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  • Il valore del servizio (di quadro)

    Così mi sono raccontato un giorno all’incontro di Interbranca di Zona

    “… lo scopo dell’Associazione è contribuire […] alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici.” ovvero “il valore educativo del servizio (di quadro)”.

    – Il quadro è quindi un capo che, avendo maturato le scelte del Patto associativo, si mette a disposizione per un servizio temporaneo di sostegno all’azione educativa dei capi educatori

    Ci sono i ragazzi, i capi e i quadri.
    A volte i quadri tornano ad essere capi, e i capi tornano ad essere ragazzi. Talvolta i quadri, facendo una doppia capriola, tornano ragazzi.

    Vi racconterò di me, mi è stato chiesto e io ho accettato perché raccontarsi fa sempre piacere, e non capita spesso che ti venga chiesto. Raccontiamo spesso la nostra storia a noi stessi, ripercorrendola, ri-godendo dei successi, tormentandoci degli errori commessi, riposizionandoci in certi momenti della nostra storia e immaginando di scegliere strade diverse da quelle prese, cercando risposte di ieri a domande di oggi. Ma raccontarsi ad altri è un’altra cosa, è un’avventura e comporta dei rischi, bisogna metterci attenzione.

    Partiamo da adesso.

    Ho cinquanta anni, e davvero non so come faccio ad averli.
    Ogni giorno porto un bambino e una ragazzina a scuola, poi lavoro, alla sera li prendo dai nonni, mi siedo a tavola con loro e mia moglie, rido, parlo, li riprendo, ascolto il racconto della loro giornata, quello che a loro va di raccontare, guardo serie tv, leggo libri e mi addormento. Prima di addormentarmi a volte prego, e torno ragazzo. A volte mi preoccupo del futuro, e torno adulto. A volte mi chiedo se esisto davvero, e penso a Matrix.

    Pensavo fosse semplice crescere dei figli, mi sbagliavo di grosso. Il problema più evidente è che finita qualsiasi attività nessuno viene a prenderli, ma restano con te. E questo significa che non c’è qualcun altro a cui scaricare responsabilità e che loro, i figli, ti guardano anche quando ti guardi allo specchio, quando litighi con la loro mamma, e quando è lampante che non ne puoi più e ti auguri di essere in un Truman Show. Non è vero, il problema più evidente è che pensavo di essere migliore di come sono.
    Errore di valutazione causato da condizioni particolarmente favorevoli al momento del test.

    Ma io devo parlarvi del servizio. E’ passato un po’ da quando chiedevo ai partenti di prendersi la responsabilità di un servizio, e di coltivare questa dimensione di vita.
    A cosa pensavo quando chiedevo questo? Non pensavo la stessa cosa che penso adesso, questo è sicuro. Glissiamo, al momento, e diciamo allora che l’ultimo servizio che ho svolto è quello politico, ma proprio politico, all’interno di un partito. Calcisticamente parlando abbiamo perso le elezioni 3 a 1, ma non ritengo di aver perso tempo. E’ un mondo diverso da quello scout, anche se alcune parole chiave comuni possono confondere. “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”, diceva Churchill. La politica scandalizza perché riflette nell’intimo quello che siamo, e quello che siamo talvolta scandalizza.

    Ma torniamo ancora più indietro, e soprattutto torniamo in Agesci.

    Ho svolto il servizio di responsabile della comunicazione regionale, la rivista regionale e sito web, per capirci. Con la scusa di essere un informatico sono riuscito a fare quello che più mi sarebbe piaciuto fare nella vita, occuparmi di comunicazione, scritta, visiva, audio, musicale… L’ho fatto assieme ad amici con cui ho condiviso il servizio in regione. Quanto bello è fare servizio tra amici. E quanto bello è se trovi tra questi dei sognatori, qualcuno che guarda quello che ancora non c’è e chissà se ci sarà.

    Prima e durante, siamo tra il 2002 e il 2005, ho svolto il servizio di Consigliere Generale. L’ho preso come un onore, un segno di stima da parte dei capi della zona che mi hanno proposto e dei regionali che mi volevano bene. In Agesci è così, anche.
    A Bracciano si fa la storia, te ne rendi conto quando ci arrivi. Più che altro capisci che non c’è un’altra assemblea Agesci ancora più “su”, e che lì si decide. Talvolta decisioni poco rilevanti per chi sta con i ragazzi, altre invece davvero determinanti. E ti chiedi se hanno fatto bene a darti tanta fiducia. Per fortuna i consiglieri generali sono molti, responsabilità condivisa. A Bracciano si “gioca” anche alla democrazia citata da Churchill, si fa pratica. Poi qualcuno fa anche il salto e lo vedi in tv, ma senza fazzolettone. Giusto, augurabile e rischioso. I consiglieri regionali del V*****, assieme ai responsabili regionali, formano la cosiddetta squadriglia Aquile: ho avuto proprio dei bei squadriglieri, persone interessanti, che hanno lasciato un segno. E quanto mi sono divertito.

    Capita che gli ex responsabili di zona diventino consiglieri generali, si capitalizza l’esperienza. Così è capitato anche a me, perché sono stato in precedenza RZ. Esperienza molto bella, la ricordo come fra le più ricche che lo scautismo mi ha regalato. Per le relazioni, soprattutto. Per il senso di responsabilità che pian piano avverti necessario ed essenziale, e per la richiesta che senti impellente da parte dei capi di uno scautismo sostenibile, in termini di impegno, di senso e soprattutto felice. Servire con il sorriso. Ieri come oggi, credo. La collegialità del comitato è un mantra che mi è entrato dentro in quegli anni. Necessaria quanto complicata. E ricordo anche la preoccupazione, inevitabile quanto inutile, che quanto costruito assieme al comitato non venisse perso da chi ci avrebbe sostituito. C’è del sano in questa preoccupazione, ma c’è anche un filo di presunzione che va riconosciuta come tale. Accade quando crediamo di aver fatto un buon lavoro e ci dimentichiamo che anche questo “buon lavoro” è uno strumento in mano ad altri, un foglio che vola nel vento, e che noi siamo di passaggio anche come capi.

    Ora invece vi racconto di cosa ho fatto davvero con grande soddisfazione e gratificazione personale, quasi in modo disdicevole: il formatore di campi metodologici R/S. Con Mario, Sandra, Piero e Matteo abbiamo veramente goduto nel dare tempo, pensieri e sogni a questi eventi in cui arrivavano dei capi ignari di quanto gli sarebbe successo. Lo ripeto, quanto bello è fare servizio tra amici. Sono stati 4 o 5 anni che hanno segnato la mia esistenza, lo dico con un filo di imbarazzo. Non sappiamo se quelle persone sono diventate dei bravi capi clan o maestri dei novizi, non sappiamo se lo sono stati per molto o poco tempo. Di certo sono stati incontri in cui prima del metodo si cercava di passare il senso dell’essere capi e il privilegio di potersi relazionare in modo così importante con i ragazzi. Ci piace ancora ricordarci come una staff anomala, fuori dagli schemi. In realtà eravamo e siamo amici e appassionati.

    Ma torniamo a casa, a R*******. Prima di RZ sono stato capo gruppo, altro momento importante. Lo sono stato in un momento delicato del gruppo, quando sono usciti del tutto i capi della generazione precedente e mi sono accorto che toccava alla mia prendersi la responsabilità.
    Ma anche quando è iniziato un doloroso percorso di non relazione con il nostro precedente parroco. E’ un capitolo molto triste del nostro gruppo e del nostro paese, durato tanti anni, troppi. Ora però è iniziato qualcosa di nuovo e di molto interessante. “C’era un tempo sognato che bisognava sognare”.

    Dell’esperienza da capo gruppo ricordo i festeggiamenti per il 25° anniversario, il campo di gruppo, la Route Nazionale per Capi del 1997. Si, sono stato anche fortunato.

    Vi dicevo del formatore R/S. Lo sono stato perché io sono stato e sono, credo, un capo R/S, più che un capo. Sono stato capo clan per 7 anni, oltre che incaricato di branca prima nella zona di C*********** e poi di S*****, e mi sono innamorato di questa branca, della strada, dello zaino in spalla, di quel “Servire” perentorio, senza se e senza ma. Della comunità. Tutte le altre comunità che ho conosciuto dopo hanno dovuto confrontarsi con quella del clan, e devo dire che non ne sono uscite bene. Non voglio divulgarmi oltre su questa esperienza, è facile che molti di voi possano farlo meglio di me, come potrebbero farlo chi ha vissuto o sta vivendo l’esperienza di educatore in branco, dove ho trascorso i due anni successivi alla mia Partenza.

    Se dovessi restare al titolo del libro che avete scelto, e chissà perché lo avete scelto, dovrei terminare qui.

    Invece non è finita qui, anche se manca poco, e posso dirvi adesso di avere scelto questa narrazione al contrario per un preciso motivo. Una cintura e un fazzolettone.

    Sono entrato negli scout a R*******, nel 1980, direttamente al terzo anno di reparto.
    Ma il primo fazzolettone l’ho indossato qualche anno prima, e non era rossoblu.
    Abitavo a Z*******, andavo alle elementari. Avevo ricevuto in regalo da uno zio, di S*****, un suo fazzolettone giallo e rosso, non credo scout, magari dell’azione cattolica o giù di lì.


    Avevo ricevuto per la comunione da un altro zio, questa volta scout, il libro “Manuale del Trapper”, e avevo deciso di costruirmi la cintura di sopravvivenza, con dei piccoli cilindretti contenitori per custodire ago e filo e fiammiferi.


    Con il fazzolettone giallo e rosso e con la mia cintura da trapper, mi sono avventurato assieme ad un compagno di scuola per i campi di granoturco, e ho acceso il mio primo fuoco dove ho abbrustolito la mia prima pannocchia. Grazie al fiammifero asciutto contenuto nel cilindretto alla cintura.
    Ecco dove sta il senso del mio scautismo, non è alla fine, ma all’inizio.

    Ora, quel fazzolettone voleva dire appartenenza, quei colori indicavano qualcuno che in essi si riconosceva, e io, pur non sapendo chi fosse questa comunità e neanche sapendo che si poteva chiamarla così, desideravo appartenervi. La mia pannocchia dovevo bruciacchiarla assieme all’amico e a questa comunità ignara del fatto che anch’io quel giorno ne facevo parte.

    Ora, quella cintura con l’elastico di mutanda che teneva le scatoline cilindriche dei rullini fotografici, voleva dire avventura e autonomia. Poteva scatenarsi l’inferno e scendere un diluvio, ma i miei fiammiferi erano al sicuro. Paura e coraggio.

    Tutta la mia esperienza scout, soprattutto da capo, l’ho vissuta con queste due domande che vengono dal cuore: comunità e sfida con se stessi. Posso farcela a vivere, assieme agli altri.

    Non ho altre parole a disposizione.

    Chiedete ai ragazzi, chiediamo ai nostri figli. Ask the boy. Loro hanno la risposta.

    PS: la foto del fazzolettone giallo e rosso l’ho presa in prestito dal profilo FB di un gruppo a cui appartiene un caro amico, Enrico, che non vedo mai. Abbiamo vissuto assieme il CFM e CFA, o meglio il 1° e 2° tempo, entrambi RS, entrambi sulle colline di Conegliano, entrambi in tenda assieme. Un’altra amicizia che ha trovato un posto nel cuore al di là del tempo e dello spazio.

  • Protagonismo

    “Protagonismo” non è una parola che suona subito bene…
    Si pensa a chi vuole essere al centro dell’attenzione, si da al termine un’accezione negativa.
    Eppure tutto lo scoutismo di Baden Powell punta su questo, il protagonismo dei ragazzi.
    “Guida da te la tua canoa” è l’espressione più famosa del nostro fondatore, proprio per indicare l’importanza per ogni ragazzo-uomo di prendere in mano la propria vita, di farsene carico, responsabilmente, senza delegare la decisione della “rotta” da tenere ad altri.
    Detta così anche questa indicazione suona strana. Da soli ? Cos’è questa ambizione a far tutto da soli ? E la comunità ? E l’esperienza degli adulti ? Si dovrà pure imparare da qualcuno ?
    La comprensione del significato del protagonismo indicato dal nostro fondatore sta nella differenza tra l’addestramento e l’educazione.

    Addestrare significa avere delle nozioni, delle informazioni, delle capacità da comunicare, trasferire. Io so fare qualcosa, adesso lo insegno anche a te. Nulla di male, guai se mancasse nelle nostre case e scuole questa funzione.

    Se fosse importante insegnare ad accendere un fuoco, o piantare una tenda, o a farsi lo zaino, evidentemente potremmo risolvere la questione dello scoutismo in un paio di mesi, o con un bel manuale.

    Invece allo scoutismo interessano le dinamiche di relazione che si creano in una squadriglia quando ci si deve preparare al campo o ad una impresa, interessa la capacità di ciascun ragazzo di porsi degli obiettivi, piccoli ma concreti, per fare passi in avanti, perché la complessità della vita richiederà sempre passetti in avanti. Ci interessa di più quando la regola di un gioco non viene rispettata, perché ci da l’occasione per domandarsi il motivo dell’esistenza delle regole e decidere assieme che sono indispensabili.
    Ci interessano le bugie dei ragazzi, perché vogliamo capire assieme quale mancanza di libertà li ha portati a dirle, più che dispiacerci per la fiducia tradita.
    A noi interessa la persona, a noi interessano i ragazzi e la loro felicità. Il resto sono “esche”, entusiasmanti, appassionanti (a tal punto che ci “prendono” anche noi capi) ma esche per raggiungere i ragazzi.

    A noi interessa EDUCARE, non addestrare.

    L’educazione è di più. Educare significa “tirar fuori”, non “spingere dentro”. Significa aiutare la persona ad esprimere, far emergere, realizzare se stessa. Se stessa, non qualcos’altro. Noi siamo già una grande ricchezza, già da bambini, anzi, ancora prima. Il problema sta nel creare le condizioni e le relazioni che possano favorire la “fioritura” della nostra esistenza. B.-P. diceva che ciascuno di noi, evidentemente anche Bin Laden, ha un  5% di buono in sé. Ed è su quel 5% che bisogna lavorare.
    Questo non significa che ciascuno ha le stesse caratteristiche, risorse e possibilità. Ma significa che sarebbe un guaio se qualche minima, piccola, grande o fantastica dote rimanesse nascosta, come i denari di quel servitore che preso dalla paura di perdere ha nascosto sotto terra. E magari solo perché non abbiamo trovato nessuno che ci ha fatto credere in noi stessi, ci ha dato fiducia e ci ha sollecitati ad essere quello che siamo.
    Ecco che spunta un adulto all’orizzonte. E qui si apre un mondo. Che ruolo ha l’adulto nell’educazione dei ragazzi? Lo scoutismo ha scommesso su quello del “fratello maggiore”. Un po’ perché papà e mamma ci sono già, ma soprattutto perché il compito del capo scout è quello di accompagnare, non guidare. La canoa la guida il ragazzo. Il fratello maggiore è colui che con l’autorevolezza conquistata sul campo (non dichiarata a voce), con qualche anno di esperienza sulle spalle ma con molta discrezione sta a fianco, sostiene quando si cade, stimola quando si è stanchi, sorride quando viene da piangere, accende qualche luce quando il buio fa perdere la via. Ma non si sostituisce mai a chi deve camminare con le proprie gambe, perché lo scopo non è arrivare, ma mettere nelle condizioni gli altri di arrivare, anche quando tu non sarai più al loro fianco.

  • Il ruolo del capo scout

    Cerchiamo ora di guardare dentro alle richieste che avete fatto in zona, alle parole che avete detto circa il ruolo del capo scout, che abbiamo sottolineato e che ho sintetizzato in quattro punti:

    1. Essere di riferimento
    2. Costruire una relazione
    3. L’autorevolezza
    4. L’intenzionalità

    Per ciascun punto andremo a dare uno sguardo al mondo dei bambini (ciò che l’attualità propone), e poi daremo “uno spunto positivo”, qualcosa che ci faccia pensare a qualcosa di buono.

    Essere di riferimento

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: lo youtuber che gioca a Minecraft

    a. Per i bambini di oggi, almeno per diversi, gli youtuber sono dei riferimenti. Tra di loro si suggeriscono chi “seguire”, di chi diventare “follower”, e attendere le loro “notifiche” di nuovi video da guardare.

    b. Gli youtuber parlano a loro, si riferiscono a loro, li chiamano “ragazzi”, fanno conto che loro, i bambini, siano lì davanti al monitor, di fronte a loro che parlano al microfono con le cuffie in testa. E parlano, parlano, parlano. Giocano al posto loro, si esaltano, si rammaricano, si spaventano, si divertono, e alla fine chiedono in cambio solo un “mi piace”.

    c.  Che cavolo hanno di così attraente e ipnotico questi youtuber?
    sono pari loro ma meglio di loro, mostrano come si fa, dedicano il proprio tempo a parlare di cose che a loro interessano, sono di successo, sono popolari, non incutono timore, non è difficile arrivare a loro, non c’è fregatura, non si fa fatica

    2.  Uno stimolo positivo: Il maestro di Van Gogh

    a. Il maestro di Vah Gogh ripeteva la stessa lezione tutti i giorni, la lettera A, la lettera B, etc. etc. Un giorno però il maestro chiama Van Gogh a leggere le lettere tutte assieme e improvvisamente la magia: Van Gogh legge e quei simboli non saranno più dei singoli disegnetti, ma d’ora in poi sarà impossibile non leggere tutta la frase.

    b. Un bravo capo scout dovrebbe diventare un po’ come il maestro di Van Gogh, dovrebbe riuscire nel tempo (nel tempo!) ad aiutare i bambini (e i ragazzi poi) a leggere la loro vita in un modo da cui poi è impossibile tornare indietro. Si tratta di riuscire a mettere assieme i pezzi dell’esistenza che ciascun bambino può vedere da solo, ma che solo un “maestro” può aiutare a mettere in fila come i vagoni di un trenino, come i pezzi di un puzzle, come i capitoli di un racconto. Il loro racconto, ma che infine è il racconto di tutti gli uomini.

    c. Penso soprattutto a come, attraverso l’esperienza scout, io leggo l’uomo, le sue vicende, come leggo i migranti, come leggo la precarietà, come leggo la fatica della democrazia, come leggo il disagio dei bambini con situazioni familiari difficili, come leggo le altre religioni e la necessità della spiritualità..

    d. Voi siete il primo “stadio” del razzo che porterà i lupetti e le coccinelle a diventare uomini e donne della partenza, il primo vettore. Ce ne saranno altri dopo di voi, e alla fine la gloria se la prenderanno i capi clan, ma voi, voi, siete i primi a dover guardare in quella direzione mentre vi rapportate con i bambini. Altrimenti  dove potete posare lo sguardo? Su di voi? Su di loro?

    e. Quindi significa che dovete avere in mente ben chiaro a quale uomo e donna della partenza stiamo puntando, noi dell’Agesci. Vi aiuterà tantissimo nel fare i capi branco e cerchio.
    Quell’uomo e donna della partenza che avete in mente vi aiuterà a rispondere al lupetto Marco quando vi dice che non ce la fa più a giocare perché è stanco e alla lupetta Giulia che insiste a dire che quel gioco è da maschi e vuole cambiare. O Giovanni che vi dice che la storia di quando Mowgli  viene trovato da mamma Raska fuori della grotta la sa a memoria. O quando tutti urlano e schiamazzano e non riuscite a spiegare il gioco. Vi aiuterà a superare le naturali antipatie e simpatie, anche in staff, e a guardare all’obiettivo, che è più grande di noi.
    Perché noi puntiamo all’uomo e la donna della partenza, non al successo del gioco o del racconto. Noi non siamo animatori di villaggi turistici, siamo educatori.

    f.   I  bambini avvertono se voi dite la verità e se siete veri (che sono due cose distinte) e se lo avvertono allora diventerete il loro youtuber della vita preferito, e vi lasceranno molti “i like”.

    g.  Se i bambini lasceranno lo scautismo dopo il branco, o peggio ancora durante l’esperienza del branco, poco male. Si resta youtuber preferiti ugualmente tutta la vita, credetemi. Talvolta bastano 5 minuti a fissare uno sguardo e una parola per sempre.

    Costruire una relazione

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: l’unboxing

    a.  una parolona inglese intraducibile, se non con “scartare”. II bambini guardano altri ragazzi che al posto loro scartano dei pacchi, li aprono e scoprono dentro i giocattoli del momento o dispositivi elettronici da aprire, provare, testare, a volte smontare.

    b. Un modo per scoprire cose nuove, per vedere come altri coetanei intendono le cose, gli oggetti, le vivono, ci giocano.

    c.  Vedi spesso le mani di chi apre, manipola, stringe, schiude, taglia, sperimenta, sono le mani dello youtuber, ma in quel momento diventano le mani di chi sta guardando, una estensione virtuale delle proprie mani

    2.  Uno stimolo positivo: la pecora del piccolo principe

    a.  Se penso ad un rapporto educativo tra me, capo scout, e un bambino/ragazzo, allora penso al momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può. E che noi siamo lì con loro in carne e ossa, non siamo un avatar che porta una fotocopia  consunta.
    A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.

    b. Questo momento, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA.

    c.  Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che abbiamo stretto una relazione.

    d. Non ci sono solo momenti di questo tipo nella relazione con i lupetti, me ne rendo conto. Però con qualcuno, in qualche momento della loro esperienza scout, potrebbe arrivare l’occasione della domanda della pecora, che a volte non è esplicita, e l’opportunità della nostra risposta, di cui dobbiamo essere pronti.

    e. Mia moglie, insegnante della scuola materna, mi ha detto di dirvi che ai bambini bisogna voler bene, e questo può bastare.

    f.  Come si vuol bene ai bambini? Considerandoli, ascoltandoli e spiegando loro le cose, pazientemente. I bambini hanno bisogno di spiegazioni, per tutto ciò che noi adulti diciamo, facciamo, indichiamo, consigliamo. Hanno bisogno dell’unboxing, perché per loro è una chiave per comprendere la loro esistenza e ciò che li circonda.  Mai sufficienza, mai superficialità, mai far finta di ascoltarli, non sono stupidi. I bambini sono piccole persone, non stupide persone.

    g.  Il branco è uno strumento, loro sono persone a cui volere bene. Avranno “fieno” abbastanza dentro la scatola?

    L’autorevolezza

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: un video sui supereroi con i superpoteri

    a.  L’autorevolezza di questi supereroi è data soprattutto dalla forza dei loro superpoteri. Ve li immaginate senza?

    b. Perché ai bambini (e non solo) piacciono così tanto i supereroi? E’ più il desiderio di forza  o quello di difesa da cui hanno paura?

    2. Uno stimolo positivo: Il lupetto e i supereroi

    a.  Questo lupetto dice che lo scout assomiglia di più a quei supereroi senza superpoteri, come Batman, che utilizza strumenti, si ingegna più che approfittare di poteri che altri non hanno.

    b. Credo vada colto un richiamo alle nostre radici: noi scout siamo la rappresentazione moderna dell’uomo del bosco, che sa cavarsela con un coltello e uno spago. Il regolamento metodologico parla di attività sempre fondate sulla semplicità ed essenzialità, perché è la nostra strada maestra.

    c.  Voi capi non siete più intelligenti degli altri, non avete più tempo degli altri, non siete più bravi, non avete i superpoteri. Avete anche voi una famiglia, uno studio o un lavoro, degli amici, la birra e la pizza, la discoteca, lo sport, la tv, il cinema.

    d.  Ma un superpotere ce l’avete e il lupetto non può ancora saperlo: avete dentro di voi il sacro fuoco, piccolo o grande, che vi arde in petto. E’ il fuoco di chi è stato toccato nel cuore da un’esperienza o da delle persone, o da entrambe, fuse nella proposta scout che avete vissuto e state vivendo.

    e.  Il regolamento dice . “In questo contesto le proposte assumono maggior significato per il ragazzo quando la relazione stessa con il capo è appassionante, nella misura in cui risulta dinamica (cioè in continuo divenire) e coinvolgente (cioè tocchi il suo cuore). “

    f.  Voi diventerete autorevoli nella misura in cui riuscirete a “toccare il cuore” dei bambini, coinvolgendoli nel racconto giungla, guardandoli negli occhi, chiamandoli per nome (non solo richiamandoli per nome), giocando con loro come nessuno ormai fa, discutendo con loro come ormai pochi fanno. Torniamo un po’ al tema precedente, quello della relazione. Ma qui dobbiamo sottolineare l’aspetto della coerenza.

    g.  Niccolò Fabi, in una bellissima canzone scritta in occasione della nascita di sua figlia, dice che quando si diventa genitori  “devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario non c’è più un giorno da perdere nel tuo calendario e poi serenamente a ciò che non ti rappresenta dire no finalmente” . Un po’ vale anche per i capi scout, abbiamo l’opportunità e la necessità di dire NO, finalmente, a ciò che non ci rappresenta. Sono quelle situazioni che spesso, normalmente, l’età e la vita ti portano a provare, vivere, buttare lì, per poi accorgersi che non sono per noi, non ci rappresentano. Non ci fanno assomigliare a noi stessi. Se diciamo NO, assomiglieremo di più ai nostri desideri e i bambini vedranno in noi persone che pensano e decidono con la propria testa, che sanno rinunciare per privilegiare. Arrivare puntuali alle atttività, non parlare un linguaggio volgare nemmeno quando ci togliamo la pelliccia (i bambini sono in agguato, sempre), avere tempo per loro, non esagerare per il gusto di farlo, stare attenti a cosa pubblichiamo nei social perché noi siamo quello che sembriamo e loro sono anche lì. Ma non come fanno i filistei, ma perché ci crediamo!

    L’intenzionalità

    1.  Uno sguardo al mondo dei bambini: i cartoni “usa e getta”

    a.  Mi colpiscono i cartoni che vengono trasmessi dai canali tematici gratuiti di Rai Gulp, Super!, Fresbee, etc.  Spesso sono cartoni a basso costo di produzione, animazioni scadenti, molti schiamazzi, colori accesi, rumori continui in sottofondo, dialoghi scarsi, voci squillanti e deformate, effetti sonori a iosa…  Sono i discount del cartone, del resto sono gratis.

    b.  Sono cartoni da ipnosi, i bambini rimangono lì davanti, la loro mente corre dietro agli eventi che si susseguono rumorosi e ininterrotti (guai a fare una pausa, i bambini potrebbero tornare in loro e abbandonare la visione). Non resterà molto della trama, non è la questione principale. Non c’è un prima  e non c’è un dopo. Cartoni usa e getta.

    2. Uno stimolo positivo: i cartoni con un senso, di formazione

    a.  Ci sono cartoni diversi, di fascia media e poi quelli di alta gamma. Sono cartoni la cui produzione è costata moltissimo, basta vedere i titoli di coda che elencano decine e decine di persone dedicate alle fasi creative o tecniche più disparate. Colonna sonora originale, magari cantata da pop star, fotografia e animazioni realistiche, trama e narrazione da sceneggiatura di film da Oscar.

    b.  Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da classificarli quasi come “cartoni formativi”, sto pensando per esempio a “Inside Out”, “Up” o ad altri che mi sono piaciuto dove si parla di famiglia, di  amicizia e non in modo scontato e stereotipato  come “Il viaggio di Arlo”, “I Robinson, una famiglia spaziale”, “Lilo e Stich”, “Ralph spaccatutto” e tanti altri.

    c.  E’ evidente che in entrambi i casi i bambini si “impallano” davanti allo schermo. Ma c’è modo e modo. E soprattutto c’è intenzione e intenzione.

    d.  Con questo non voglio dire che i bambini vanno portati al cinema e la televisione va spenta. Dico che bisogna essere innanzitutto coscienti della differenza, e usare di conseguenza coscientemente gli strumenti a disposizione.

    e.  Quando proponiamo un gioco al branco, dobbiamo chiederci proprio questo: perché li stiamo facendo giocare? Mancavano 20 minuti alla conclusione dell’attività e rischiavamo di stare seduti in tana? Me l’avevano chiesto con insistenza e non ho saputo dire di no e così via alla partitella a calcio? Oggi toccava a palla avvelenata perché il roverino l’abbiamo giocato l’attività scorsa? Così almeno non ci tormentano gridando in sede? Così stanno all’aperto e respirano aria buona? Perché lo scautismo si vive fuori all’aperto? O perché quando abbiamo pensato all’attività di oggi abbiamo anche incluso il gioco a tema che richiama il racconto ascoltato o ciò che abbiamo realizzato con le nostre mani poco prima?

    f.  Ma l’intenzionalità educativa non si sviluppa solo nella scelta del gioco giusto. E’ una continua tensione del capo a comportarsi tenendo a mente dove vuole arrivare. L’uomo e la donna della partenza, il tema dell’anno, gli obiettivi del progetto educativo.

    g.  Questa “tensione” non si esplica necessariamente con delle cose da dire o da fare. “TUTTO COL GIOCO, NIENTE PER GIOCO”, questa è l’intenzionalità educativa scout.

    h.  Difficile, direte voi. Più facile di fare le cose a caso, risponderò io. Pensate se oggi fossi arrivato qui senza aver prima pensato a quello che volevo dire, andando a braccio, sparando temi sconclusionati e senza un obiettivo. Io avrei faticato il triplo, e voi ve ne sareste accorti immediatamente. I bambini giocano lo stesso, per carità. Ma avranno perso ancora una volta l’occasione per ricevere un attenzione educativa da un adulto al posto del “gioca così non rompi” che tante volte si sentono rivolgere.

    Un ultimo video, ha a che fare con l’abbraccio di “Tristezza” che abbiamo visto in “Inside Out” poco fa. Lei è Daniela Lucangeli, è una scienziata dell’educazione.

    https://www.facebook.com/danielalucangeliofficial/videos/1568088489939431/

    Alcune considerazioni finali:

    1. Lo sguardo al mondo dei bambini ha sempre avuto come sfondo uno schermo, di computer, di smartphone o della tv. E’ un problema, i bambini crescono avvinghiati a questi  dispositivi che sostituiscono ciò che non riusciamo più a dare loro: tempo da vivere assieme a loro.
    2. I genitori hanno sempre poco tempo da dedicare al gioco con i figli, perché sono stanchi, hanno una vita stressante, sono sempre in auto a portarli a calcio, basket, karate, pianoforte, chitarra, corso di teatro, danza, lingua inglese, catechismo, attività scout. E comunque i genitori sono sempre più vecchi adolescenti, hanno bisogno dei loro giochi e del loro spazio, dei loro film e della loro musica.
    3. La scuola fin dall’inizio propone competizione, lo sport altrettanto (ci sono anche delle eccezioni). I genitori desiderano vedere i figli primeggiare, altrimenti vanno in paranoia.
    4. Stare al passo con i tempi non significa dover farsi ingoiare dalla tecnologia e dal business che ci sta dietro. Significa sapere utilizzare gli strumenti giusti nel momento giusto. Come lo scout di Mattia nella foresta.
    5. E’ facile? No, abbiamo bisogno di un aiuto:

    dalla Preghiera del Capo:

    Te li raccomando perciò, Signore,
    come quanto ho di più caro,
    perché sei tu che me li hai dati,
    e a te devono ritornare.
    Con la tua grazia, Signore,
    fa’ che io sia sempre loro di esempio e mai di inciampo:
    che essi in me vedano te,
    e io in loro te solo cerchi:
    così l’amore nostro sarà perfetto.
    E al termine della mia giornata terrena
    l’essere stato capo mi sia di lode e non di condanna.