Tag: associazione

  • Tra uomini e donne

    Il senso della diarchia oggi

    Mentre guardo e ascolto la ministra per le pari opportunità Prestigiacomo, che sottolinea come il mondo dell’economia e della politica sia ancora oggi in mano sostanziale ai maschi, mi interrogo su quanto l’Agesci riesca ogni volta a sorprendermi per l’unicità, l’originalità della sua struttura, ma prima ancora dei suoi principi.
    Trent’anni fa, nel 1974, quando il “femminismo” non era ancora un ricordo come può esserlo adesso, la maggioranza dei capi appartenenti all’Asci e Agi scelsero di fondere le due associazioni e puntare energie, risorse e speranze, credo io, sulla coeducazione. E decisero che se si voleva accogliere ragazzi e ragazze nella stessa unità allora bisognava che i capi responsabili fossero due, un uomo ed una donna.
    Nel tempo credo che sia diventata invece convinzione implicita che i capi unità debbano essere sempre e comunque due. E’ utile ricordarci invece che il nostro regolamento ci da fiducia e dice che, se si tratta di unità monosessuata, possiamo tranquillamente cavarcela da soli, assieme agli aiuti capi.
    Ma su questo torneremo a riflettere.

    Diciamo, comunque, che dal 1974 la diarchia è diventata un dogma. Sì, perché il concetto della co-presenza dei due sessi è stata estesa a tutti i livelli, dalle direzioni di unità agli incarichi di quadro. Quasi tutti: stiamo decidendo infatti se vale la pena prevedere la diarchia anche per l’incarico all’organizzazione e per l’EPC, e dico “pena” perché questa scelta porta con sé una grande fatica, quella della doppia ricerca di disponibilità per ogni incarico, e sappiamo tutti cosa significa.

    Non ci domandiamo più nemmeno perché vogliamo la diarchia, tanto questa caratteristica è diventata “abito mentale” della nostra associazione. Se non riusciamo a garantirla c’è chi addirittura trova un prestanome da inserire nei censimenti, piuttosto di ammettere la sconfitta.

    Ma oggi che senso ha la diarchia?

    Io credo sia ancora legata alla necessità di rispondere ai bisogni educativi di due sensibilità diverse, di due forme di umanità parallele, che si completano nella loro identificazione, ma probabilmente sempre meno rispetto a quando il Consiglio Generale diede vita all’Agesci. Credo che oltre al significato funzionale alla coeducazione di maschi e femmine, la diarchia oggi rappresenti anche una condizione irrinunciabile di complementarietà adulta nel servire e nell’operare. Unità mista o meno, io uomo ho bisogno di avere un confronto e una corresponsabilità con una donna, non soltanto perché devo educare anche delle ragazze, ma perché ho bisogno anche della sensibilità femminile per cercare di capire il mondo dei bambini, degli adolescenti, dei giovani, oltre il loro sesso, e cogliere e decifrare tutti i bisogni educativi, perché io maschio ho solo una delle due chiavi di lettura che Dio ci ha regalato.
    Ancora di più: ho bisogno di una donna a fianco perché la corresponsabilità e la correzione fraterna può acquistare valore e spessore. Sto pensando, per esempio, alle facili semplificazioni e assoluzioni tipiche tra maschi che privilegiano l’efficientismo e l’attivismo a scapito di una capacità di cogliere le sfumature dei rapporti e dei comportamenti più tipica, invece, dell’universo femminile.

    Quindi, anche rimanendo attendi a non generalizzare e stereotipare oltre modo le caratteristiche dei due sessi, esistono evidenti motivi per ritenere la diarchia ancora una scelta coraggiosa e premiante, non ultimo quello che investe più l’aspetto politico di quello educativo.
    Siamo un’associazione lentissima nelle decisioni, credo sia sotto gli occhi di tutti. E questo anche perché non esiste un livello politico della struttura associativa che sia coperto da una sola persona che delibera grazie al suo mandato. Sono sempre due, maschio e femmina, e ogni scelta, riflessione e decisione va colta, considerata e concordata assieme. Chiaro, questo ci costa qualcosa, soprattutto in tempo di reazione e disponibilità delle persone, ma in questo caso credo nell’investimento.
    In questo modo vengono sicuramente stemperati i singoli protagonismi, le decisioni figlie dell’emotività e dell’orgoglio, o in genere di possibili fragilità personali.

    Otterremmo lo stesso risultato se la nostra diarchia fosse monosessuale?

    Non credo. Il senso del doppio ruolo di responsabilità cadrebbe, le fatiche inevitabilmente aggiunte ne determinerebbero la fine, non troveremmo più lo stesso significato rivolgendosi a due maschi o due femmine per ottenere una risposta, un confronto, un conforto.
    Il valore aggiunto della nostra diarchia, anche politica, è la complementarietà, l’opportunità che ci diamo ogni volta di rappresentare l’umanità nelle sue due forme che il nostro Creatore ha immaginato.
    E di conseguenza significa dare importanza e rilievo alla necessità, questa volta educativa, di aiutare i ragazzi a scoprirsi e identificarsi come maschi e femmine, di prendere coscienza e valorizzare questa diversità, che nello stile scout è sempre sinonimo di ricchezza e mai di criticità.
    Quanto più questa convinzione, e aggiungo anche competenza pedagogica, sarà patrimonio associativo tanto più riusciremo a cogliere i risvolti educativi di sfide sociali molto attuali, come quella dell’omosessualità e di culture e religioni che hanno visioni dell’uomo e della donna molto diverse dalle nostre.

    Ecco che torniamo allora alla questione iniziale delle staff.

    Che senso diamo alla tentazione di affidare la direzione di un’unità a due maschi o due femmine? Non dite che non accade mai, lo sappiamo che a volte capita. A quale necessità stiamo rispondendo?
    Credo siano situazioni che dimostrano il nostro timore di non farcela a sostenere le attività, gli impegni, le riunioni, quindi sono risposte ai bisogni dei capi. A confronto, invece, quante volte domandiamo con la stessa determinazione quali siano i bisogni dei ragazzi, primo fra questi quello di avere due riferimenti educativi di sesso diverso, pur correndo qualche rischio o fatica in più ?

    Sto pensando alla fortuna che ho avuto quando ho potuto condividere la mia passione per lo scautismo in staff con donne significative, che hanno lasciato profonde tracce nel mio percorso associativo. Sono esperienze di relazione uniche e originali, diverse da quelle che, volendo cercare analogie, il mondo della scuola e del lavoro propongono. Valgono un anno di sacrifici, anche quando i risultati nei ragazzi stentano a farsi evidenti. E sono una ricchezza della nostra cultura associativa, e di quella scelta fatta trent’anni fa.

    L’Agesci, però, non sempre sa difendere le sue ricchezze. L’Agesci chiede molto, soprattutto a chi è disposto a dare, e quando non si può più dare come prima spesso si esce. Capita così a chi mette su famiglia, ed ecco sparire letteralmente la fascia dei capi dai 30/35 in su, e magari ci si rivede quando i figli sono grandi.
    Ma le donne sono le più penalizzate.
    Il servizio in Agesci, strano a dirsi, non è molto compatibile con la maternità, e, anche se le eccezioni ci sono, la grande realtà è quella dell’uscita dal servizio.
    Mi verrebbe da perorare la causa di chi è costretto ad uscire, chiedendo all’associazione di diventare un po’ diversa, più vivibile (il termine è di moda), di assumersi l’impegno di garantire ai capi anche dei servizi minimi in termini di tempo, ma preziosi perché di spessore. Ma vedo la forbice allargarsi sempre di più, e sento sempre più deboli le voci di chi si allontana suo malgrado, e mi chiedo se vale ancora la pena di citarlo come un problema.

    L’alternativa, però, è un’associazione composta di soli studenti universitari, di single, o di coppie senza figli. Ma sono convinto che non era questa l’associazione che immaginavamo nel 1974. Allora, come sa dirci B.-P., guardiamo avanti e avanti ancora, dovrà pur esserci una soluzione.
    Nel frattempo ringrazio la mia coca che quest’anno si è data e mi ha dato degli spunti interessanti per scrivere queste righe.

  • Impressioni terminando un mandato associativo

    Riflessione esistenziale sul servizio in zona, con metafora del viaggio in mare.


    Torno a casa con una pianta di peperoncini, e il mio mandato in comitato di zona è terminato.
    Oggi uno che non è del mestiere mi ha chiesto da chi è composto il comitato, se è forse rappresentativo dei diversi gruppi della zona.
    No, gli ho risposto. Cioè, si, ma non proprio.

    E’ composto da gente soprattutto incastrata da altri, o da se stessi. Puntata da qualcuno, desiderata da qualcun altro che poi ne è uscito. Spesso con doppio incarico, di frequente con un po’ di esperienza associativa alle spalle.

    E’ gente che si trova a dover svolgere un servizio assieme ad altri non scelti, di cui all’inizio si sa poco o niente. Nessun campanile in comune, nessuna amicizia d’infanzia o di squadriglia.

    Ai primi comitati si capisce che si è in una barca senza armatore. Nessuno ti aspetta a riva per chiederti come è andata la pesca. Ci sono i responsabili di zona, è vero, ma sono in barca con te. Se non lo sei tu…

    Ti eleggono, è vero. Ma un po’ gli tocca farlo. E comunque non l’hanno fatto preferendo il tuo programma elettorale, perché attuerai quello che il consiglio e l’assemblea approveranno o hanno già approvato. In realtà però quello che verrà approvato sarà il prodotto di un percorso che parte comunque dal comitato, lo sappiamo ma si può dire solo sottovoce.

    La barca prende il largo, a volte non si vede terra per mesi. A volte si scopre che alcuni di quelli imbarcati con te sono persone splendide, e gli vuoi un sacco di bene, e ti chiedi come hai fatto finora a non averli conosciuti e frequentati. A volte non vedi l’ora di tornare a riva per salutarli e non rivederli mai più, ma non capita proprio così spesso.

    Si traversano tempeste, in mare aperto. A volte si ozia, in attesa che si alzi il vento. Spesso si spiegano le vele, poi si ammainano, poi si spiegano di nuovo. Insomma, si suda.

    Si raggiungono posti che non si credeva esistessero, e si fa festa assieme per il risultato, e ci si riconosce bravi. E ci si da una pacca sulla spalla, e ci si abbraccia.

    Poi però, un giorno, si torna a terra.

    Ci si saluta scoprendo e riconoscendo di volerci bene. E con la sacca sulle spalle si torna alla vita di prima, alle amicizie di sempre, ai campanili soliti.

    Siamo strani, tanto strani.

  • Essere adulti e le relazioni tra adulti in Comunità Capi

    Sondaggio: voi, in fondo in fondo, pensate veramente di essere degli adulti?

    Credo che diventare adulti oggi non sia un traguardo accattivante.
    Fatichiamo a diventarlo perché essere adulti significa fatica, responsabilità, impegno, coerenza…
    Allora lo diventiamo per inerzia.
    Credo che oggi si diventa adulti per inerzia, non per scelta.
    Ti ritrovi adulto, è un po’ ti dispiace.

    Fatico a pensare alle coca come comunità di adulti. Era un sogno di qualche decennio fa, quando si inorridiva al solo pensiero della “quarta branca”. Animatore della coca, questa era la figura. Adesso c’è il capogruppo, che non è solo un “rappresentante” o un “animatore” della coca.
    Fatico anche a far morire il sogno di una comunità di persone che scelgono di servire, di voler bene ai ragazzi con consapevolezza e maturità. Non accetto l’idea di fare solo animazione. Noi siamo educatori.

    Quali sono i motivi di questa doppia anima della coca?
    Sono alcune immaturità a volte fisiologiche o sociali e altre strutturali, proprie del nostro modo di fare scoutismo. Vediamone alcune.

    “Ci sto perché mi fa stare bene”, e non “ci sto per servire”

    Le coca spesso sono un di più, una medicina amara per poter far servizio con i ragazzi.
    E’ più importante e gratificante fare attività che non partecipare in coca (+ zona, regione).
    Ma allora qual è la qualità della scelta di servizio. E’ possibile per un ragazzo di 20 anni fare una scelta di servizio, oggi?

    “I giovani capi si trovano in una fase della loro vita dominata dal desiderio di relazioni affettive stabili e , spesso, dall’ansia di trovare una proprio collocazione nel mondo del lavoro. In questo quadro di forte instabilità viene chiesta loro un’assunzione di responsabilità e di competenze che li porta a dirottare i loro interessi sugli altri, spesso distogliendolo da se stessi, con la conseguenza di perderli nel giro di pochi anni.”

    Come agesci ci dimentichiamo spesso che le analisi giovanili riguardano anche i nostri giovani capi, e quando diciamo che si compiono scelte serie solo a 30 anni dimentichiamo che la partenza noi la diamo a venti, e che poi, in coca, a questi ragazzi chiediamo di aderire al patto associativo ! (l’avete presente?), di essere fedeli e di rimanere 3 anni…
    E’ bene puntare alto, ma ricordiamoci delle “ali” ancora fragili, qualcuno deve pensarci…
    Credo che ci voglia consapevolezza (scelta), gradualità (gradini che devono rendersi visibili) e sano protagonismo.

    Staff, non pattuglie

    Le caratteristiche principali sono il verticalismo, la presa di responsabilità, la progettualità. Quale verticalismo offrono le nostre staff? E progettualità? Spesso come capigruppo sottovalutiamo l’importanza di una buona esperienza di staff, per privilegiare quella di coca.
    A volte non entriamo in merito a ciò che accade nelle staff, e ci meravigliamo quando i problemi e i conflitti esplodono violenti in coca. Meglio prevenire che curare, e quindi dobbiamo infilare la testa nelle staff.

    La figura del capo gruppo

    Cosa deve essere il capo gruppo? Coordinatore, moderatore, organizzatore, burocrate, oppure anche riferimento umano e morale ? Qual è il criterio che usiamo in coca ad inizio anno per scegliere il capogruppo?
    Progetto del capo come progressione personale?
    Ciò non toglie che la coca deve camminare con le proprie gambe, e non con quelle del capogruppo. Le responsabilità della coca devono rimanere tali, guai se il capogruppo per efficienza o senso del dovere se ne fa carico.
    E’ difficile essere riferimento umano e morale se non c’è un’adeguata esperienza alle spalle e alcune capacità di mediazione, equilibrio, senso delle cose, ragionevolezza e amore per i capi.
    Non tutti i bravi capi riescono ad essere dei bravi capigruppo, oppure si può esserlo in un certo momento della propria esperienza scout. La coca deve farsi carico della delicatezza di questo ruolo, e quando si fanno le staff deve tenerne conto (primo ruolo da trovare?).

    Cammino di fede

    Spesso lo si intuisce come strumento per l’attività, pensando che i destinatari siano soltanto i ragazzi. In coca viviamo un percorso di fede che ci aiuti a motivare il nostro essere educatori?La fede è il motivo per cui serviamo?
    Credo inevitabile che chi entra in coca non sia solo motivato dalla fede: il percorso che la coca deve fare è arrivare a maturare questo senso del servizio. Può anche darlo per scontato, dando la colpa ai capi clan, ma ne pagherà le conseguenze.
    Ma fede il più possibile legata alla vita. Uno dei problemi più grandi del mondo cattolico è il distacco tra fede e vita. Scarseggiano i testimoni “cerniera”, chi riesce a raccordare il mondo delle pratiche religiose con quello che ha a che fare con il senso della vita.

    La figura dell’assistente

    La fede non può continuare a fare da cornicetta alle nostre attività. In coca, come adulti, dobbiamo fare esperienza di Gesù e di salvezza, non abbiamo scelta. E allora la presenza di un assistente diventa importante, altrimenti possiamo usare anche i bignami di catechesi. Credo comunque utili e importanti le catechesi, i momenti formativi, magari assieme all’AC per ottimizzare i tempi, ma Gesù non passa attraverso una conferenza plenaria. Gesù ha creato una comunità di 12 apostoli, non di 1200, e con loro ha mangiato, ha dormito, ha risposto alle domande più ingenue, ha sostenuto nelle debolezze più umane, ha sofferto per i tradimenti. C’è stata esperienza di comunità. Poi li ha mandati.

    “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.” Anna Perale

    Se le risorse mancano, se le vocazioni diminuiscono, se il tempo è tiranno, la soluzione per me non sta nelle catechesi di massa, né sui canali satellitari, né su internet. Sta nel prendersi cura di piccole comunità di laici perché poi germoglino in comunità più ampie.
    Quindi non momenti di preghiera confezionati ad arte da professionisti, ma presenza e supporto nei maldestri tentativi laici di pregare il Signore.
    Sostegno ai capi nella costruzione di itinerari di catechesi per i ragazzi che mettano in evidenza la centralità del messaggio di Cristo.
    Sostegno ai capi nelle loro fragilità, nei momenti in cui il capo bambino prende il sopravvento sul capo adulto, quando nemmeno il capogruppo può farci molto.
    Lo so, sto facendo riferimento alla figura di un AE con del tempo da spendere e di una certa esperienza, ma, ripeto, il problema non è di tipo culturale, è relazionale.

    La formazione in coca

    Credo ci sia bisogno di un delicato mix. In linea di massima l’iter associativo dovrebbe garantire una buona preparazione metodologica, supportata dalla zona. Non spenderei il tempo della coca in tecniche, anche se a volte è necessario. La coca, per come è fatta, per i numeri, per la sua fisionomia, la vedrei riflettere sull’intenzionalità educativa che dobbiamo e possiamo agganciare agli strumenti, sulla realizzazione e di un progetto educativo che contraddistingue la nostra associazione dalle altre, sulla visione di un sogno più o meno condiviso che è il vero motore di un capo e di una coca, cioè l’orizzonte di qualcosa di più grande dell’attività, del lupetto, del campo, del mio essere in coca oggi e in questo gruppo.

    Ma è difficile. Bisogna che la coca riesca ad uscire da se stessa, e cammini per la strada del proprio quartiere e paese, strabica perché con un occhio deve guardare la crisi in Iraq, la globalizzazione, i problemi ambientali, e con l’altro il tessuto sociale della piazza in cui vive, le tensioni in parrocchia, la discarica del paese vicino. Se per un anno di attività di coca abbiamo solo parlato di come si fa la progressione personale e il nodo piano forse avremmo perso alcune opportunità.

    Lo scautismo non è “vecchio”. Alcune tecniche per accendere un fuoco o per legare i pali erano già “inutili” nell’Inghilterra di BP. Il problema è che ci ricordiamo cosa fare ma ci sfugge a volte il motivo per cui lo proponiamo. E i ragazzi avvertono l’inutilità delle esperienze perché non vengono aiutati a coglierne il senso. Non che debba essere spiegato, ma deve essere almeno chiaro in mente di chi conduce l’attività.

    A cosa dobbiamo educare? Qual è l’uomo e la donna della partenza?

    “Adulti paurosi di ogni diversità e di perdere qualcosa nella condivisione con altri di diritti ed opportunità, sempre in gara con tutti, tristi e abbronzati, oppure donne e uomini che hanno obiettivi alti, al limite del sogno, che sanno rischiare e anche perdere, farsi carico di persone e situazioni, avendo scoperto in questo la felicità dell’esserci, la ricchezza della strada, la bellezza della condivisione?”

    Sappiamo raccordare la pionieristica o la route con venti kg sulle spalle in agosto con questo sogno?
    Anna Perale parlava di “crescita permanente” più che “formazione permanente”, che dal più il senso di capi da aiutare a crescere, non dando per scontato nulla.

  • Protagonismo

    “Protagonismo” non è una parola che suona subito bene…
    Si pensa a chi vuole essere al centro dell’attenzione, si da al termine un’accezione negativa.
    Eppure tutto lo scoutismo di Baden Powell punta su questo, il protagonismo dei ragazzi.
    “Guida da te la tua canoa” è l’espressione più famosa del nostro fondatore, proprio per indicare l’importanza per ogni ragazzo-uomo di prendere in mano la propria vita, di farsene carico, responsabilmente, senza delegare la decisione della “rotta” da tenere ad altri.
    Detta così anche questa indicazione suona strana. Da soli ? Cos’è questa ambizione a far tutto da soli ? E la comunità ? E l’esperienza degli adulti ? Si dovrà pure imparare da qualcuno ?
    La comprensione del significato del protagonismo indicato dal nostro fondatore sta nella differenza tra l’addestramento e l’educazione.

    Addestrare significa avere delle nozioni, delle informazioni, delle capacità da comunicare, trasferire. Io so fare qualcosa, adesso lo insegno anche a te. Nulla di male, guai se mancasse nelle nostre case e scuole questa funzione.

    Se fosse importante insegnare ad accendere un fuoco, o piantare una tenda, o a farsi lo zaino, evidentemente potremmo risolvere la questione dello scoutismo in un paio di mesi, o con un bel manuale.

    Invece allo scoutismo interessano le dinamiche di relazione che si creano in una squadriglia quando ci si deve preparare al campo o ad una impresa, interessa la capacità di ciascun ragazzo di porsi degli obiettivi, piccoli ma concreti, per fare passi in avanti, perché la complessità della vita richiederà sempre passetti in avanti. Ci interessa di più quando la regola di un gioco non viene rispettata, perché ci da l’occasione per domandarsi il motivo dell’esistenza delle regole e decidere assieme che sono indispensabili.
    Ci interessano le bugie dei ragazzi, perché vogliamo capire assieme quale mancanza di libertà li ha portati a dirle, più che dispiacerci per la fiducia tradita.
    A noi interessa la persona, a noi interessano i ragazzi e la loro felicità. Il resto sono “esche”, entusiasmanti, appassionanti (a tal punto che ci “prendono” anche noi capi) ma esche per raggiungere i ragazzi.

    A noi interessa EDUCARE, non addestrare.

    L’educazione è di più. Educare significa “tirar fuori”, non “spingere dentro”. Significa aiutare la persona ad esprimere, far emergere, realizzare se stessa. Se stessa, non qualcos’altro. Noi siamo già una grande ricchezza, già da bambini, anzi, ancora prima. Il problema sta nel creare le condizioni e le relazioni che possano favorire la “fioritura” della nostra esistenza. B.-P. diceva che ciascuno di noi, evidentemente anche Bin Laden, ha un  5% di buono in sé. Ed è su quel 5% che bisogna lavorare.
    Questo non significa che ciascuno ha le stesse caratteristiche, risorse e possibilità. Ma significa che sarebbe un guaio se qualche minima, piccola, grande o fantastica dote rimanesse nascosta, come i denari di quel servitore che preso dalla paura di perdere ha nascosto sotto terra. E magari solo perché non abbiamo trovato nessuno che ci ha fatto credere in noi stessi, ci ha dato fiducia e ci ha sollecitati ad essere quello che siamo.
    Ecco che spunta un adulto all’orizzonte. E qui si apre un mondo. Che ruolo ha l’adulto nell’educazione dei ragazzi? Lo scoutismo ha scommesso su quello del “fratello maggiore”. Un po’ perché papà e mamma ci sono già, ma soprattutto perché il compito del capo scout è quello di accompagnare, non guidare. La canoa la guida il ragazzo. Il fratello maggiore è colui che con l’autorevolezza conquistata sul campo (non dichiarata a voce), con qualche anno di esperienza sulle spalle ma con molta discrezione sta a fianco, sostiene quando si cade, stimola quando si è stanchi, sorride quando viene da piangere, accende qualche luce quando il buio fa perdere la via. Ma non si sostituisce mai a chi deve camminare con le proprie gambe, perché lo scopo non è arrivare, ma mettere nelle condizioni gli altri di arrivare, anche quando tu non sarai più al loro fianco.

  • Felicity – Route Capi di Zona alla ricerca della Felicità

    Rappresentazione di lancio della Route di Zona per Capi sul tema della felicità

    Introduzione

    Voce 1 fuori campo: Degli scout che cercano al felicità… Dei capi scout che cercano la felicità…
    Inaudito, significa che non hanno capito niente, e peggio ancora che ai campi scuola non hanno imparato niente.
    “Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri”, l’ha  detto Baden Powell, è un’assioma e deve bastare.
    E allora perché quella faccia triste laggiù? Perché quel malumore al pensiero di alzarsi per l’attività con il reparto? Perché quelle lacrime in comunità capi? Perché quel senso di insoddisfazione per i sacrifici e ciò che ci perdiamo? Perché quelle frasi “tocca sempre a me”, “non ce la faccio”, “ho bisogno di tempo per me”?
    Non basta la citazione di Baden Powell?

    Voce 2 fuori campo con proiezione di immagini del numero 8 “sezionato” su entrambi gli schermi, se si può:

    cercasifelicità

    “La metà di otto … la metà di otto è … lasciatemi pensare … quattro! Dico bene, sì? La metà di otto è quattro, senza dubbio quattro. Uno, due, tre, quattro. Cinque, sei, sette, otto. Sì, la metà di otto è quattro. Il problema è — il grosso-pericolo è — che troppi di noi si fermano lì. Forse l’avete fatto anche voi. La metà di otto è quattro. Punto.
    E dopo aver dato la risposta giusta — la risposta riduttivamente giusta — ci rilassiamo, incrociamo le braccia e aspettiamo una pacca sulla spalla. Un encomio. Il voto massimo sul registro.
    Dunque avere la risposta riduttivamente giusta è la fine. Le menti tirano giù la saracinesca. L’esplorazione, e conseguentemente anche l’educazione e la crescita, finiscono.
    La metà di otto è quattro, non ci sono dubbi. Ma la metà di otto è anche OT, non è vero? La metà di otto è anche zero: la metà inferiore o la metà superiore. La metà di otto è anche tre: la metà destra, oppure una E maiuscola, la metà sinistra. Staccate l’otto dalla pagina e tagliatelo a fette longitudinali sottili, come fanno con il prosciutto al bancone della gastronomia, e la metà di otto è un altro otto, ma più sottile del 50%. E si potrebbe continuare così all’infinito…

    Voce 1 fuori campo: La definizione di felicità di Baden Powell è così profonda e significativa che vale un 8. Cioè vale la pena di scoprire di quante metà si compone, per capirne il senso oltre che impararla a memoria. L’esperienza è la strada principale, ma sarà esperienza anche la condivisione delle nostre strade e pensieri, sarà esperienza anche l’incontro fra capi che non si conoscono o solo di vista, sarà esperienza anche scambiarci lo zaino e portare per un po’ quello dell’altro. Esperienza di ricerca della felicità.

    ATTO 1 – Il risveglio di Felicity

    Apertura con un frammento del brano “Chiedimi se sono Felice” di Samuele Bersani

    Felicity dorme sul divano. La sveglia la voce fuori campo.
    V: “Felicity, sei sveglia?”
    F: “Ora si, stavo sognando.”
    V: “Posso chiederti cosa sognavi?”
    F: “Cose belle, ovviamente.”
    V: “Tipo?”
    F: “Se te lo dicessi finirebbe tutto. Finirebbero di cercarmi, perché i miei sogni sono la salvezza ”
    V: “Di chi? Di chi ti cerca? E chi ti cerca?”
    F: “Tutti. Nessuno escluso. Conosci forse qualcuno che non cerca la felicità?”
    V: “Ne parli con vanto, non è un merito tuo, mi sembra…”
    F: “Infatti, non lo è. E’ un dato di fatto che non mi dispiace. ”
    V: “Cosa provi ad essere così cercata?”
    F: “Indispensabilità e responsabilità, direi”
    V: “Di la verità, un po’ ti diverte…”
    F: “A volte si, è divertente scoprire i percorsi tortuosi che gli umani si inventano per trovarmi, e le grandi cantonate che prendono”
    V: “Non provi compassione per loro?”
    F: “E’ accaduto, ma raramente. Quasi sempre è colpa loro, sono ciechi, sono sordi, sono testardi, ripetono i loro errori, si fanno prendere in giro. Per questo non mi impietosisco per loro. “
    V: “Quando è accaduto invece che hai provato compassione?”
    F: “Oh, non mi va di parlarne”
    V: “Insisto”
    F: “Mi fa male, è non è nella mia indole stare male, anzi, è pericoloso e può essermi fatale”
    V: “Se ti farà male potrai fermarti, ma raccontami, ti prego…”
    F: “Parti male se mi preghi, la felicità non si prega”
    V: “Questa me la scrivo, anche se vorrei tornarci sopra. Allora, mi racconti?”
    F: “Non c’è da andare tanto lontano, sono fatti vicini nel tempo, in questo caso è proprio il caso di parlare del tempo. Ti parlerò di Teresa e del tempo
    V: “Ascolto”

    ATTO 2– Teresa e il tempo

    Apertura con un frammento del brano “C’è tempo” di Ivano Fossati

    F: “Teresa è una ragazza con lunghi capelli castani. O almeno così me la immagino io. Non vedo chi mi cerca, non li posso vedere ma nemmeno vorrei, potrei affezionarmi. Così mi immagino il loro volto. Teresa mi ha trovata, in un’occasione. Mi ha riconosciuta per qualche istante. E da quel momento non smette di chiedersi perché sia durato così poco. E’ così convinta che la felicità debba essere “per sempre” che ha finito per convincersi che quella che ha provato in qualche momento della sua vita non lo fosse veramente.
    Vuoi che ti legga l’ultima mail che mi ha spedito?”
    V: “Si, certo”

    TERESA: “Carissima, ritorno spesso con il ricordo a quel giorno in cui ho creduto di averti, di possederti, e subito mi assale una profonda tristezza, perché da quel giorno non ci sei, non mi abiti più. Eri veramente tu? Mi hai tratto in inganno? Può la felicità visitarmi per un istante e abbandonarmi così repentinamente?
    Era felicità? Credo ancora di aver bisogno di una felicità duratura, che accompagni la mia vita di ogni giorno, e che mi spinga a voler bene ad ogni istante della mia giornata, senza rincorrere il sogno di momenti eccezionali a cui dedicare l’attesa di tutti gli altri. Ma le mie certezze vacillano. Non so cosa pensare.
    L’altro giorno mi sono imbattuta in una scena di un film, alla tv, e ti ho pensata. Vuoi vederla? Hai tempo per me? Parla proprio del tempo…
    Preludio della felicità (dal film “The hours”) http://youtu.be/ApHIDSkpgwE

    http://youtu.be/ApHIDSkpgwE

    Hai visto? Vienimi a trovare, ancora una volta. Fammi capire qual è il tuo tempo. tua Teresa”

    V: “Ha ragione lei a volerti in ogni istante della sua vita?”
    F: “Ti dirò che non lo so”
    V: “Ed è la verità?”
    F: “C’è una verità?”
    V: “Dicevi che Teresa ti ha impietosito…”
    F: “Si, perché è sincera, e la sua domanda non ha una risposta semplice. Vorresti una vita felice ogni giorno? La vorresti davvero? Vorrebbe dire senza dispiaceri? Senza ostacoli? O cosa vorrebbe dire? O vorresti piuttosto vivere dei momenti veramente pieni e perfetti, a costo di sacrificare il resto ad aspettarli? Vuoi aspettare il sabato sera tutta la vita? Cos’è il tempo? Quanto tempo abbiamo per essere felici? Quanto tempo ci rimane per essere felici? Quanto tempo abbiamo sprecato fin’ora nella non felicità?”
    V: “Capisco.”
    F: “Non lo so.”
    V: “Allora fammi capire meglio”
    F: “Alessandro.”
    V: “Cosa?”
    F: “Ti racconto di Alessandro”

    ATTO 3 – Alessandro e la dichiarazione d’indipendenza americana

    Apertura con un frammento dell’inno americano

    F: “Alessandro vorrebbe vivere in America. E’ abbagliato da tutto ciò che splende di stelle e strisce. Dice che loro, gli americani, sanno essere felici davvero, altro che noi italiani piagnoni ed eternamente insoddisfatti. D’altronde il lieto fine l’hanno inventato loro. E poi la faccenda della loro dichiarazione d’indipendenza…”
    V: “Quale faccenda?”
    F: “Non lo sai? Nella dichiarazione d’indipendenza ci sono anch’io, mi hanno inserita di ufficio, senza neanche chiedermelo. Hanno scritto che <<a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità». Quindi, dice Alessandro, chi può essere più illuminato del popolo americano?”
    V: “Tu cos’hai risposto?”
    V: “Che articolo?”F: “Con un articolo, sai che non posso parlargli direttamente”
    F: “Questo, è un breve pezzo di Umberto Eco, lo conosci?”
    V: “Quello del “nome della Rosa”?
    F: “Esatto. Ascolta”
    Il diritto alla felicità (dall’articolo di Umberto Eco) -> leggi articolo
    V: “Io trovo che comunque la loro dichiarazione del diritto alla felicità ha una sua altezza quasi poetica”
    F: “Si, ma se hai ascoltato bene il problema sta nella domanda, dov’è la felicità? Dentro me o dentro gli altri?”
    V: “Chi meglio di te può saperlo?”
    F: “E chi meglio di te può sperimentarlo?”
    V: “Dentro me, forse.”
    F: “E allora sei a posto, cosa cerchi fuori? Stai perdendo tempo”
    V: “E’ negli altri?”
    F: “Se è negli altri è anche in te, o sei l’unico diverso dagli altri?”
    V: “Mi fai confusione”
    F: “Sei confuso di tua natura, non dare la colpa a me.”
    V: “Perché non mi dici chiaramente in quale luogo sei?”
    F: “Te lo spiega Francesca, mi manda almeno un whatsapp al giorno.”

    ATTO 4 – Francesca e il ritorno alla natura

    Apertura con un frammento di un brano della colonna sonora di “Into the Wild”

    F: “Francesca è bionda, ne sono sicura. Corre a piedi, attraversa prati e boschi. Indossa scarpe da corsa e guarda il sole schiudendo appena gli occhi. Sai qual è il suo film preferito?”
    V: “Non saprei”
    F: “ ‘Into the wild’, naturalmente.”
    V: “Perché ‘naturalmente’ ?”
    F: “E’ convinta nella felicità stia nel ritorno alla natura, ed è scettica sull’uomo. Senti il suo ultimo messaggio…”

    FRANCESCA: “Senti, hai pensato alla nostra ultima discussione? Io sono sempre più convinta che cercarti negli altri sia tempo perso, dimostra la mia debolezza nel dovermi affidare ad altre persone. Tu sei ovunque, perché limitarti ad abitare negli esseri umani? Ho riguardato il mio film, “Into the Wild” e ad un certo punto mi sono detta che devi proprio guardarlo. Ti lascio il link ad una scena in particolare, guardala e poi parliamone. E rispondi ai miei messaggi! Fai la preziosa?”

    Non è solo negli altri – Dal film “Into the wild” http://youtu.be/1Epg_O8R358

     

    V: “Accidenti, convincente”
    F: “La ragazza è in gamba, per quello ti racconto di lei. Ma ti ha proprio convinto?”
    V: “Ci sto pensando”
    F: “Davvero pensi che la Natura dia felicità? Dovresti passare per Fukushima, in Giappone, a vedere la natura con il suo tzunami cosa ha lasciato. Certo se invece pensi alle vette alpine, ai ruscelli generosi d’acqua, al colore dei mari tropicali… Di quale natura parliamo? La natura non lascerà traccia del tuo passaggio.”
    V: “Certo che per essere felicità sei piuttosto cinica”
    V: “Come hai fatto a farla ragionare?”F: “Cerco di farti ragionare, come ho fatto ragionare Francesca.”
    F: “Con i suoi stessi mezzi, le ho risposto con un semplice link”
    Solo se condivisa – Dal film “Into the wild” http://youtu.be/ukTuGZ684_o

    V: “Quindi tu esisti nella condivisione con gli altri”
    F: “Dico solo che non mi piace quando cercano di ingabbiarmi in una definizione o in un luogo o in un tempo, e dimostro che puoi anche provare a farlo ma che sarai sconfessato.”
    V: “Sto pensando a chi dice che sei in Dio e che seguendo Dio si arriva a te, ti senti ingabbiata anche in questo caso?”
    F: “Giochi duro.”
    V: “Anche tu sei dura con me”
    F: “Ok, tregua, abbassiamo i toni.
    V: “Ok.”
    F: “Ho capito cosa intendi quando mi associ a Dio. Probabilmente intendi questo…”

    ATTO 5 – Felicity e Dio

    Perfetta letizia (dal film San Francesco) http://youtu.be/DTFon58Gjrs

    F: “Volevi dire questo, vero?”
    V: “Più o meno. Se penso ad un uomo felice mi viene in mente San Francesco, si.”
    F: “L’ho conosciuto”
    V: “Era felice?”
    F: “Non posso dirtelo. Come non posso dire se tu sei felice.”
    V: “Non so cos’altro si potrebbe aggiungere sull’argomento, San Francesco spiazza tutti”
    F: “Si, spiazza, così tanto che alla fine continui a fare la vita di prima. Perché lui per diventare San Francesco ha lasciato tutto, si è vestito di stracci, mangiava a volte, stava con i lebbrosi. Non mi dire che sono metafore, ha fatto così, lui. Tu invece?”
    V: “Non ancora”
    F: “Lo farai? Devi terminare gli studi? Devi pagarti le tasse universitarie? Devi comprare la benzina per la tua auto? L’hai comprata a rate? Hai un mutuo? Una famiglia da sfamare? Dei bambini da crescere? Ci tieni alla tua carriera? Caspita, proprio come San Francesco.”
    F: Ti faccio vedere una scena che riassume bene dove ti voglio portare…V: “Dove mi vuoi portare?”
    Lite su Dio (dal film “The Big Kahuna)


    V: “Ci vuole ben altro per offuscare San Francesco, ma ho capito che vorresti distruggere ogni mia certezza”
    F: “Sto solo ricordandoti che il numero otto ha tante metà, e che devi trovarle tu. Mi sta facendo male questa discussione, forse è meglio se mi fermo”
    V: “Non adesso, permettimi ancora una domanda”
    F: “Quale?”
    V: “Stai nelle cose reali o nei pensieri?”
    F: “Te la sei tenuta per ultima, questa domanda?”
    V: “Come la caramella più buona”
    F: “Dici così perché credi di sapere già la risposta”
    V: “Ho un’idea, ma lo chiedo a te”
    F: “Paolo è come te, crede di sapere la risposta ma in fondo crede in un altro modo”
    V: “Chi è Paolo?”

    ATTO 6 – Paolo, l’essere e l’avere

    Apertura con un frammento di un brano “new-age”

    F: “Paolo mi cerca al telefono, non ha il computer, né lo smartphone, e sai perché? Perché crede nella sobrietà, nell’essenzialità, rifiuta il consumismo, gli oggetti, la tecnologia che crea dipendenza. Paolo è un puro.”
    V: “Sarà felice così.”
    F: “Vorrebbe essere felice così. E infatti mi cerca, e mi lascia messaggi in segreteria. Senti questo”

    PAOLO: “Ciao, non mi rispondi mai, avrai i tuoi motivi. Ma volevo dirti cosa penso di te, dovresti ascoltarmi. Tu sei dove non ci sono cose, tu sei dove quello che si ha non ha importanza, dove invece importa ciò che sei. Le cose, i soldi, gli oggetti, sono il contrario di te. Più ti cercano in queste cose, più si allontanano da te. Odio la pubblicità, non guardo la tv, non mi interessano le firme, mi sposto in bicicletta. Faccio meditazione. Tu che puoi farlo, guarda in internet il video di Terzani, ho appena finito di leggere un suo libro e l’ho trovato davvero illuminante. Così capisci cosa voglio dire.”

    F: “Ecco il video, l’ho trovato”
    Monologo sulla felicità (dal docum. Tiziano Terzani) http://youtu.be/n61VzOixOnA

    V: “Avevo ragione a pensarla così anch’io, mi stai dicendo questo.”
    F: “Vorresti sentirtelo dire, ma non te l’ho detto io”
    V: “Ma… come… io la penso come Terzani e come Paolo…”
    F: “E quindi vuoi dirmi che milioni di persone che hanno lo smartphone in tasca, come te, stanno sbagliandosi clamorosamente? Vuoi dirmi che una bella auto non ti da alcuna felicità? Vuoi dirmi che vestirsi di firma, tagliarsi i capelli come un sioux, comprarsi la montatura degli occhiali verde fosforescente, indossare la felpa che vendono solo a NewYork non serve proprio a niente?”
    V: “Si, esatto. Non ne sarò la dimostrazione lampante, ma è il mio pensiero”
    F: “E perché non ne sei la dimostrazione lampante?”
    V: “Perché non sono perfetto, credo, sono incoerente”
    F: “Io non credo sia questo. E’ perché tu, in realtà, provi felicità a possedere cose, e ad arrivare primo.”
    V: “Ma no, è una felicità passeggera”
    F: “Abbiamo forse appurato che io sono per sempre?”
    V: “Non lo abbiamo appurato.”
    F: “Ecco. E adesso cambiamo parole al discorso, vediamo se cambia qualcosa: “vuoi forse dirmi che un bel film visto in tranquillità non ti rende felice? Vuoi forse dirmi che ascoltare una buona musica non ti soddisfa? Che la lettura di un bel libro non ti gratifica? Che vivere in un bel posto, in una bella casa in campagna, dove poter ammirare le stagioni che si susseguono non ti rende più felice? Guarda.”
    La vera felicità  (dal film “Into the wild”) http://youtu.be/wKqfILINemI

    F: “Allora? Le parole sono importanti, vero? Quasi quasi è importante anche avere cose per essere felici, assieme agli affetti. Stai forse pensando che a questo mondo tutto è relativo?”

    ATTO 7 – A presto, felicità

    V: “Sto pensando che non ti sopporto più. Sono io che voglio smettere questo confronto”
    Felicity esce di scena, a sottolineare il fatto che appena la voce intende allontanarsi lei “sparisce”.
    F: “Non mi lasciare”
    V: “Cosa?”
    F: “Non mi lasciare, resta qui.”
    V: “Non ti capisco, ora tu cerchi me…”
    F: “Non hai capito.”
    V: “Cosa devo capire?”
    F: “Che io ti amo”
    V: “… mi lasci senza parole. Sono… sorpreso… e imbarazzato…”
    F: “Ti prego, resta qui, accanto a me.”
    V: “Sono qui. Perché hai bisogno di me?”
    F: “Perché io non sono nulla, non esisto. Non ci sono, capisci? Guardati attorno, mi vedi? Mi trovi? Quando ti svegli al mattino non mi trovi accanto a te. Quando cammini per andare verso il tuo giorno, non sono accanto a te. Quando parli con chi incontri, io non sono lì con voi. Quando vai a riposare, la sera, non mi addormento accanto a te. Ecco perché ti chiedo di restare. Per esistere.”
    V: “Io…”
    F: “Tu?”
    V: “Ci devo pensare. Il tuo amore mi lusinga, e te ne sono grato. Ma devo pensarci. Ora devo andare.”
    F: “Tornerai?”
    V: “Quando ti avrò trovata, te lo prometto.”

    Buio totale in scena, qualche secondo di silenzio e poi…

    Monologo (dal film “The Big Kahuna”)   https://www.youtube.com/watch?v=jMScVXySbk4

  • Osservazione e deduzione

    Lord Robert Baden Powell
    Lord Robert Baden Powell

    Baden Powell era un militare, e ha svolto servizio prevalentemente in Africa. Lì ha potuto esercitare l’arte dello scouting, dell’esplorazione. Da questa attività ha preso spunto la sua idea di “Osservazione e Deduzione”, punto importante del metodo scout.

    Leggendo “Scoutismo per Ragazzi” si può scoprire che all’argomento è dedicato un intero capitolo, il quarto, che comprende 3 chiaccherate, che prenderei come guida per quella di stasera:

    • osservazione di “indizi”
    • come seguire la tracce
    • interpretazione delle tracce o “deduzione”

    Prima però una domanda. Perché B.-P. ha ritenuto così importante il tema dell’osservazione e deduzione da proporlo nel suo libro più famoso? Bisogna proprio ammettere che l’approccio di Baden Powell spesso è diverso dal nostro: aveva le idee così chiare che non ha perso molto tempo a spiegare perché individuare e seguire un traccia sia tanto importante per la vita di ciascuno. Ha detto semplicemente e testualmente che

    “Ricordate: uno scout considera sempre come un grande disonore che un profano scopra una qualunque cosa prima di lui, e ciò sia che si tratti di una cosa molto distante, che di una che ci stia quasi sotto i piedi”.

    Sembra di ascoltare i punti della legge: “lo scout è… “ Noi cresciuti in una società complessa e relativizzante non riusciamo a digerire facilmente una affermazione del genere, abbiamo bisogno di una dimostrazione, dei motivi, del motivo che ci sta sotto. E invece B.-P., cresciuto forse in un mondo più semplice (anche se più difficile), ritiene che sia ovvio dover essere bravi osservatori e poi deduttori, così ovvio da non doverlo motivare. D’altronde se vivessimo nella foresta con gli indigeni e le belve selvatiche verrebbe ovvio anche a noi pensare che saper riconoscere le impronte, gli odori, le piante, sia essenziale.

    Il problema è che nel nostro intimo crediamo che la foresta viva di regole diverse da quelle del nostro mondo. Ecco perché con i ragazzi rischiamo di fare meno scauting e più teoria.

    E come dire: “Vuoi giocare a calcio? Devi saper calciare un pallone con i piedi” Ovvio.

    E allora “Vuoi essere uno scout? Devi imparare a seguire le tracce”. Poi alla fine capirai che questo è servito alla tua vita, senza che nessuno te l’abbia motivato prima di provarlo.

    Tutta questa disquisizione per dire una cosa: la proposta scout è di per sé “Osservazione e Deduzione”. Prima la provi, ti butti, ti dai da fare, giochi la tua partita, poi ci pensi e ne trai dei significati. Non l’inverso.

    Ma allora come convincere i ragazzi a seguirci senza prima poter dimostrare che ciò che proponiamo è importante? Con le esche. Ciò che proponiamo deve essere allettante, entusiasmante, coinvolgente, appassionante.

    Ma facciamo un passo indietro e torniamo alle chiacchierate:

    Osservazione di “indizi”

    tracce

    B.-P. invita essenzialmente a tenere gli occhi aperti, a camminare per strada osservando le vetrine, la gente che incrociamo, le parole che sentiamo, i rumori e gli odori che avvertiamo. Invita a tener svegli i sensi.

    Se cercate una riga che spieghi perché, rimarrete delusi. Si deve fare e basta. “Potrebbe accadere a qualcuno di voi di essere il primo a scoprire il cadavere di un uomo”. Questo è pazzo. Bene, allora andate a leggere gli “esercizi” che propone alle pattuglie: sono i giochi che proponiamo spesso durante le attività o ai fuochi di bivacco. Gioco di Kim, la Monetina nascosta, Alce Rossa… Spesso proponiamo questi giochi per riempire tempi e spazi, o per divertire i ragazzi… in realtà B.-P. li propone per esercitare lo spirito e le capacità di osservazione, perché queste crescono se esercitate, altrimenti sopiscono. Un po’ come il fisico.

    Anche la notte è preziosa per allenare i sensi, perché quello principale, la vista, è ridotto.
    Vuoi vedere che i giochi notturni servono a questo? E noi che credevamo dovessero principalmente far paura…

    Osservare le persone, i comportamenti, la gestualità, la parlata… un gioco che può diventare anche un modo per diventare sensibili e quindi rispettosi della sensibilità altrui… ma corriamo troppo per i gusti di B.-P.

    Osservare gli altri e quello che accade intorno (lontano o sotto i nostri piedi) è un esercizio che aiuta sicuramente a prendere un pò le distanze da noi stessi e ad aprirci al resto del mondo. Chi cammina a testa bassa rimurginando se stesso rischia di perdere occasioni per ridimensionare o risolvere i propri problemi, ma per far questo è necessaria la testa alta, l’occhio vigile, la pazienza e l’attenzione.

    Come seguire la tracce

    lente

    Credo che la differenza tra osservare gli indizi e seguire la traccia stia nella capacità di cogliere la sequenzialità delle cose. Se osservo un’impronta di lepre sulla neve davanti a me, è facile che ce sia un’altra ancora qualche metro più in là e poi un’altra ancora e a questo punto è facile immaginare in che direzione sta scappando la lepre… sembra scontato, vero? Non lo è.

    B.-P. consiglia nel seguire una traccia di abbandonarla ogni tanto, e di girare largo per poi tornare lì dove ci aspettiamo di incrociarla di nuovo. Perché? Perché il nemico o la preda ogni tanto potrebbe girarsi per paura di essere inseguito e così ci vedrebbe immediatamente. Per seguire una traccia è importante saperle conoscere, riconoscere e capirle. Capire se un animale è zoppo, se la traccia è fresca o di qualche giorno, se ha stazionato, se ha accelerato la corsa… competenza, ci vuole competenza, non solo i sensi in allerta.

    Ecco una altra differenza, la competenza. Non ci si improvvisa scout, anche se dotati di fiuto. Bisogna prepararsi.

    Queste prime due chiacchierate di B.-P. mi ricordano la prima fase del capitolo di branca RS, quella del VEDERE. Il noviziato che viene coinvolto nel momento dell’INCHIESTA, in cui si raccolgono informazioni, dati, (OSSERVAZIONE) ma che devono anche essere classificate, ordinate, selezionate (SEGUIRE LA TRACCIA). Non siamo ancora nel momento della deduzione, stiamo riordinando le carte, stiamo dando un ordine, un verso, una sequenza.

    Quante volte i numerevoli input che i ragazzi ricevono ogni giorni da mille fonti diverse non trovano ordine, priorità, relazioni e contraddizioni tra loro, rimangono lì senza capo né coda.

    Interpretazione delle tracce o “deduzione”

    lupo
    lupo

    Qui basta citare le parole di B.-P.: La deduzione è proprio come leggere un libro. Un ragazzo che non abbia mai imparato a leggere, se vi vedesse con un libro in mano, vi domanderebbe: “Come fai?”. Gli spieghereste allora che tutti quei piccoli segni sono delle lettere e che queste lettere raggruppandosi formano delle parole. Le parole formano delle frasi, e delle frasi danno il significato. E, con la pratica, si arriva a leggere questo significato con una sola occhiata, proprio come in un libro, senza bisogno di perdere tempo a compitare ciascuna parola lettera per lettera.

    Trovare i significati. Ecco il punto.

    Allenare la mente a cogliere significati dalla raccolta di informazioni (tracce). Direi che qui siamo nel campo della logica, ma il confine con il campo valoriale non è distante. Sempre riferendosi al Capitolo di branca RS, siamo nella fase del GIUDICARE, dove entrano in gioco anche i metri con cui misuriamo la realtà e quindi la giudichiamo. Quali valori di fondo? Quali guide nel nostro prendere in mano i problemi?

    Questo gioco dello scauting sfocia naturalmente nel difficile terreno dell’AGIRE

    Il cacciatore dopo aver scorto alcune traccele della preda le ha seguite, ne ha dedotto il comportamento, la stazza, la forza e alla fine la raggiunge catturandola.

    Qui il gioco si fa duro.

     

     E noi capi ?

    Quale esercizio di osservazione svolgiamo sui ragazzi? E quale deduzione/azione?

    Sicuramente osserviamo i comportamenti, gli interventi, la comunicazione anche non verbale dei ragazzi.

    Forse più complicato è seguire la traccia, ovvero di mettere assieme i tasselli, dar loro un ordine, una priorità e poi di dedurre cosa il tutto significhi.

    Credo, per esempio, che sia più facile rimanere colpiti da cosa ci dicono o fanno i ragazzi piuttosto che ricondurci al motivo per cui l’hanno detta quella cosa o compiuto quel gesto.

    pinocchio
    pinocchio

    I ragazzi spesso ci vogliono mandare messaggi che non coincidono con ciò che dicono o fanno. Sta a noi scovare la traccia, isolarla, ritrovarla senza farci vedere, e poi dedurre il messaggio, il bisogno che sta dietro.

    Dobbiamo diventare veramente cacciatori abili e attenti, perché la nostra preda è veloce, sfuggente e si mimetizza ovunque.

    La domanda che dobbiamo porci è sempre: Perché mi ha cercato? Perché ha detto così? Perché si è comportato così?

    Ci vuole:

    – capacità di ascolto

    – calma e pazienza: non cadere nel tranello di offendersi, prendersela

    Quanti esempi ci sono in questo senso? Quante volte come cacciatori abbiamo perso la preda?

  • Scautismo e legalità

    Tempo fa per iniziare una riflessione si prendeva il dizionario e si cercava la definizione di ciò che si voleva approfondire, ora si clicca su google. Allora scrivi legalità e dai invio. Escono dei link, uno di questi parla di Rita Atria, una ragazza che avrà per sempre 17 anni e del giudice Borsellino. La curiosità cresce, approfondisco, clicco, leggo, riclicco..

    Mi commuovo, davvero, lacrime agli occhi.

    Chi era Rita Atria? Figlia di un boss di Partanna, nel Belice, che viene assassinato dalla malavita. La stessa fine tocca la fratello Nicola, diventato anche lui boss grazie allo spaccio di droga. La cognata diventa collaboratrice di giustizia, il fidanzato di Rita la ripudia, per il tradimento della parente. Rita, sola, decide di denunciare la mafia che ha ucciso suo padre e suo fratello, lo fa con Borsellino, il giudice buono, che diventa per lei come un padre. Viene nascosta a Roma, sotto nuova identità.

    paolo borsellino
    Paolo Borsellino

    Nell’estate del 92 Borsellino viene ammazzato, Rita non ce la fa ad andare avanti, si uccide dopo qualche mese, a 17 anni. Al suo funerale non parteciperà nessuno, nemmeno sua madre. Cosa ha lasciato Rita? Un diario, dei pensieri. 

    rita atria
    Rita Atria

    “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.

    Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.

    Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.

    L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

    Ecco, Rita mi ha aiutato a focalizzare il tema di questa sera, di orientare la riflessione sulla Legalità e Scautismo.

    Rimando a dopo il compito di colmare la distanza tra la realtà di Rita e quella dei ragazzi del nostro territorio.

    Io credo che a riflessione possa partire dal settimo articolo della Legge,

    “Lo scout sa obbedire”.

    E’ un articolo scomodo, quando noi capi stessi lo citiamo non possiamo non provare un certo imbarazzo, perché la parola in sé è fuori moda, ci ricorda la realtà militare di Baden Powell, il nostro fondatore, dove la gerarchia e la disciplina obbligano a obbedire ai comandi ricevuti. Noi oggi non accettiamo ordini, al massimo possiamo ascoltare i consigli per gli acquisti, ma non gli ordini. I ragazzi a scuola filmano con il cellulare le bravate contro i prof, alle maestre è vietato mettere in castigo i bimbi… insomma, non è più come una volta. Abbiamo una testa per pensare, per decidere, non occorre obbedire a nessuno. In realtà penso che dietro a quel “sanno obbedire” ci siano significati più profondi.

    Dietro l’obbedienza c’è la LIBERTA’ di scelta, e non c’è scelta se in realtà non si sa più obbedire alla scelta fatta. Obbedire quindi alle regole proprie di ciò che si sceglie. Possiamo chiamarla anche coerenza, o meglio ancora FEDELTA’. Ecco allora che il campo è sgombrato dall’equivoco della declinazioni militare della parola “obbedire”, non si tratta di delegare ad altri il decidere di sé, ma di seguire con fedeltà le strade che si intraprendono con scelte libere. Belle parole. Ma cosa significa per i lupetti, per gli esploratori, per i rover…

    Significa:

    • abituarli a pensare e decidere assieme le regole e gli impegni
    • responsabilizzarli nel rispettare e far rispettare le regole e gli impegni decisi assieme

    Basta pensare alla Promessa Scout, dove promettiamo di rispettare la Legge, pensiamo alla dimensione del gioco dei lupetti, dove il rispetto delle regole è importantissimo, pensiamo alla progressione personale, alle tappe, ai consigli della rupe e della Legge, alla carta di clan, alla partenza. Proponiamo da sempre e fino all’ultimo occasioni di partecipazione alle decisioni della comunità, e anche luoghi di verifica del rispetto delle regole.

    C’è un altro aspetto da sottolineare nell’articolo della Legge, quel “sa” obbedire. Si poteva scrivere “Lo scout obbedisce”, ma è stato scritto “sa obbedire”. Obbedire diventa una virtù, una capacità. Significa anche che può capitare di scegliere di non obbedire, ma allora lo si deve fare a viso aperto.

    “Lo scout è leale”

    Se decido di non obbedire, con lealtà lo faccio senza nascondermi, senza furbizia. Quante volte vediamo e subiamo regole sbagliate, leggi che tradiscono i valori in cui crediamo. Forse allora il disobbedire a viso aperto può diventare testimonianza, denuncia, occasione di riflessione e di cambiamento. L’uomo e la donna della partenza portano con sé la sensibilità politica di chi, oltre a servire chi è in bisogno, cercherà di rimuovere le cause che conducono al bisogno, a volte pagando caro questo impegno. Sto pensando a chi si impegna poi in politica, nel sociale, ma anche ai moltissimi giovani che 25/30 anni fa hanno pagato con il carcere l’obiezione di coscienza al servizio militare, poi diventata una normale possibilità per tutti, per concludersi con l’abolizione del servizio di leva. Hanno saputo disobbedire, a viso aperto, con lealtà, ma hanno disobbedito. E lo scautismo ha fatto la sua parte. Analoga storia per l’obiezione fiscale, contro la spesa per gli armamenti. O prima ancora, durante il fascismo, per la libertà di esprimere il proprio pensiero.

    L’ultimo articolo, il decimo, recita “Gli scout sono puri di pensieri, parole e azioni”.

    E’ l’articolo a cui ho pensato leggendo le parole di Rita dove invita ad un auto-esame di coscienza, per sconfiggere la mafia dentro di noi, prima di combatterla fuori, negli altri. Qui siamo chiamati in primis noi capi, educatori, genitori. Siamo noi che prima degli altri dobbiamo fare una scelta di campo, dobbiamo credere nel rispetto delle regole, rinunciare alle scorciatoie, piantare paletti oltre ai quali decidere di non allontanarsi, costi quel che costi. Coerenza, rettitudine, convinzione nei principi e nei valori della democrazia, della partecipazione, della giustizia, della solidarietà, della legalità. Questo dobbiamo scegliere dentro noi stessi, per noi stessi. Allora le nostre parole, anche se uguali a quelle di prima, diventeranno esortazioni, le nostre azioni diventeranno testimonianze. Altrimenti saranno parole che suoneranno fiacche agli orecchi dei più giovani, prive di solidità e forza. Poco importa se stiamo parlando di una raccomandazione o di un pizzo, di una semplice evasione iva o dell’eco-mafia. Il principio non cambia, è diversa solo la proporzione.

    Ma come aiutare i ragazzi, i bambini, a coltivare i pensieri, le parole e le azioni pure? Ci viene nuovamente in aiuto Rita, quando dice vanno aiutati a scoprire “che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei”. Ecco perché insistere per le attività all’aperto, in mezzo alla natura, dove riscoprire le piccole grandi opere del creato, e stupirsi, meravigliarsi, contemplare. Lo zaino, la fatica, il fuoco, un piatto di pasta, la tenda, il sole, la pioggia, gli scarponi, il vento, la neve, il freddo, il caldo, il gioco, il canto, la danza, una corda, i nodi, una costruzione.. bastano di per sé per tornare a dimensioni dimenticate dal “no problem” che ci propina oggi la tv, e per assaporare gioie vere, non artefatte, non costruite su menzogne, su lati oscuri di noi stessi.

    La distanza tra il sud e il nord

    Siamo un’associazione con forti radici e valori condivisi, malgrado questo in Italia ci sono scautismi diversi. Proporre scoutismo a Palermo, nel quartiere Zen, non è come proporlo a Milano, accanto al Duomo, e non è come proporlo qui dove abitiamo. Quando alle nostre latitudini parliamo di mafia ci riferiamo ad un fenomeno che conosciamo perché ne abbiamo sentito parlare, ma non per esperienza. Quando ne parlano i capi scout del sud, ai campi scuola dove ci conosciamo e incontriamo, avverti che parlano di nomi, di volti, di faccende sotto casa loro. Quando parlano di ragazzi a rischio si riferiscono a figli di mafiosi, di malavitosi, di spacciatori. Quando parlano di cultura della legalità non si riferiscono al viaggio in tram senza biglietto o ai film scaricati da internet, parlano di spaccio, di morti ammazzati.

    Sono realtà distanti dalle nostre, ma ho la netta sensazione che se al sud o nelle grandi metropoli il fenomeno sia evidente, da noi invece sia più strisciante, più subdolo. L’impressione è che da noi ci sia più legalità dovuta alla repressione, alla possibilità di essere scoperti, e non tanto alla convinzione nei principi che la reggono. Non appena troviamo scorciatoie ”sicure”, siamo pronti a percorrerle. E ci giustifichiamo, il governo è ladro, le tasse troppo alte, ne paghiamo già troppe, bisogna sapersi arrangiare, niente al confronto di cosa succede al sud, mi faccio giustizia da solo, è frutto del mio lavoro… abusi edilizi, tasse evase, false dichiarazioni fiscali… fin tanto si può, fin tanto non si viene scoperti. Significa che abbiamo bisogno di educazione alla legalità, perché non è passato culturalmente il senso ma la paura della repressione, che probabilmente in altre regioni italiane è meno sentita.

    Ecco coperta almeno in parte la distanza tra il Belice di Rita e i ragazzi del nostro territorio. Il senso della legalità, il motivo per cui crederci.

    Il sogno e la testimonianza

    Concludendo, Rita nei suoi due pensieri citati porta alla luce due vere esigenze dei ragazzi, in particolare degli adolescenti: il sogno e la testimonianza. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di sognare un mondo diverso, dove i principi e i valori vincano le mediocrità e le bassezze a cui siamo tutti portati. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di trovare e avere accanto persone che ci rendano evidente che è possibile un altro modo di pensare, testimoni coerenti, nella semplicità, nella concretezza quotidiana, ma solidi, veri, autentici, affidabili.

    Noi adulti offriamo il sogno e la testimonianza?

  • Vocazione ad educare

    Se hanno chiesto a me di essere qui oggi a parlare di vocazione ed educazione significa che non si voleva invitare un esperto, perché io non lo sono. Credo di essere stato invitato qui per fare da specchio, per riflettere la vostra immagine, assieme alla mia e a quella di altri capi scout di ieri, oggi e forse domani. Cioè per invitare ad una riflessione su di noi, sul “chi siamo”, sul perché siamo qui vestiti di azzurro.
    Il consiglio di zona, pensando al prossimo progetto, ha invitato a guardarsi dentro, per rifondare le motivazioni del nostro servizio, per leggerle sotto la luce della vocazione. Parola altisonante, evocativa, rischiosa.

    Parto da un esercizio che negli ultimi mesi mi riesce molto bene, purtroppo.

    Quello di astrarsi.

    Si può fare al lavoro, a casa, davanti alla tv, ovunque. Provo per qualche istante a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, distaccati, cerco di togliere la patina del consueto. I miei vestiti, l’automobile, la mia casa. L’erba da tagliare. La musica che ascolto. Le cose che dico, i saluti, i convenevoli. I problemi al lavoro. Quando il distacco si fa consistente percepisco per qualche attimo l’inconsistenza di tutto. Siamo immersi in ornamenti e orpelli che scambiamo per sostanza, che ci aiutano a mantenere un equilibrio, a darci sicurezza, perché l’alternativa è ammettere che siamo niente, e a pensarci si rischia di perdersi.
    Allora ritorno in me, guardo l’orologio, penso a quello che devo fare, preparare, comprare, dire, telefonare. Penso a cosa mangerò per cena, la riunione di questa sera, la partita di domani, il bollo da pagare… e tutto ritorna al suo posto. Esercizio concluso.
    Mi domando: sono più sciocco di quando andavo spedito come un treno senza pormi tante domande e pensavo di essere eterno?
    Mah..
    Il problema è che sgombrato il tavolo, come si dice, rimaniamo soli davanti alla domanda delle domande: cosa ci facciamo noi qui.
    Mi sono chiesto se questa domanda è frutto di un’età più matura, diciamo così. Mi sono anche risposto però che la domanda è sempre vera. L’età più matura rende semplicemente più urgente una risposta.
    E’ una domanda a cui, si dice, oggi non si vuole più tentare di dare una risposta. Si vive e basta, prendendo quello che viene.
    Come zattere alla deriva, senza direzione e destinazione.
    Tutto è relativo. Non dico niente di nuovo.
    Benedetto XVI dice: ““Il relativismo condanna prima o poi ogni persona a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.
    Attenzione, il relativismo è anche tra di noi, dentro di noi. Noi siamo di questo mondo.
    Qualcun’altro ha detto: “Il vivere non è privo di senso per qualche sofferenza, bensì è sofferente perché privo di senso”

    Ecco cosa manca, il senso.

    senso=significato, direzione, dare un nome alle esperienze, azioni, relazioni. Provenienza e appartenenza.
    Noi inglesi vestiti di azzurro siamo per dna pragmatici, quindi ci mettiamo subito alla caccia di ciò che ci serve, quindi troviamo il senso… Si, ma come si trova il senso delle cose?
    Attraverso la cartina di tornasole dei valori, che, badate bene, conosciamo tutti a memoria: onestà, lealtà, coerenza, altruismo, generosità,… ma evidentemente sapere quali sono non è proprio sufficiente, vista la situazione in cui versiamo.
    “Ciò che da vita e vigore a quanto vale è ciò cui esso mira, cioè l’esperienza che se ne può fare, la pertinenza alla vita stessa.”
    Quindi per affermare l’importanza di un valore è necessario farne esperienza, per cogliere quanto serve alla nostra vita.
    Bene. Cercasi esperienze disperatamente. Astenersi maghi, imbonitori e pusher.

    La capacità di fare esperienza deve essere attivata da altri. Il patrimonio ha bisogno di un padre che lo trasmetta.
    Ognuno di noi è capace di fare esperienza, ma l’esperienza va innescata, generata, proposta.
    E chi può proporla se non un educatore?
    Scusate mi sono già perso.
    Siamo partiti dal vuoto esistenziale, siamo passati per la mancanza di senso, quindi per la necessità di appropriarsi di valori, l’esperienza come sigillo del valore, e infine l’educazione come proposta di esperienze.
    Fregati.
    In questi passaggi c’è la nostra vita di capi scout e, per alcuni di voi compreso me, di genitori. Oppure no?
    Non voglio spacciare questi passaggi per veri ad ogni costo, ma pensiamoci.

    Ma se prendiamo per buona questa ipotesi, allora è evidente che l’educazione non è uno sport, né un passatempo. E’ una necessità.
    L’educazione è quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo. L’assenza di educazione, al contrario, dimostrerebbe che la messa al mondo di figli è un atto casuale, un accadimento senza senso.

    E oltre ai genitori, assieme a poche altre agenzie, ci siamo noi capi scout.
    Eccoci a casa, siamo partiti dal vuoto e siamo arrivati alla proposta scout.

    Un’osservatore esterno a questo punto potrebbe dedurre che ciascuno di noi presenti è capo scout per questo motivo, per proporre esperienze che propongano valori per dare senso alle cose e quindi dare pienezza all’esistenza dei ragazzi.
    Voi siete capi scout per questo motivo?

    Quante storie e percorsi diversi dietro ai nostri volti.

    Quante strade ci hanno condotto qui, oggi. C’è chi è capo da qualche mese, chi da decenni. Chi è titubante, chi fa addirittura il formatore di altri, chi è preoccupato della continuità della propria coca, chi invece è preoccupato per la sua vita personale. Chi è colmo di gioia per l’ultima attività andata bene, chi depresso vorrebbe mollare tutto…

    C’è un percorso che però accomuna tutti?
    Sono arrivato alla conclusione che se esiste è di tipo circolare. SI può passare per il via più volte, senza peraltro restare fermi in prigione qualche turno, come a Monopoli.
    Volevo prima di tutto far osservare che anche in questo caso si tratta di STRADA, essere Capi Scout è comunque fare strada. Entrare in Comunità Capi è solo l’inizio di questo percorso, che se si ha la fortuna di poter percorrere per un tempo generoso, ci permetterà di camminare dentro noi stessi e conoscerci meglio, e fuori di noi, facendo esperienza dell’altro e del mondo.
    Il percorso che ho immaginato ha a che vedere con l’essere e con il tempo.

    Sono portato – il tempo della gratificazione

    C’è un tempo bellissimo tutto sudato
    una stagione ribelle
    l’istante in cui scocca l’unica freccia
    che arriva alla volta celeste
    e trafigge le stelle
    (Fossati, “C’è tempo”)

    C’è un tempo in cui ci si sente portati a fare i capi scout. E’ un tempo di grandi energie e spazi temporali esagerati, in cui le cose riescono naturali. Belle attività, risposte entusiaste dei bambini e dei ragazzi. E’ il tempo delle mille riunioni, delle agende che scoppiano, ma non importa. Ci riesco, sono bravo. Provo soddisfazione. Mi sento PORTATO. E’ il tempo dell’emozione, della novità, della commozione. L’uniforme è motivo di orgoglio, la scelta di educatore un’affermazione di sé e della propria volontà.
    Chi non gira allo stesso numero dei miei giri è un debole, incoerente, non è serio. “Ma come, non viene in uscita? Ma come, ha saltato attività anche oggi? Deve studiare? Deve laurearsi? Deve sposarsi? Ha un bimbo piccolo? Tutte scuse.”
    E’ il tempo dei giudizi severi, forti di una posizione personale quasi inattaccabile.
    E’ anche il tempo della sopravalutazione di sé. Si fotografa una nostra condizione temporanea scambiandola per la nostra personalità. Sentirsi PORTATI significa anche sentirsi spinti da un’onda potente che pensiamo inesauribile, ma che prima o poi si spegnerà sulla battigia della spiaggia, è la sua natura, non un dramma. Noi non siamo solo quello che il tempo della gratificazione mette in luce. Ma per fortuna ci pensa la vita a farcelo capire.

    Sono mandato – il tempo della responsabilità

    La lInea d’ombra, Jovanotti , dal minuto 1.57

    C’è un tempo in cui qualcuno bussa alla nostra porta, ci telefona, ci scrive e ci chiede disponibilità. Ci spiega che c’è un incarico da svolgere, un ruolo da ricoprire, ci dice che è importante. “Ho pensato subito a te”, afferma. “Sei la persona più adatta”, ci dice. “Ce la puoi fare”, aggiunge. E noi vacilliamo, perché fino a quel momento abbiamo fatto ciò che sapevamo fare. Ma questo incarico è diverso. Quanto impegno mi chiederà? Saprò far fronte alle difficoltà? E se non ce la facessi? Deluderò le aspettative?
    C’è qualcuno che crede in me, e conta su di me più di quanto io conti su me stesso. Mi da fiducia e me la chiede.
    E’ il tempo del cuore oltre l’ostacolo, del cappello al di là del fosso.
    Tra dubbi, timori e fatiche accettiamo la sfida della responsabilità, ci facciamo carico.
    Teniamo duro, tiriamo la carretta perché non volgiamo si fermi, anche se siamo soli, anche se siamo in pochi, anche se il futuro è buio.
    E’ il tempo del contare le proprie forze, e spenderle con parsimonia e saggezza perché ci aspettano tempi lunghi.
    E’ il tempo in cui abbiamo chi attende il nostro dito puntato verso la direzione da prendere. Nessun’altro lo farà al posto nostro.
    Essere MANDATI ha a che fare con la fiducia, il coraggio, la temperanza.

    Sono chiamato – il tempo della pienezza

    Il Piccolo Principe, la Pecora.

    E’ un tempo privilegiato, in cui il nostro impegno in associazione trova il suo senso compiuto nel rapporto educativo. Ma non sto pensando ad una relazione generica con il branco, il reparto, il noviziato, il clan. Sto pensando ad un rapporto educativo tra me, capo, e un bambino/ragazzo. E’ il momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può…
    A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.

    Se la domanda è “cos’è la vocazione”, la mia risposta è “questo momento”, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che un po’ di vocazione ce l’abbiamo anche noi.

    So che questa non è proprio la definizione di vocazione classica, quella spirituale, quella della chiamata di Dio che ci invita ad essere, a incarnare.

    Se posso scomodare le Scritture, allora lo faccio ricordando Pietro.

    Pietro viene scelto, viene chiamato a far parte degli apostoli di Gesù. Gli viene riconosciuta autorità, tra i 12 sembra essere privilegiato, assieme a Giovanni e Giacomo, nell’assistere ad avvenimenti importanti della predicazione di Gesù. Diciamo che gode del tempo della gratificazione.
    Ma l’onda, si sa, prima o poi si infrange. Dopo la cattura di Gesù, lo rinnega 3 volte, dice di non averlo mai conosciuto. Ne prende le distanze, ha paura per la sua vita. E’ il punto più basso che Pietro raggiunge.

    The Passion, Pietro rinnega Gesù.

    Quando Gesù appare risorto ai 12, le letture riportano il confronto a tu per tu di Gesù con Pietro.
    Immaginate Gesù che guarda Pietro. Immaginate il senso di colpa di Pietro e gli occhi bassi. Invece di chiedergli il perché del suo tradimento gli chiede se lo ama più degli altri. E’ assurdo, l’ha tradito qualche giorno prima…
    “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.” Gli disse: ” Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?” Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi ami?” e gli disse: “Signore tu sai tutto: tu sai che io ti amo”. “Gli rispose Gesù “Pasci le mie pecorelle” (Gv.21,10-19)
    Forse in quella prova Gesù aveva voluto fare toccare con mano a Pietro e quindi a tutti noi, quanto siamo davvero ‘niente’, nonostante la nostra boriosa sufficienza o stupida potenza. Per 3 volte Pietro ha rinnegato Gesù, per tre volte Gesù gli chiede se lo ama. E infine gli da l’incarico più gravoso, quello di erigere la sua chiesa, di essere il “capogruppo” degli apostoli, gli da il primato. Proprio a lui che ha tradito!
    Pietro aveva la vocazione? Non come la intendiamo nella sua accezione romantica: è stato chiamato e amato, anche nella sua debolezza.
    Avevano la vocazione gli altri apostoli? Erano pescatori, poveri e ignoranti, non certo dottori della legge né sacerdoti. Giuda ha venduto Gesù per 3 denari, di Pietro abbiamo detto, gli altri litigavano per un posto alla destra o alla sinistra del Maestro, non capivano le parabole, facevano domande imbarazzanti… Avevano la vocazione?

    Ultima tentazione, dal minuto 1,19

    https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4&t=53s


    Deve essere stato proprio lo Spirito Santo a trasformare quelle pecore in leoni il cui coraggio li ha accompagnati a dare la vita, al martirio. E’ lo Spirito Santo che ci aiuta a trasformare le nostre fatiche in rapporti educativi fecondi.

    Io credo che Pietro sia stato salvato dal baratro del senso di colpa da quella domanda ripetuta tre volte: Mi ami? In quel momento Gesù ha donato a Pietro il suo amore ma soprattutto la SPERANZA. Pietro ha capito che oltre alla sua debolezza c’era SPERANZA, che oltre l’immane difficoltà di portare nel mondo la Parola di Dio c’era SPERANZA.
    E’ la speranza che anima l’educazione, che motiva l’educazione.
    Noi sappiamo che dietro alle nefandezze dell’uomo c’è SPERANZA, perché siamo creature di Dio e Dio non ci condanna nemmeno quando lo tradiamo. E ci impegniamo proprio grazie a questo orizzonte.

    “Questa è l’unica reale possibilità che abbiamo
    Di riuscir loro (ai figli) di qualche aiuto nella ricerca
    di una vocazione, avere una vocazione noi stessi,
    conoscerla, amarla e servirla con passione: perché
    l’amore alla vita genera amore alla vita!”

    Natalia Ginzburg

  • La mia esperienza scout e i 4 punti di B.-P. disattesi

    La mia esperienza scout non rende onore del tutto ai 4 punti di B.-P., o non a tutti e 4.

    Non sono mai stato bravo con la pioneristica, non ho mai fatto molta attività fisica, solo saltuariamente. Cucino le bistecche e le uova, e la pasta. Già con il sugo ho qualche problema. Sandra sa che spesso perdo la gavetta in giro.

    Ma non per disordine, perché sono tendenzialmente una persona ordinata.
    La perdo perché durante le uscite e i campi mi perdo ad ascoltare, a parlare, ad incontrare le persone. Vivo l’incantesimo dell’incontro tra simili, o diversi che però sognano cose molto simili.

    Forse questa è una dimensione più vicina a quella del capo scout, rispetto a quella del ragazzo scout, me ne rendo conto.
    I capi scout sono esseri simili tra loro, hanno diverse cose in comune. Per i ragazzi la similitudine è meno evidente.

    E forse su questo aspetto pesa il fatto che ho iniziato il mio percorso scout solo a 14 anni, al terzo anno di reparto. Mi mancano i lupetti e i primi anni di reparto.
    Quindi la mia vita scout da ragazzo è stata caratterizzata dal noviziato, due anni, e poi il clan. Esperienza molto cerebrale ed emotiva, anche se con lo zaino sulle spalle.

    Poi tanti anni da capo, ed ecco il perché dell’incantesimo di cui parlavo prima e delle gavette perse.

    Essere capo scout, fare il capo scout, significa, se lo fai bene, buttare anima e corpo, darsi, riempire la propria vita di un contenuto e un senso sconosciuto ai più, ai familiari e agli amici non scout, ai compagni di università, ai colleghi. Significa vivere in uno stato di grazia, anche faticoso, che non è stato prima e, probabilmente, non sarà dopo.

    Siamo dei don Chisciotte, coraggiosi e incoscienti, e molto sognatori.

    Cosa c’è di così straordinario in questa esperienza di capo educatore? L’altro. I ragazzi e i capi con cui condividi.

    Hai la magnifica possibilità di entrare in relazione, profonda e genuina, con ragazzi e ragazze che stanno crescendo e ti chiedono di disegnare per loro una pecora. La conoscete la storia dell’aviatore che incontra il Piccolo Principe, no? Chiede all’aviatore di disegnare una pecora, e lui fa alcuni disegni, ma non riesce ad accontentare il Piccolo Principe. Troppo vecchia, malaticcia, sembra un cane… Infine lui disegna una scatola con dei buchi per l’aria e dice che la pecora è al riparo, dentro la scatola. E il Piccolo Principe sorride, felice. Ecco la pecora che voleva, è lì dentro.

    Questo per dire che il rapporto che si instaura tra un capo scout e un ragazzo, che noi vorremmo chiamare educativo, è del tutto diverso da quello di un genitore e figlio (l’ho capito in questi ultimi anni…) e diverso da quello di un insegnante e allievo. E’ dentro quella domanda: “Disegnami una pecora”. Significa che i ragazzi non ci chiedono come é fatta una pecora, lo sanno già o possono saperlo facilmente anche in internet. Ci chiedono come noi vediamo la nostra pecora, qual è la nostra esperienza, cosa sentiamo, cosa proviamo. Perché si fidano, e capiscono che tu, capo, sei lì non per un contratto professionale e nemmeno per un legame di sangue. Sei lì perché lo vuoi tu e perché tu sei interessato a loro, nel modo più gratuito. E già questo è un mistero che educa.

    Dopo diversi anni di capo clan, ho fatto altre cose, capogruppo, incaricato di zona di branca, responsabile, consigliere generale. Tutte esperienze molto belle, ma il capo clan… è un’altra cosa.

    Poi i figli, cambiato casa e paese. E passano altri dieci anni.

    Domenica scorsa ho rivisto una ragazza del clan (di quando io ero capo clan), era ragazza a quel tempo. Ora è una donna, una mamma. Ha perso il papà il venerdì santo. L’ho solo abbracciata e chiamata per nome, e così ha fatto lei. Nulla di strano, direte voi, e dico anch’io. Non posso dire cosa possa aver pensato lei, ma posso dire cosa ho pensato io: non si smette mai del tutto di essere capi clan, nemmeno dopo tanti anni. Guardi questi ragazzi ormai adulti e ti dici che non sai quasi più nulla di loro ma senti di conoscerli, anche se non li frequenti più. E soprattutto senti che hai ancora una responsabilità residua nei loro confronti, perché quello dell’educatore non è un gioco di ruolo che dura il tempo del censimento, è una fiducia reciproca che va oltre, è una consegna che tocca ciò che abbiamo di più profondo e importante, e bello.

    Il segreto, penso, è la gratuità del tutto. Mi azzarderei a chiamarla esperienza di fraternità.

    A dirla tutta, fare esperienza di comunità e fraternità come quelle che si instaurano in branco, in reparto, ma soprattutto in branca rover e in comunità capi, è una fregatura.

    Quando poi vivi altre realtà comunitarie, altro associazionismo, partiti, anche l’ambiente di lavoro stesso, ti aspetteresti di trovare qualcosa che ci assomigli, ma difficilmente è così. Ma come? – ti dici- sono sicuro che si può, l’ho provato di persona quel tipo di comunità… perché non può essere così anche altrove?

    Sto ancora pensando alla risposta giusta.

    Ne azzardo una. Credo che abbia a che fare con una congiunzione temporale, quindi che abbia a che fare con i tempi e il tempo.
    E’ l’incontro tra un giovane adulto (come non sono più io) e dei bambini, ragazzi e giovani che stanno, ciascuno secondo la propria età, scoprendo il mondo, con l’entusiasmo e lo spavento necessario.
    La somma delle sicurezze acquisite di ciascuno non fa quella di un adulto navigato, come siamo ormai noi tre (lascio fuori la ragazza Sandra).

    Ma la somma dei loro sogni e del loro desiderio di confronto e di trovare un posto nel mondo è 10 volte il nostro.

    Il segreto è la porta che i cuori e le teste dei giovani tengono aperta. Quella porta con il tempo viene sempre più accostata.
    A meno di un nostro strenuo impegno a tenerla aperta o a qualche “bug” genetico, ci sono anche quelli…

    Non so come classificare tutto ciò all’interno dei quattro punti di Baden Powell, forse Servizio, forse carattere.
    Forse ha a che vedere con la spiritualità scout.
    Di certo è scautismo, lo è nel midollo.

    Non ho parlato della natura, della strada, dell’essenzialità, della gioia del canto e del gioco, della progressione personale.
    Ma ho parlato di quello che ha formato maggiormente ciò che sono oggi.