La salvezza di ciascuno non sta dentro di noi, ma nelle persone che abitano il nostro spazio e il nostro tempo.
    Ecco perché creare dei piccoli cantieri di fraternità, in branco, in reparto, in noviziato, in clan e in comunità capi. Dice Anna Perale: “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”
    Perché così riusciremo a passare dalla comunità alla comunione. Comunionità?

    L’INTENZIONALITA’ EDUCATIVA

    “Oggi ho ripreso il capo squadriglia perché per l’ennesima volta non è stato attento e ha lasciato la luce della sede accesa.” L’hai fatto per te o per lui?
    “Settimana prossima ad attività dobbiamo parlare di specialità: se non iniziamo andremo a finire che al campo perderemo un sacco di tempo per le presentazioni di specialità.” Stiamo utilizzando le specialità perché ci servono o perché temiamo di non essere capi certificati iso9001?
    “Giulio, ci sarà pure qualcosa che potresti fare a casa per cacciare la tua preda..! Che ne so, prepara la tavola alla sera..” Stiamo pensando a Giulio o stiamo pensando a chiudere il giro delle prede?
    “Raga, in aprile settimana di comunità, è un pezzo che ce lo chiedono e in ogni caso a marzo c’è il san paolo e a maggio io ho l’esame all’università.” Settimana di comunità per quale motivo?
    “Oggi tutti fuori dalla tana che fa bel tempo: giochiamo a… roverino.” Abbiamo pensato ad un gioco che possa sottolineare quello che abbiamo detto poco fa nel racconto giungla?
    “Raga, così il clan non va. Io non voglio più perdere un minuto del mio tempo senza che qualcosa cambi: venite a chiamarmi quando deciderete di avere voglia di esserci.” Ti stai sfogando e sposti su di loro il problema o hai una strategia?

  • La mia esperienza scout e i 4 punti di B.-P. disattesi

    La mia esperienza scout non rende onore del tutto ai 4 punti di B.-P., o non a tutti e 4.

    Non sono mai stato bravo con la pioneristica, non ho mai fatto molta attività fisica, solo saltuariamente. Cucino le bistecche e le uova, e la pasta. Già con il sugo ho qualche problema. Sandra sa che spesso perdo la gavetta in giro.

    Ma non per disordine, perché sono tendenzialmente una persona ordinata.
    La perdo perché durante le uscite e i campi mi perdo ad ascoltare, a parlare, ad incontrare le persone. Vivo l’incantesimo dell’incontro tra simili, o diversi che però sognano cose molto simili.

    Forse questa è una dimensione più vicina a quella del capo scout, rispetto a quella del ragazzo scout, me ne rendo conto.
    I capi scout sono esseri simili tra loro, hanno diverse cose in comune. Per i ragazzi la similitudine è meno evidente.

    E forse su questo aspetto pesa il fatto che ho iniziato il mio percorso scout solo a 14 anni, al terzo anno di reparto. Mi mancano i lupetti e i primi anni di reparto.
    Quindi la mia vita scout da ragazzo è stata caratterizzata dal noviziato, due anni, e poi il clan. Esperienza molto cerebrale ed emotiva, anche se con lo zaino sulle spalle.

    Poi tanti anni da capo, ed ecco il perché dell’incantesimo di cui parlavo prima e delle gavette perse.

    Essere capo scout, fare il capo scout, significa, se lo fai bene, buttare anima e corpo, darsi, riempire la propria vita di un contenuto e un senso sconosciuto ai più, ai familiari e agli amici non scout, ai compagni di università, ai colleghi. Significa vivere in uno stato di grazia, anche faticoso, che non è stato prima e, probabilmente, non sarà dopo.

    Siamo dei don Chisciotte, coraggiosi e incoscienti, e molto sognatori.

    Cosa c’è di così straordinario in questa esperienza di capo educatore? L’altro. I ragazzi e i capi con cui condividi.

    Hai la magnifica possibilità di entrare in relazione, profonda e genuina, con ragazzi e ragazze che stanno crescendo e ti chiedono di disegnare per loro una pecora. La conoscete la storia dell’aviatore che incontra il Piccolo Principe, no? Chiede all’aviatore di disegnare una pecora, e lui fa alcuni disegni, ma non riesce ad accontentare il Piccolo Principe. Troppo vecchia, malaticcia, sembra un cane… Infine lui disegna una scatola con dei buchi per l’aria e dice che la pecora è al riparo, dentro la scatola. E il Piccolo Principe sorride, felice. Ecco la pecora che voleva, è lì dentro.

    Questo per dire che il rapporto che si instaura tra un capo scout e un ragazzo, che noi vorremmo chiamare educativo, è del tutto diverso da quello di un genitore e figlio (l’ho capito in questi ultimi anni…) e diverso da quello di un insegnante e allievo. E’ dentro quella domanda: “Disegnami una pecora”. Significa che i ragazzi non ci chiedono come é fatta una pecora, lo sanno già o possono saperlo facilmente anche in internet. Ci chiedono come noi vediamo la nostra pecora, qual è la nostra esperienza, cosa sentiamo, cosa proviamo. Perché si fidano, e capiscono che tu, capo, sei lì non per un contratto professionale e nemmeno per un legame di sangue. Sei lì perché lo vuoi tu e perché tu sei interessato a loro, nel modo più gratuito. E già questo è un mistero che educa.

    Dopo diversi anni di capo clan, ho fatto altre cose, capogruppo, incaricato di zona di branca, responsabile, consigliere generale. Tutte esperienze molto belle, ma il capo clan… è un’altra cosa.

    Poi i figli, cambiato casa e paese. E passano altri dieci anni.

    Domenica scorsa ho rivisto una ragazza del clan (di quando io ero capo clan), era ragazza a quel tempo. Ora è una donna, una mamma. Ha perso il papà il venerdì santo. L’ho solo abbracciata e chiamata per nome, e così ha fatto lei. Nulla di strano, direte voi, e dico anch’io. Non posso dire cosa possa aver pensato lei, ma posso dire cosa ho pensato io: non si smette mai del tutto di essere capi clan, nemmeno dopo tanti anni. Guardi questi ragazzi ormai adulti e ti dici che non sai quasi più nulla di loro ma senti di conoscerli, anche se non li frequenti più. E soprattutto senti che hai ancora una responsabilità residua nei loro confronti, perché quello dell’educatore non è un gioco di ruolo che dura il tempo del censimento, è una fiducia reciproca che va oltre, è una consegna che tocca ciò che abbiamo di più profondo e importante, e bello.

    Il segreto, penso, è la gratuità del tutto. Mi azzarderei a chiamarla esperienza di fraternità.

    A dirla tutta, fare esperienza di comunità e fraternità come quelle che si instaurano in branco, in reparto, ma soprattutto in branca rover e in comunità capi, è una fregatura.

    Quando poi vivi altre realtà comunitarie, altro associazionismo, partiti, anche l’ambiente di lavoro stesso, ti aspetteresti di trovare qualcosa che ci assomigli, ma difficilmente è così. Ma come? – ti dici- sono sicuro che si può, l’ho provato di persona quel tipo di comunità… perché non può essere così anche altrove?

    Sto ancora pensando alla risposta giusta.

    Ne azzardo una. Credo che abbia a che fare con una congiunzione temporale, quindi che abbia a che fare con i tempi e il tempo.
    E’ l’incontro tra un giovane adulto (come non sono più io) e dei bambini, ragazzi e giovani che stanno, ciascuno secondo la propria età, scoprendo il mondo, con l’entusiasmo e lo spavento necessario.
    La somma delle sicurezze acquisite di ciascuno non fa quella di un adulto navigato, come siamo ormai noi tre (lascio fuori la ragazza Sandra).

    Ma la somma dei loro sogni e del loro desiderio di confronto e di trovare un posto nel mondo è 10 volte il nostro.

    Il segreto è la porta che i cuori e le teste dei giovani tengono aperta. Quella porta con il tempo viene sempre più accostata.
    A meno di un nostro strenuo impegno a tenerla aperta o a qualche “bug” genetico, ci sono anche quelli…

    Non so come classificare tutto ciò all’interno dei quattro punti di Baden Powell, forse Servizio, forse carattere.
    Forse ha a che vedere con la spiritualità scout.
    Di certo è scautismo, lo è nel midollo.

    Non ho parlato della natura, della strada, dell’essenzialità, della gioia del canto e del gioco, della progressione personale.
    Ma ho parlato di quello che ha formato maggiormente ciò che sono oggi.

  • La Partenza scout fra sogno e concretezza

    Tutto parte da qui, dalla Partenza scout.

    L’uomo e la donna della partenza. Anche in branco, anche in reparto, anche se non arriveranno mai in clan. La tensione educativa e lì, nella Partenza scout.
    Ma chi è l’uomo e la donna della partenza? E’ una nostra idea? E’ il nostro ideale?
    E’ un eroe? Noi capi rappresentiamo l’uomo e la donna della partenza?

    E’ un po’ che non faccio il capo clan, e ho pensato che per colmare il gap dovevo sentire la base.
    E quindi ho sentito un lupetto perché, come dicevo prima, il cammino verso la Partenza scout inizia dal branco, mica in clan. Sentiamo.

    Ma quali strumenti possono utilizzare questi scout per fare i supereroi senza superpoteri?

    Il sogno, il modello, la scelta

    Tutti abbiamo in mente un modello a cui vorremmo assomigliare, anche quando gli siamo molto distanti. Lo scautismo lo chiama “uomo e donna della partenza”, ma prima ancora di parlare di caratteristiche di questo modello dobbiamo aiutare i ragazzi a cogliere la bellezza e la gratificazione che si riceve nella ricerca di assomigliare a quanto il nostro più intimo ci chiama ad essere. A provare l’esperienza dell’”essere fieri di sé”, per aver compiuto quello che era giusto compiere.

    E’ la felicità, il successo di B.-P. Non siamo nati per soffrire, ma per raggiungere il successo. La Pienezza.

    I contenuti della Partenza scout

    Ragioniamo sui contenuti, e se questi hanno ragionevolmente a che fare con quelli che l’associazione indica si chiamerà Partenza, altrimenti Saluto. Ma sarà comunque un successo, perché sarà una scelta rispettabile.
    E’ la non-scelta che dobbiamo evitare.

    Ora guardiamo cosa dice l’associazione:

    • Valori scout (accoglienza, condivisione, fedeltà, essenzialità, partecipazione)
    • La Parola di Dio
    • Farsi Servi
    • Impegno politico

    Il tutto attraversato dal Progetto (entusiasmo, consapevolezza delle proprie risorse, carattere forte -> caratteristiche personali)

    Il ruolo dei capi

    Giudici? Segretari che avvallano? dobbiamo essere loro d’aiuto ancora una volta, forse per l’ultima volta. Dobbiamo:

    • Cogliere, valorizzare, individuare i passi compiuti dai rover nella competenza e nella responsabilità;
    • Condividere un percorso e un tempo di preparazione alla Partenza;
    • Stimolarli nella riflessione circa i valori della partenza;
    • Proporre delle occasioni di confronto con persone significative, con coetanei prossimi alla partenza;
    • Verificare assieme a loro quanto hanno elaborato e maturato durante questo percorso e le conclusioni a cui sono arrivati.

    Dare o non dare la Partenza: per loro saremo uno specchio dove trovare aiuto verso una comprensione di cosa hanno maturato e di cosa vogliono per la loro vita. Dobbiamo puntare a condividere la conclusione, non a imporla.
    E’ un lavoro che va fatto con loro per tempo e con serenità.

    La Partenza non è “associativa” o “extra-associativa”. La Partenza è Partenza.
    L’ambito dove si colloca il servizio nel quale il partente si impegna non cambia il valore, né i contenuti, né le modalità della Partenza. Entrare in comunità capi sarà una scelta successiva e si cercherà di non renderla “automatica” alla Partenza. La co.ca. non è la quarta branca.

    Ora però volevo lasciarvi qualche suggestione, perché la Partenza scout è sogno e contiene sogni.
    E noi scout viviamo di bei sogni.

    Allora vi propongo questa canzone.

    https://youtu.be/KQqjcIue4tE

    “tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora”

    Teniamone presente quando supponiamo di essere così bravi da immaginare chi farà strada o chi non la farà, chi merita la partenza e chi no. Hanno l’età in cui nulla appartiene a loro veramente, è tutto nuovo e tutto da provare.
    L’età in cui la fedeltà non è ancora particolarmente messa alla prova dalla fatica, dal logorio della quotidianità, dal disincanto dell’esperienza. Questa deve diventare una nostra consapevolezza che deve aiutarci a sgomberare il campo da facili illusioni e delusioni. Diventeranno altro, è molto probabile. Noi dobbiamo aiutarli a guardare dentro di sé per prendere una decisione e decidersi di fare un salto. Cosa accadrà oltre, non lo sappiamo e in fondo non lo sanno nemmeno loro.
    Altrimenti dove sarebbe il bello?

    “una matita intera”

    Sarebbe un bel simbolo per la Partenza, tanto per cambiare e sostituire i consunti sale, lievito, candele, lanterne, bussole, etc, etc. Una bella matita ancora intera. A te il compito di consumarla piano piano, scrivendo la tua storia con la tua calligrafia e su un tuo quaderno.

    “giorno dopo giorno”

    già, altro che il giorno della cerimonia. La Partenza riguarda ciò che accade dopo, e quella scansione regolare delle 24 ore, inesorabilmente fuori del nostro controllo, e di come riempiremo quelle ore, quali relazioni stringeremo, quali pensieri le sosterranno…

    “silenziosamente”

    è una modalità che fa pensare anche al fatto che saremo soli, perché quando si fa silenzio si è soli, oppure si sta facendo fatica. Ed è vero, diventiamo adulti assieme a chi ci sta accanto, ma diventiamo uomini in solitudine, compiendo scelte personali. Vuol dire anche stare lontani dal clamore, dalla vanità, dai riflettori puntati su di sé. Vuol dire puntare a quegli alberi che stanno in piedi e non li senti, contrapposti a quelli che cadono e fanno rumore.

    “costruire”

    Questo è il punto. Costruire. SI parte perché si sceglie di costruire, non perché siamo stati bravi a costruire. Costruire con pazienza, avendo in mente un progetto ma sempre pronti al piano “B”, immaginando una bellissima costruzione là dove ora c’è un campo e pozzanghere.

    “è sapere e potere rinunciare alla perfezione”

    stride? Ammettetelo che vi lascia perplessi. Io la trovo un’affermazione di grande profondità e umanità. Costruire la propria vita, le relazioni, non è un esercizio da ingegneri, è da artigiani. Mani sporche, attrezzi spuntati, sudore che cola. La ricerca della perfezione diventa un’ossessione e soprattutto è fine a sé stessa, non è a servizio degli altri.
    Il possibile, è la perfezione a cui puntare. Ricordiamolo quando giudicheremo severamente i ragazzi. Ricordiamocelo quando giudicheremo severamente noi stessi.

    “ti stringo le mani, rimani qui, cadrà la neve a breve”

    Mi ricorda per alcuni aspetti quando mi è dispiaciuto dare la Partenza a dei ragazzi e ragazze con cui ho camminato veramente volentieri e da cui ho ricevuto molto. La tentazione è di rimandare quel momento. Per altri, invece, mi ricorda la paura di mandarli in mezzo ai lupi, e la tentazione di trattenerli per proteggerli ancora un po’, germogli che potrebbero bruciarsi al gelo della neve. A breve. E chissà se abbiamo ragione.

  • Il ruolo del capo scout

    Cerchiamo ora di guardare dentro alle richieste che avete fatto in zona, alle parole che avete detto circa il ruolo del capo scout, che abbiamo sottolineato e che ho sintetizzato in quattro punti:

    1. Essere di riferimento
    2. Costruire una relazione
    3. L’autorevolezza
    4. L’intenzionalità

    Per ciascun punto andremo a dare uno sguardo al mondo dei bambini (ciò che l’attualità propone), e poi daremo “uno spunto positivo”, qualcosa che ci faccia pensare a qualcosa di buono.

    Essere di riferimento

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: lo youtuber che gioca a Minecraft

    a. Per i bambini di oggi, almeno per diversi, gli youtuber sono dei riferimenti. Tra di loro si suggeriscono chi “seguire”, di chi diventare “follower”, e attendere le loro “notifiche” di nuovi video da guardare.

    b. Gli youtuber parlano a loro, si riferiscono a loro, li chiamano “ragazzi”, fanno conto che loro, i bambini, siano lì davanti al monitor, di fronte a loro che parlano al microfono con le cuffie in testa. E parlano, parlano, parlano. Giocano al posto loro, si esaltano, si rammaricano, si spaventano, si divertono, e alla fine chiedono in cambio solo un “mi piace”.

    c.  Che cavolo hanno di così attraente e ipnotico questi youtuber?
    sono pari loro ma meglio di loro, mostrano come si fa, dedicano il proprio tempo a parlare di cose che a loro interessano, sono di successo, sono popolari, non incutono timore, non è difficile arrivare a loro, non c’è fregatura, non si fa fatica

    2.  Uno stimolo positivo: Il maestro di Van Gogh

    a. Il maestro di Vah Gogh ripeteva la stessa lezione tutti i giorni, la lettera A, la lettera B, etc. etc. Un giorno però il maestro chiama Van Gogh a leggere le lettere tutte assieme e improvvisamente la magia: Van Gogh legge e quei simboli non saranno più dei singoli disegnetti, ma d’ora in poi sarà impossibile non leggere tutta la frase.

    b. Un bravo capo scout dovrebbe diventare un po’ come il maestro di Van Gogh, dovrebbe riuscire nel tempo (nel tempo!) ad aiutare i bambini (e i ragazzi poi) a leggere la loro vita in un modo da cui poi è impossibile tornare indietro. Si tratta di riuscire a mettere assieme i pezzi dell’esistenza che ciascun bambino può vedere da solo, ma che solo un “maestro” può aiutare a mettere in fila come i vagoni di un trenino, come i pezzi di un puzzle, come i capitoli di un racconto. Il loro racconto, ma che infine è il racconto di tutti gli uomini.

    c. Penso soprattutto a come, attraverso l’esperienza scout, io leggo l’uomo, le sue vicende, come leggo i migranti, come leggo la precarietà, come leggo la fatica della democrazia, come leggo il disagio dei bambini con situazioni familiari difficili, come leggo le altre religioni e la necessità della spiritualità..

    d. Voi siete il primo “stadio” del razzo che porterà i lupetti e le coccinelle a diventare uomini e donne della partenza, il primo vettore. Ce ne saranno altri dopo di voi, e alla fine la gloria se la prenderanno i capi clan, ma voi, voi, siete i primi a dover guardare in quella direzione mentre vi rapportate con i bambini. Altrimenti  dove potete posare lo sguardo? Su di voi? Su di loro?

    e. Quindi significa che dovete avere in mente ben chiaro a quale uomo e donna della partenza stiamo puntando, noi dell’Agesci. Vi aiuterà tantissimo nel fare i capi branco e cerchio.
    Quell’uomo e donna della partenza che avete in mente vi aiuterà a rispondere al lupetto Marco quando vi dice che non ce la fa più a giocare perché è stanco e alla lupetta Giulia che insiste a dire che quel gioco è da maschi e vuole cambiare. O Giovanni che vi dice che la storia di quando Mowgli  viene trovato da mamma Raska fuori della grotta la sa a memoria. O quando tutti urlano e schiamazzano e non riuscite a spiegare il gioco. Vi aiuterà a superare le naturali antipatie e simpatie, anche in staff, e a guardare all’obiettivo, che è più grande di noi.
    Perché noi puntiamo all’uomo e la donna della partenza, non al successo del gioco o del racconto. Noi non siamo animatori di villaggi turistici, siamo educatori.

    f.   I  bambini avvertono se voi dite la verità e se siete veri (che sono due cose distinte) e se lo avvertono allora diventerete il loro youtuber della vita preferito, e vi lasceranno molti “i like”.

    g.  Se i bambini lasceranno lo scautismo dopo il branco, o peggio ancora durante l’esperienza del branco, poco male. Si resta youtuber preferiti ugualmente tutta la vita, credetemi. Talvolta bastano 5 minuti a fissare uno sguardo e una parola per sempre.

    Costruire una relazione

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: l’unboxing

    a.  una parolona inglese intraducibile, se non con “scartare”. II bambini guardano altri ragazzi che al posto loro scartano dei pacchi, li aprono e scoprono dentro i giocattoli del momento o dispositivi elettronici da aprire, provare, testare, a volte smontare.

    b. Un modo per scoprire cose nuove, per vedere come altri coetanei intendono le cose, gli oggetti, le vivono, ci giocano.

    c.  Vedi spesso le mani di chi apre, manipola, stringe, schiude, taglia, sperimenta, sono le mani dello youtuber, ma in quel momento diventano le mani di chi sta guardando, una estensione virtuale delle proprie mani

    2.  Uno stimolo positivo: la pecora del piccolo principe

    a.  Se penso ad un rapporto educativo tra me, capo scout, e un bambino/ragazzo, allora penso al momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può. E che noi siamo lì con loro in carne e ossa, non siamo un avatar che porta una fotocopia  consunta.
    A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.

    b. Questo momento, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA.

    c.  Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che abbiamo stretto una relazione.

    d. Non ci sono solo momenti di questo tipo nella relazione con i lupetti, me ne rendo conto. Però con qualcuno, in qualche momento della loro esperienza scout, potrebbe arrivare l’occasione della domanda della pecora, che a volte non è esplicita, e l’opportunità della nostra risposta, di cui dobbiamo essere pronti.

    e. Mia moglie, insegnante della scuola materna, mi ha detto di dirvi che ai bambini bisogna voler bene, e questo può bastare.

    f.  Come si vuol bene ai bambini? Considerandoli, ascoltandoli e spiegando loro le cose, pazientemente. I bambini hanno bisogno di spiegazioni, per tutto ciò che noi adulti diciamo, facciamo, indichiamo, consigliamo. Hanno bisogno dell’unboxing, perché per loro è una chiave per comprendere la loro esistenza e ciò che li circonda.  Mai sufficienza, mai superficialità, mai far finta di ascoltarli, non sono stupidi. I bambini sono piccole persone, non stupide persone.

    g.  Il branco è uno strumento, loro sono persone a cui volere bene. Avranno “fieno” abbastanza dentro la scatola?

    L’autorevolezza

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: un video sui supereroi con i superpoteri

    a.  L’autorevolezza di questi supereroi è data soprattutto dalla forza dei loro superpoteri. Ve li immaginate senza?

    b. Perché ai bambini (e non solo) piacciono così tanto i supereroi? E’ più il desiderio di forza  o quello di difesa da cui hanno paura?

    2. Uno stimolo positivo: Il lupetto e i supereroi

    a.  Questo lupetto dice che lo scout assomiglia di più a quei supereroi senza superpoteri, come Batman, che utilizza strumenti, si ingegna più che approfittare di poteri che altri non hanno.

    b. Credo vada colto un richiamo alle nostre radici: noi scout siamo la rappresentazione moderna dell’uomo del bosco, che sa cavarsela con un coltello e uno spago. Il regolamento metodologico parla di attività sempre fondate sulla semplicità ed essenzialità, perché è la nostra strada maestra.

    c.  Voi capi non siete più intelligenti degli altri, non avete più tempo degli altri, non siete più bravi, non avete i superpoteri. Avete anche voi una famiglia, uno studio o un lavoro, degli amici, la birra e la pizza, la discoteca, lo sport, la tv, il cinema.

    d.  Ma un superpotere ce l’avete e il lupetto non può ancora saperlo: avete dentro di voi il sacro fuoco, piccolo o grande, che vi arde in petto. E’ il fuoco di chi è stato toccato nel cuore da un’esperienza o da delle persone, o da entrambe, fuse nella proposta scout che avete vissuto e state vivendo.

    e.  Il regolamento dice . “In questo contesto le proposte assumono maggior significato per il ragazzo quando la relazione stessa con il capo è appassionante, nella misura in cui risulta dinamica (cioè in continuo divenire) e coinvolgente (cioè tocchi il suo cuore). “

    f.  Voi diventerete autorevoli nella misura in cui riuscirete a “toccare il cuore” dei bambini, coinvolgendoli nel racconto giungla, guardandoli negli occhi, chiamandoli per nome (non solo richiamandoli per nome), giocando con loro come nessuno ormai fa, discutendo con loro come ormai pochi fanno. Torniamo un po’ al tema precedente, quello della relazione. Ma qui dobbiamo sottolineare l’aspetto della coerenza.

    g.  Niccolò Fabi, in una bellissima canzone scritta in occasione della nascita di sua figlia, dice che quando si diventa genitori  “devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario non c’è più un giorno da perdere nel tuo calendario e poi serenamente a ciò che non ti rappresenta dire no finalmente” . Un po’ vale anche per i capi scout, abbiamo l’opportunità e la necessità di dire NO, finalmente, a ciò che non ci rappresenta. Sono quelle situazioni che spesso, normalmente, l’età e la vita ti portano a provare, vivere, buttare lì, per poi accorgersi che non sono per noi, non ci rappresentano. Non ci fanno assomigliare a noi stessi. Se diciamo NO, assomiglieremo di più ai nostri desideri e i bambini vedranno in noi persone che pensano e decidono con la propria testa, che sanno rinunciare per privilegiare. Arrivare puntuali alle atttività, non parlare un linguaggio volgare nemmeno quando ci togliamo la pelliccia (i bambini sono in agguato, sempre), avere tempo per loro, non esagerare per il gusto di farlo, stare attenti a cosa pubblichiamo nei social perché noi siamo quello che sembriamo e loro sono anche lì. Ma non come fanno i filistei, ma perché ci crediamo!

    L’intenzionalità

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: i cartoni “usa e getta”

    a.  Mi colpiscono i cartoni che vengono trasmessi dai canali tematici gratuiti di Rai Gulp, Super!, Fresbee, etc.  Spesso sono cartoni a basso costo di produzione, animazioni scadenti, molti schiamazzi, colori accesi, rumori continui in sottofondo, dialoghi scarsi, voci squillanti e deformate, effetti sonori a iosa…  Sono i discount del cartone, del resto sono gratis.

    b.  Sono cartoni da ipnosi, i bambini rimangono lì davanti, la loro mente corre dietro agli eventi che si susseguono rumorosi e ininterrotti (guai a fare una pausa, i bambini potrebbero tornare in loro e abbandonare la visione). Non resterà molto della trama, non è la questione principale. Non c’è un prima  e non c’è un dopo. Cartoni usa e getta.

    2. Uno stimolo positivo: i cartoni con un senso, di formazione

    a.  Ci sono cartoni diversi, di fascia media e poi quelli di alta gamma. Sono cartoni la cui produzione è costata moltissimo, basta vedere i titoli di coda che elencano decine e decine di persone dedicate alle fasi creative o tecniche più disparate. Colonna sonora originale, magari cantata da pop star, fotografia e animazioni realistiche, trama e narrazione da sceneggiatura di film da Oscar.

    b.  Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da classificarli quasi come “cartoni formativi”, sto pensando per esempio a “Inside Out”, “Up” o ad altri che mi sono piaciuto dove si parla di famiglia, di  amicizia e non in modo scontato e stereotipato  come “Il viaggio di Arlo”, “I Robinson, una famiglia spaziale”, “Lilo e Stich”, “Ralph spaccatutto” e tanti altri.

    c.  E’ evidente che in entrambi i casi i bambini si “impallano” davanti allo schermo. Ma c’è modo e modo. E soprattutto c’è intenzione e intenzione.

    d.  Con questo non voglio dire che i bambini vanno portati al cinema e la televisione va spenta. Dico che bisogna essere innanzitutto coscienti della differenza, e usare di conseguenza coscientemente gli strumenti a disposizione.

    e.  Quando proponiamo un gioco al branco, dobbiamo chiederci proprio questo: perché li stiamo facendo giocare? Mancavano 20 minuti alla conclusione dell’attività e rischiavamo di stare seduti in tana? Me l’avevano chiesto con insistenza e non ho saputo dire di no e così via alla partitella a calcio? Oggi toccava a palla avvelenata perché il roverino l’abbiamo giocato l’attività scorsa? Così almeno non ci tormentano gridando in sede? Così stanno all’aperto e respirano aria buona? Perché lo scautismo si vive fuori all’aperto? O perché quando abbiamo pensato all’attività di oggi abbiamo anche incluso il gioco a tema che richiama il racconto ascoltato o ciò che abbiamo realizzato con le nostre mani poco prima?

    f.  Ma l’intenzionalità educativa non si sviluppa solo nella scelta del gioco giusto. E’ una continua tensione del capo a comportarsi tenendo a mente dove vuole arrivare. L’uomo e la donna della partenza, il tema dell’anno, gli obiettivi del progetto educativo.

    g.  Questa “tensione” non si esplica necessariamente con delle cose da dire o da fare. “TUTTO COL GIOCO, NIENTE PER GIOCO”, questa è l’intenzionalità educativa scout.

    h.  Difficile, direte voi. Più facile di fare le cose a caso, risponderò io. Pensate se oggi fossi arrivato qui senza aver prima pensato a quello che volevo dire, andando a braccio, sparando temi sconclusionati e senza un obiettivo. Io avrei faticato il triplo, e voi ve ne sareste accorti immediatamente. I bambini giocano lo stesso, per carità. Ma avranno perso ancora una volta l’occasione per ricevere un attenzione educativa da un adulto al posto del “gioca così non rompi” che tante volte si sentono rivolgere.

    Un ultimo video, ha a che fare con l’abbraccio di “Tristezza” che abbiamo visto in “Inside Out” poco fa. Lei è Daniela Lucangeli, è una scienziata dell’educazione.

    https://www.facebook.com/danielalucangeliofficial/videos/1568088489939431/

    Alcune considerazioni finali:

    1. Lo sguardo al mondo dei bambini ha sempre avuto come sfondo uno schermo, di computer, di smartphone o della tv. E’ un problema, i bambini crescono avvinghiati a questi  dispositivi che sostituiscono ciò che non riusciamo più a dare loro: tempo da vivere assieme a loro.
    2. I genitori hanno sempre poco tempo da dedicare al gioco con i figli, perché sono stanchi, hanno una vita stressante, sono sempre in auto a portarli a calcio, basket, karate, pianoforte, chitarra, corso di teatro, danza, lingua inglese, catechismo, attività scout. E comunque i genitori sono sempre più vecchi adolescenti, hanno bisogno dei loro giochi e del loro spazio, dei loro film e della loro musica.
    3. La scuola fin dall’inizio propone competizione, lo sport altrettanto (ci sono anche delle eccezioni). I genitori desiderano vedere i figli primeggiare, altrimenti vanno in paranoia.
    4. Stare al passo con i tempi non significa dover farsi ingoiare dalla tecnologia e dal business che ci sta dietro. Significa sapere utilizzare gli strumenti giusti nel momento giusto. Come lo scout di Mattia nella foresta.
    5. E’ facile? No, abbiamo bisogno di un aiuto:

    dalla Preghiera del Capo:

    Te li raccomando perciò, Signore,
    come quanto ho di più caro,
    perché sei tu che me li hai dati,
    e a te devono ritornare.
    Con la tua grazia, Signore,
    fa’ che io sia sempre loro di esempio e mai di inciampo:
    che essi in me vedano te,
    e io in loro te solo cerchi:
    così l’amore nostro sarà perfetto.
    E al termine della mia giornata terrena
    l’essere stato capo mi sia di lode e non di condanna.