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    FIDUCIA

    Al primo posto tra i requisiti metterei la fiducia nell’uomo con particolare riferimento a quel periodo della sua vita nella quale prendono forma quei connotati che diverranno stabili nell’adulto. Ritengo quello della fiducia non solo un requisito basilare (non si può infatti dedicare una parte importante di se stessi e della propria esistenza a qualcosa a cui non si crede) ma anche un requisito oggetto di conquista, in quanto contrapposto alla dilagante e generale sfiducia (nelle Intenzioni e nella volontà dell’uomo, nelle nuove generazioni, nelle istituzioni, nei valori, nella presente cultura, ecc.). Fiducia nell’uomo vuol dire anche, in termini educativi concreti, che la partita non è mai definitivamente persa e che l’inatteso recupero può sempre essere dietro l’angolo.

    GIOIA

    Considero il capo un uomo o una donna capaci di offrire la gioia agli altri perché uno dei loro compiti primari consiste nel farsi carico della perenne ricerca di felicità che rappresenta la principale motivazione istintiva di ogni uomo. Per questo non so immaginare un capo che non senta la gioia di vivere, l’impegno di trasmetterla agli altri e la volontà di proteggerla dalle insidie di chi è  propenso a rinunciarvi.

    TESTIMONIANZA

    Il Capo conta per quello che è e non per quello che dice. Ho letto che un testimone è colui che nella vita personale premette, non tanto una legge (in questo caso gli basterebbe essere “osservante”), ma un valore, e per questo dovrà essere in permanente conversione nella ricerca di perfezione. Il testimone può essere “un filtro”, che impoverisce il valore, o un “prisma” che ripropone, in forma personalizzata, la ricchezza dell’ideale.

    DECISIONISMO

    Per essere effettivo agente di crescita sia personale ma soprattutto comunitaria, il capo deve possedere un altro requisito che è quello di saper prendere delle decisioni. Ho visto molte unità volgere allo sbando, perché il loro capo si è rifiutato (o non era in grado) di prendere rapidamente chiare decisioni autonome.

    PERSEVERANZA

    Un altro attributo del capo è sicuramente costituito dalla perseveranza. Educare richiede tempo e continuità. Non credo che valga la pena di insistere su questo punto. Ciascuno di noi ha avuto nella sua storia passata una persona che ha influito in modo decisivo sul suo cambiamento nei confronti di se stesso e degli altri. Pensiamo al tempo che è stato necessario a questo nostro educatore per operare su di noi in termini di conversione.

    CARISMA O PROFEZIA

    Due modelli mi sembrano dominare. Da un lato il capo naturale. Colui che ha una serie importante di doti innate per ottenere ed esercitare l’autorità: attira l’attenzione su di sé, sembra di stare con i ragazzi o con gli uomini anche se in realtà sta sopra di loro, ottiene molto in modo apparentemente spontaneo, è attraente, lungimirante, severo e riconoscente, sa sancire e gratificare, è competente e rigoroso sia con sé che con gli altri. E’ dominante nelle discussioni e nel lavoro di gruppo. Fa riferimento a se stesso per avvalorare le sue affermazioni. Pur con evidenti sfumature o si è con lui o si è contro di lui. Ed essere contro di lui non è una condizione di tutto riposo.
    Anche se si potrebbe continuare ad esemplificare, mi sembra che questo identikit del capo carismatico sia sufficientemente eloquente. Se è vero che si tratta di capacità naturali, è certo che tutte o parte si possono acquisire con la pratica ed in un certo clima di formazione. Per ritornare nel sistema scout questo è più o meno stato il tipo di capo che si pensava di costruire quando il movimento si rivolgeva a poche migliaia di ragazzi ed a qualche centinaia di capi. L’intensità delle scelte e dell’impegno sembrava privilegiare la formazione di capi esigenti, estremamente coerenti e volitivi, decisi e disponibili.
    L’altro modello è quello del capo-profeta. Tutta la sua forza è nella sua personale scelta di vita, nella coerenza con i suoi valori, nella fedeltà e nell’attenzione agli altri.
    E’ un capo che avanza silenziosamente lungo misteriosi itinerari di amore e di fede per dare – quando l’occasione si presenta – testimonianza del percorso compiuto. Non si impone e non impone. Il suo è un continuo e discreto invito a realizzarsi partendo dal principio – espresso dal suo esempio – che tutto nasce da un sofferto ed incessante sforzo di introspezione e di interiorizzazione. Lungo le strade del nostro passato e – forse – del nostro presente abbiamo certamente incontrato uno dei due (o entrambi questi) modelli di capo. Ognuno ha certamente un senso ed un suo significato nell’evolversi della storia dell’uomo. Non intendo dire quello che oggi sarebbe maggiormente desiderabile e lascio al lettore o ai lettori riuniti nell’eventuale Comunità di Capi di esprimere la loro opinione.

    IL MARTIRIO DEL CAPO

    Non sono pochi i capi che proprio dal servizio educativo attingono le vere gratificazioni della loro esistenza. Nel lavoro non si realizzano, ma negli scout sì. In famiglia non riescono a comunicare, ma in comunità capi sì. Alle feste nessuno li sta ad ascoltare, ma negli scout sì. Nessuno li ammira, ma i loro ragazzi, loro sì che li ammirano. Non avrebbero nessuno a cui confidarsi, ma in clan, in noviziato, in alta squadriglia e talora perfino in reparto è possibile, anzi è giusto giocarsi, condividere le proprie pene e i propri problemi. I ragazzi(ni) ascoltano. Poi ripetono, ne chiacchierano fra di loro. I fatti del capo sono fatti importanti, modestia a parte.
    Sempre in sede. Conosce uno per uno tutti i bambini di tutte le unità del gruppo. Sa i fatti privati di tutti i capi di tre o quattro gruppi. Tutti i capi della zona e della regione lo conoscono, perché non manca mai di dire la sua in assemblea. Il capo modello. Sa bene che la società segue valori sbagliati, ed è per questo che il suo posto non è là fuori, ma dentro l’associazione.
    E per questo che fuori non ha successo. Perché l’unico successo che conta è quello negli scout. Ci sono i capi che mettono al primo posto gli esami, le vacanze con la famiglia, gli impegni di lavoro. Fortuna che c’è lui, colonna del gruppo. Lui può sempre. Comunque è bonario e non lo fa pesare esplicitamente. Ognuno ha il suo posto, e non puoi pretendere dagli altri quello che pretendi da te.

    D’accordo, di capi così non ce ne sono molti. Ma dentro ognuno di noi se ne annida un pezzettino. Ed è meglio tenerlo d’occhio. Ad esempio: il reparto si trova davanti un torrente gonfio di acque e non sa come attraversarlo. Il capo, forte di vecchie esperienze, ha già adocchiato sulla riva il lungo larice seccato da un fulmine.
    Basterà dargli una spinta e diventerà un ponte perfetto, compresi i rami spogli per aggrapparsi. Sarà un’avventura che tutti ricorderanno. Il capo ora può ascoltare due voci.

    La prima gli dice: «Ecco un’occasione perfetta per costruire il tuo mito. Tu avrai una trovata geniale, i ragazzi crederanno in te. E non lo farai per vanità: lo farai perché più ti ammirano, più la tua azione educativa può essere incisiva». La seconda voce gli dice: «Non conti tu, ma loro. Se lasci che ci arrivino da soli, l’avventura sarà dieci volte più entusiasmante. E soprattutto impareranno a non aspettare che qualcun altro li tragga d’impaccio. Impareranno che se si guardano intorno e che, se useranno la testa, possono superare qualunque ostacolo».

    Un capoclan o un maestro dei novizi durante un capitolo in cui non si riesce a fare chiarezza: poche parole da adulto possono chiarire il problema addirittura consegnarlo bell’e risolto nelle mani dei ragazzi. E i ragazzi diranno: Che capo! che persona eccezionale. E in futuro lo ascolteranno anche di più, avranno ancora più fiducia in lui, si affideranno a lui… invece che a se stessi.

    Meglio restare in ombra, meglio fingersi meno bravi di quello che si è. Questa spesso è la vera bravura. Fare in modo che i ragazzi sentano di avercela fatta da soli, perché imparino a farcela sempre con le loro forze. Cercare altrove i riconoscimenti di cui abbiamo bisogno.

    Viva il capo che qualche volta non può. Viva il capo che è anche qualcos’altro.
    Viva il capo che prima di essere capo un uomo o una donna felice.

    EROE

    E’ vero, B.-P. parla di culto dell’eroe come di una risorsa educativa. Ma il suo discorso va compreso bene. Egli non dice al Capo: «devi sforzarti di divenire l’eroe dei tuoi ragazzi», ma invece: «bada, la posizione che ti dà lo scautismo è tale che, data la psicologia del ragazzo, non potrai non divenirne l’eroe»; e prosegue quindi il discorso in chiave di responsabilizzazione educativa del Capo.

    In questo nostro improvvisarci psicologi e sociologi abbiamo spesso dimenticato di considerarci come una variabile molto influente sul gruppo. Insomma ci siamo chiesti: perché Pierino dice le bugie? (lodevole passo avanti rispetto all’etichettarlo bugiardo) quando dovremmo chiederci: perché Pierino dice le bugie a me? Anche se ciò comporterà una osservazione di noi stessi, a volte scomoda, dobbiamo convincerci dell’importanza del capo nel modificare la dinamica del gruppo, includendo sui rapporti che si creano e quindi sullo sviluppo di ogni ragazzo: quello che è una unità dipende in buona misura da chi e da come gioca questo ruolo. Naturalmente ciascun membro di un gruppo ha sugli altri una qualche influenza, ma il capo o i capi sono quelli che hanno di gran lunga la massima influenza (Polansky). Per questo non credo che affermare, come fanno alcuni giovani capi, di essere uguali ai loro ragazzi e di sforzarsi per esserlo sia un modo di risolvere seriamente il problema: non è il negare la pericolosità di un’arma che si ha in mano che serve a renderla più innocua, anzi.

    TIPI DI AUTORITA’

    Autorità promotrice si ha quando gli interessi di chi comanda e di chi segue sono rivolti in una stessa direzione. Il successo di chi comanda è legato al fatto che egli riesca a far progredire chi lo segue. Il capo usa la propria condizione per aiutare le persone a lui soggette, in modo da ridurre progressivamente la loro inferiorità e renderle libere. Si sviluppano reciproci sentimenti positivi (amore, confidenza, stima, ecc.). L’autorità promotrice è razionale, si fonda sul consenso attivo e ragionato ed è volta ad ottenerlo.

    Autorità lassista si ha quando il capo si disinteressa dei seguaci lasciandoli in balia di loro stessi. Se essi necessitano per sviluppare la loro potenzialità dell’aiuto, della guida, del consiglio del capo sono fortemente danneggiati da questa assenza. Purtroppo questo tipo di autorità è spesso confusa con quella promotrice, mentre può provocare blocchi dello sviluppo persino più gravi di quelli prodotti dall’autorità inibente.

    Autorità inibente si ha quando il capo utilizza la propria posizione per sfruttare o coercire gli altri. E’ caratterizzata da una netta sfiducia del capo verso i seguaci la cui inferiorità egli vede irrimediabile o, in ogni caso, utile ai propri scopi, e perciò non ha alcun motivo per cercare di ridurla ma anzi tende ad accrescerla; questo tipo di autorità è fortemente alienante ed evolve in senso irrazionale in quanto consente una adesione al capo soltanto emotiva, che cioè non tenga conto dei dati della realtà o addirittura li deformi al fine di evitare la presa di coscienza di essere trattati come persone cronicamente inferiori. In conclusione, la differenza più sostanziale sta nel fatto che l’autorità inibente è costretta per mantenersi a sfruttare nei ragazzi bisogni immaturi (dipendenza da figure paterne, rinuncia all’autonomia, gratificazione per mezzo della identificazione nel capo, ecc.) e quindi favorisce la regressione, mentre l’autorità promotrice potenzia i bisogni più elevati e la maturazione. I tre tipi di autorità si esprimono in atteggiamenti diversi del capo: è chiaro che anche se si tende a distinguere tre tipi di capo (democratico, lassista, autoritario), nella pratica è difficile riscontrare il tipo puro ed in ognuno di noi, a ben guardare, coesistono tutti e tre gli aspetti a seconda della situazione.

    AUTORITÀ AUTORITARISMO AUTOREVOLEZZA

    Quando si parla di ‘Capi’ nello scautismo si cerca sempre di dare al termine un significato particolare, diverso dalle solite accezioni, per indicare un rapporto tra adulto e ragazzo fondato sulla fiducia reciproca e sulla volontà di aiutare il ragazzo a costruirsi da solo, a diventare se stesso, a realizzare la sua identità unica e irripetibile non come copie di uno stereotipo né di un modello carismatico. Si accenna all’autorità del capo come alla responsabilità dell’adulto verso chi sta cercando la propria strada su delle tracce già segnate, definite come ‘tracce scout’.

    È stata la scoperta di Baden-Powell, la sua intuizione educativa che ha iniziato nel mondo del nuovo metodo pedagogico, l’idea di dare al ragazzo proposte concrete, inviti di comportamenti da sperimentare nella vita per coglierne poi il valore teorico. Partire dall’azione per giungere al pensiero, vivere avventure positive e affascinanti per poi scoprirne il valore oggettivo da rendere criterio di scelte nuove, arrivare all’ideale attraverso piccole esperienze concrete, è il sistema scout, è la ricchezza inesauribile di questo particolare modo di vita.

    Qual è allora il compito del capo, specialmente nell’ambito del roverismo scoltismo, quando il ragazzo ha già compiuto un percorso che gli ha fatto scoprire alcuni valori decisivi per la sua vita? Si parla di ‘non-direttività’, di apertura alle iniziative personali di ciascuno, di rispetto di ogni scelta come terreno di esplorazione, di accettazione di gesti e atteggiamenti che il ragazzo ritiene opportuni.
    Alcune teorie pedagogiche di questi ultimi decenni insistono sul senso di libertà e di responsabilità da rispettare se si vuole far crescere la personalità autentica di ciascuno. In altre parole, si ha paura dell’autoritarismo, della volontà del capo imposta come infallibile e come unico criterio di verità e di bontà, si ha paura del capo come ultimo punto di riferimento come criterio indiscusso per ogni scelta. E in questo senso è una paura sacrosanta, anche perché non si estingue mai in nessuno la voglia di protagonismo, di un potere sulle coscienze che fa sentire importanti e utili per il bene del prossimo.

    Anche nello scautismo, il pericolo di autoritarismo sussiste sempre come impegno di un servizio onesto e competente, e non di rado lo si vive come un fatto meritorio.
    Ben venga allora il richiamo all’autoeducazione, come scoperta dei valori di ciascuno, come rispetto del segreto delle persone, come attesa del “prodotto finito” passando per il cammino imprevedibile di ciascuno. Ben venga, quindi, la posizione di chi credendo nella ‘vocazione’ di ogni uomo da parte di Dio che crea ciascuno affidando a ciascuno un compito particolare da realizzare con delle doti utili allo scopo, non si intromette con le proprie azioni direttive per lasciare tutto lo spazio alla verità originaria di ciascuno.

    Ma questa non direttività non è poi così facile come sembrerebbe, non è solo il “lasciar fare” indiscriminato, pronti se mai a richiamare, a correggere, non è stare alla finestra per vedere come agisce la persona o quasi obbligati ad approvarne qualunque scelta. Un atteggiamento del genere non avrebbe nulla di educativo e potrebbe diventare addirittura una complicità con condotte negative e quindi tradimento del compito stesso del capo.

    Per non essere autoritari non è necessario scomparire lasciando campo libero al ragazzo, che comunque non sarebbe mai del tutto ‘autonomo’ bensì condizionato pesantemente dalla mentalità corrente, È vero che nel gruppo dei pari, il ragazzo impara a scoprire se stesso e a confrontarsi, a misurare le proprie forze senza possibilità di nascondimenti né di maschere. Ma è anche vero che il ragazzo ha bisogno di un aiuto per discernere, per leggere in verità i messaggi che ritrova dentro se stesso e nell’ambito in cui vive.

    Qui, allora, emerge l’aspetto più importante e più caratteristico del capo: è la sua ‘autorevolezza’, il fascino della sua personalità che vive in prima persona ciò che i ragazzi stessi stanno cercando in modo più o meno cosciente. Il capo diventa il personaggio che ha già conquistato quel modo di vivere tante volte presentato in schemi teorici, colui che pur nei limiti e negli insuccessi quotidiani, gode di essere ‘scout’, di realizzare gli ideali sognati e perseguiti giorno per giorno.

    Anche se manca il comando preciso o il divieto perentorio, se non c’è più il peso del precetto da osservare meticolosamente, c’è -ed è più intenso- il richiamo di una esperienza realizzata, il fascino di una personalità serena e libera che segue con gioia la linea tante volte sognata e cantata nei bivacchi e nelle cerimonie sempre così suggestive. È questo il compito del capo, non un autoritarismo che si impone, né una presenza passiva e silente, e nemmeno una dipendenza dai ragazzi stessi, quasi a rimorchio delle loro scelte nella illusione di rispettare la loro personalità: ma la gioia di vivere l’ideale scout nella propria realtà di adulto, di avere dato un volto preciso alla propria vita aperta al servizio in tutte le direzioni, di costruire già quel mondo un po’ migliore di come è stato trovato” che è il perenne criterio della propria condotta. Così il capo svolge un compito immancabile nel cammino del rover e della scolta, un compito che scende nell’intimo della persona perché si tratta non di comandi né di imposizioni cervellotiche, ma di scelte e atteggiamenti vissuti in prima persona. Il capo vive la sua scelta scout come orientamento integrale della propria vita, come caratterizzazione della propria persona: quando è insieme ai suoi rover e scolte, nei capitoli, nelle riunioni, nelle routes, il suo ‘stile’ – cioè tutto il suo modo di fare, di parlare, di gestire, il suo rapporto con gli altri e con le cose- attua l’ideale scout, rende viva quella ‘legge’ che è diventata abitudine ed espressione di sé.

    È così che l’obbedienza non è un’adesione acritica o una sottomissione forzata, quanto il gusto di appropriarsi di quelle caratteristiche particolari presenti nel capo e da lui godute come elementi fondamentali del vivere.

  • Il ruolo del capo scout

    Cerchiamo ora di guardare dentro alle richieste che avete fatto in zona, alle parole che avete detto circa il ruolo del capo scout, che abbiamo sottolineato e che ho sintetizzato in quattro punti:

    1. Essere di riferimento
    2. Costruire una relazione
    3. L’autorevolezza
    4. L’intenzionalità

    Per ciascun punto andremo a dare uno sguardo al mondo dei bambini (ciò che l’attualità propone), e poi daremo “uno spunto positivo”, qualcosa che ci faccia pensare a qualcosa di buono.

    Essere di riferimento

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: lo youtuber che gioca a Minecraft

    a. Per i bambini di oggi, almeno per diversi, gli youtuber sono dei riferimenti. Tra di loro si suggeriscono chi “seguire”, di chi diventare “follower”, e attendere le loro “notifiche” di nuovi video da guardare.

    b. Gli youtuber parlano a loro, si riferiscono a loro, li chiamano “ragazzi”, fanno conto che loro, i bambini, siano lì davanti al monitor, di fronte a loro che parlano al microfono con le cuffie in testa. E parlano, parlano, parlano. Giocano al posto loro, si esaltano, si rammaricano, si spaventano, si divertono, e alla fine chiedono in cambio solo un “mi piace”.

    c.  Che cavolo hanno di così attraente e ipnotico questi youtuber?
    sono pari loro ma meglio di loro, mostrano come si fa, dedicano il proprio tempo a parlare di cose che a loro interessano, sono di successo, sono popolari, non incutono timore, non è difficile arrivare a loro, non c’è fregatura, non si fa fatica

    2.  Uno stimolo positivo: Il maestro di Van Gogh

    a. Il maestro di Vah Gogh ripeteva la stessa lezione tutti i giorni, la lettera A, la lettera B, etc. etc. Un giorno però il maestro chiama Van Gogh a leggere le lettere tutte assieme e improvvisamente la magia: Van Gogh legge e quei simboli non saranno più dei singoli disegnetti, ma d’ora in poi sarà impossibile non leggere tutta la frase.

    b. Un bravo capo scout dovrebbe diventare un po’ come il maestro di Van Gogh, dovrebbe riuscire nel tempo (nel tempo!) ad aiutare i bambini (e i ragazzi poi) a leggere la loro vita in un modo da cui poi è impossibile tornare indietro. Si tratta di riuscire a mettere assieme i pezzi dell’esistenza che ciascun bambino può vedere da solo, ma che solo un “maestro” può aiutare a mettere in fila come i vagoni di un trenino, come i pezzi di un puzzle, come i capitoli di un racconto. Il loro racconto, ma che infine è il racconto di tutti gli uomini.

    c. Penso soprattutto a come, attraverso l’esperienza scout, io leggo l’uomo, le sue vicende, come leggo i migranti, come leggo la precarietà, come leggo la fatica della democrazia, come leggo il disagio dei bambini con situazioni familiari difficili, come leggo le altre religioni e la necessità della spiritualità..

    d. Voi siete il primo “stadio” del razzo che porterà i lupetti e le coccinelle a diventare uomini e donne della partenza, il primo vettore. Ce ne saranno altri dopo di voi, e alla fine la gloria se la prenderanno i capi clan, ma voi, voi, siete i primi a dover guardare in quella direzione mentre vi rapportate con i bambini. Altrimenti  dove potete posare lo sguardo? Su di voi? Su di loro?

    e. Quindi significa che dovete avere in mente ben chiaro a quale uomo e donna della partenza stiamo puntando, noi dell’Agesci. Vi aiuterà tantissimo nel fare i capi branco e cerchio.
    Quell’uomo e donna della partenza che avete in mente vi aiuterà a rispondere al lupetto Marco quando vi dice che non ce la fa più a giocare perché è stanco e alla lupetta Giulia che insiste a dire che quel gioco è da maschi e vuole cambiare. O Giovanni che vi dice che la storia di quando Mowgli  viene trovato da mamma Raska fuori della grotta la sa a memoria. O quando tutti urlano e schiamazzano e non riuscite a spiegare il gioco. Vi aiuterà a superare le naturali antipatie e simpatie, anche in staff, e a guardare all’obiettivo, che è più grande di noi.
    Perché noi puntiamo all’uomo e la donna della partenza, non al successo del gioco o del racconto. Noi non siamo animatori di villaggi turistici, siamo educatori.

    f.   I  bambini avvertono se voi dite la verità e se siete veri (che sono due cose distinte) e se lo avvertono allora diventerete il loro youtuber della vita preferito, e vi lasceranno molti “i like”.

    g.  Se i bambini lasceranno lo scautismo dopo il branco, o peggio ancora durante l’esperienza del branco, poco male. Si resta youtuber preferiti ugualmente tutta la vita, credetemi. Talvolta bastano 5 minuti a fissare uno sguardo e una parola per sempre.

    Costruire una relazione

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: l’unboxing

    a.  una parolona inglese intraducibile, se non con “scartare”. II bambini guardano altri ragazzi che al posto loro scartano dei pacchi, li aprono e scoprono dentro i giocattoli del momento o dispositivi elettronici da aprire, provare, testare, a volte smontare.

    b. Un modo per scoprire cose nuove, per vedere come altri coetanei intendono le cose, gli oggetti, le vivono, ci giocano.

    c.  Vedi spesso le mani di chi apre, manipola, stringe, schiude, taglia, sperimenta, sono le mani dello youtuber, ma in quel momento diventano le mani di chi sta guardando, una estensione virtuale delle proprie mani

    2.  Uno stimolo positivo: la pecora del piccolo principe

    a.  Se penso ad un rapporto educativo tra me, capo scout, e un bambino/ragazzo, allora penso al momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può. E che noi siamo lì con loro in carne e ossa, non siamo un avatar che porta una fotocopia  consunta.
    A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.

    b. Questo momento, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA.

    c.  Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che abbiamo stretto una relazione.

    d. Non ci sono solo momenti di questo tipo nella relazione con i lupetti, me ne rendo conto. Però con qualcuno, in qualche momento della loro esperienza scout, potrebbe arrivare l’occasione della domanda della pecora, che a volte non è esplicita, e l’opportunità della nostra risposta, di cui dobbiamo essere pronti.

    e. Mia moglie, insegnante della scuola materna, mi ha detto di dirvi che ai bambini bisogna voler bene, e questo può bastare.

    f.  Come si vuol bene ai bambini? Considerandoli, ascoltandoli e spiegando loro le cose, pazientemente. I bambini hanno bisogno di spiegazioni, per tutto ciò che noi adulti diciamo, facciamo, indichiamo, consigliamo. Hanno bisogno dell’unboxing, perché per loro è una chiave per comprendere la loro esistenza e ciò che li circonda.  Mai sufficienza, mai superficialità, mai far finta di ascoltarli, non sono stupidi. I bambini sono piccole persone, non stupide persone.

    g.  Il branco è uno strumento, loro sono persone a cui volere bene. Avranno “fieno” abbastanza dentro la scatola?

    L’autorevolezza

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: un video sui supereroi con i superpoteri

    a.  L’autorevolezza di questi supereroi è data soprattutto dalla forza dei loro superpoteri. Ve li immaginate senza?

    b. Perché ai bambini (e non solo) piacciono così tanto i supereroi? E’ più il desiderio di forza  o quello di difesa da cui hanno paura?

    2. Uno stimolo positivo: Il lupetto e i supereroi

    a.  Questo lupetto dice che lo scout assomiglia di più a quei supereroi senza superpoteri, come Batman, che utilizza strumenti, si ingegna più che approfittare di poteri che altri non hanno.

    b. Credo vada colto un richiamo alle nostre radici: noi scout siamo la rappresentazione moderna dell’uomo del bosco, che sa cavarsela con un coltello e uno spago. Il regolamento metodologico parla di attività sempre fondate sulla semplicità ed essenzialità, perché è la nostra strada maestra.

    c.  Voi capi non siete più intelligenti degli altri, non avete più tempo degli altri, non siete più bravi, non avete i superpoteri. Avete anche voi una famiglia, uno studio o un lavoro, degli amici, la birra e la pizza, la discoteca, lo sport, la tv, il cinema.

    d.  Ma un superpotere ce l’avete e il lupetto non può ancora saperlo: avete dentro di voi il sacro fuoco, piccolo o grande, che vi arde in petto. E’ il fuoco di chi è stato toccato nel cuore da un’esperienza o da delle persone, o da entrambe, fuse nella proposta scout che avete vissuto e state vivendo.

    e.  Il regolamento dice . “In questo contesto le proposte assumono maggior significato per il ragazzo quando la relazione stessa con il capo è appassionante, nella misura in cui risulta dinamica (cioè in continuo divenire) e coinvolgente (cioè tocchi il suo cuore). “

    f.  Voi diventerete autorevoli nella misura in cui riuscirete a “toccare il cuore” dei bambini, coinvolgendoli nel racconto giungla, guardandoli negli occhi, chiamandoli per nome (non solo richiamandoli per nome), giocando con loro come nessuno ormai fa, discutendo con loro come ormai pochi fanno. Torniamo un po’ al tema precedente, quello della relazione. Ma qui dobbiamo sottolineare l’aspetto della coerenza.

    g.  Niccolò Fabi, in una bellissima canzone scritta in occasione della nascita di sua figlia, dice che quando si diventa genitori  “devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario non c’è più un giorno da perdere nel tuo calendario e poi serenamente a ciò che non ti rappresenta dire no finalmente” . Un po’ vale anche per i capi scout, abbiamo l’opportunità e la necessità di dire NO, finalmente, a ciò che non ci rappresenta. Sono quelle situazioni che spesso, normalmente, l’età e la vita ti portano a provare, vivere, buttare lì, per poi accorgersi che non sono per noi, non ci rappresentano. Non ci fanno assomigliare a noi stessi. Se diciamo NO, assomiglieremo di più ai nostri desideri e i bambini vedranno in noi persone che pensano e decidono con la propria testa, che sanno rinunciare per privilegiare. Arrivare puntuali alle atttività, non parlare un linguaggio volgare nemmeno quando ci togliamo la pelliccia (i bambini sono in agguato, sempre), avere tempo per loro, non esagerare per il gusto di farlo, stare attenti a cosa pubblichiamo nei social perché noi siamo quello che sembriamo e loro sono anche lì. Ma non come fanno i filistei, ma perché ci crediamo!

    L’intenzionalità

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: i cartoni “usa e getta”

    a.  Mi colpiscono i cartoni che vengono trasmessi dai canali tematici gratuiti di Rai Gulp, Super!, Fresbee, etc.  Spesso sono cartoni a basso costo di produzione, animazioni scadenti, molti schiamazzi, colori accesi, rumori continui in sottofondo, dialoghi scarsi, voci squillanti e deformate, effetti sonori a iosa…  Sono i discount del cartone, del resto sono gratis.

    b.  Sono cartoni da ipnosi, i bambini rimangono lì davanti, la loro mente corre dietro agli eventi che si susseguono rumorosi e ininterrotti (guai a fare una pausa, i bambini potrebbero tornare in loro e abbandonare la visione). Non resterà molto della trama, non è la questione principale. Non c’è un prima  e non c’è un dopo. Cartoni usa e getta.

    2. Uno stimolo positivo: i cartoni con un senso, di formazione

    a.  Ci sono cartoni diversi, di fascia media e poi quelli di alta gamma. Sono cartoni la cui produzione è costata moltissimo, basta vedere i titoli di coda che elencano decine e decine di persone dedicate alle fasi creative o tecniche più disparate. Colonna sonora originale, magari cantata da pop star, fotografia e animazioni realistiche, trama e narrazione da sceneggiatura di film da Oscar.

    b.  Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da classificarli quasi come “cartoni formativi”, sto pensando per esempio a “Inside Out”, “Up” o ad altri che mi sono piaciuto dove si parla di famiglia, di  amicizia e non in modo scontato e stereotipato  come “Il viaggio di Arlo”, “I Robinson, una famiglia spaziale”, “Lilo e Stich”, “Ralph spaccatutto” e tanti altri.

    c.  E’ evidente che in entrambi i casi i bambini si “impallano” davanti allo schermo. Ma c’è modo e modo. E soprattutto c’è intenzione e intenzione.

    d.  Con questo non voglio dire che i bambini vanno portati al cinema e la televisione va spenta. Dico che bisogna essere innanzitutto coscienti della differenza, e usare di conseguenza coscientemente gli strumenti a disposizione.

    e.  Quando proponiamo un gioco al branco, dobbiamo chiederci proprio questo: perché li stiamo facendo giocare? Mancavano 20 minuti alla conclusione dell’attività e rischiavamo di stare seduti in tana? Me l’avevano chiesto con insistenza e non ho saputo dire di no e così via alla partitella a calcio? Oggi toccava a palla avvelenata perché il roverino l’abbiamo giocato l’attività scorsa? Così almeno non ci tormentano gridando in sede? Così stanno all’aperto e respirano aria buona? Perché lo scautismo si vive fuori all’aperto? O perché quando abbiamo pensato all’attività di oggi abbiamo anche incluso il gioco a tema che richiama il racconto ascoltato o ciò che abbiamo realizzato con le nostre mani poco prima?

    f.  Ma l’intenzionalità educativa non si sviluppa solo nella scelta del gioco giusto. E’ una continua tensione del capo a comportarsi tenendo a mente dove vuole arrivare. L’uomo e la donna della partenza, il tema dell’anno, gli obiettivi del progetto educativo.

    g.  Questa “tensione” non si esplica necessariamente con delle cose da dire o da fare. “TUTTO COL GIOCO, NIENTE PER GIOCO”, questa è l’intenzionalità educativa scout.

    h.  Difficile, direte voi. Più facile di fare le cose a caso, risponderò io. Pensate se oggi fossi arrivato qui senza aver prima pensato a quello che volevo dire, andando a braccio, sparando temi sconclusionati e senza un obiettivo. Io avrei faticato il triplo, e voi ve ne sareste accorti immediatamente. I bambini giocano lo stesso, per carità. Ma avranno perso ancora una volta l’occasione per ricevere un attenzione educativa da un adulto al posto del “gioca così non rompi” che tante volte si sentono rivolgere.

    Un ultimo video, ha a che fare con l’abbraccio di “Tristezza” che abbiamo visto in “Inside Out” poco fa. Lei è Daniela Lucangeli, è una scienziata dell’educazione.

    https://www.facebook.com/danielalucangeliofficial/videos/1568088489939431/

    Alcune considerazioni finali:

    1. Lo sguardo al mondo dei bambini ha sempre avuto come sfondo uno schermo, di computer, di smartphone o della tv. E’ un problema, i bambini crescono avvinghiati a questi  dispositivi che sostituiscono ciò che non riusciamo più a dare loro: tempo da vivere assieme a loro.
    2. I genitori hanno sempre poco tempo da dedicare al gioco con i figli, perché sono stanchi, hanno una vita stressante, sono sempre in auto a portarli a calcio, basket, karate, pianoforte, chitarra, corso di teatro, danza, lingua inglese, catechismo, attività scout. E comunque i genitori sono sempre più vecchi adolescenti, hanno bisogno dei loro giochi e del loro spazio, dei loro film e della loro musica.
    3. La scuola fin dall’inizio propone competizione, lo sport altrettanto (ci sono anche delle eccezioni). I genitori desiderano vedere i figli primeggiare, altrimenti vanno in paranoia.
    4. Stare al passo con i tempi non significa dover farsi ingoiare dalla tecnologia e dal business che ci sta dietro. Significa sapere utilizzare gli strumenti giusti nel momento giusto. Come lo scout di Mattia nella foresta.
    5. E’ facile? No, abbiamo bisogno di un aiuto:

    dalla Preghiera del Capo:

    Te li raccomando perciò, Signore,
    come quanto ho di più caro,
    perché sei tu che me li hai dati,
    e a te devono ritornare.
    Con la tua grazia, Signore,
    fa’ che io sia sempre loro di esempio e mai di inciampo:
    che essi in me vedano te,
    e io in loro te solo cerchi:
    così l’amore nostro sarà perfetto.
    E al termine della mia giornata terrena
    l’essere stato capo mi sia di lode e non di condanna.