Tag: comunità

  • Quasi solo

    Suggestioni semplici e spontanee sulla grande domanda:
    io e Dio oppure noi e Dio?

    Il titolo del pezzo potrebbe già rappresentare la sintesi di quello che vorrei dire e dirò, ma mi rendo conto di non potermela cavare così.

    Non sono un esperto di fede, né penso di averne in abbondanza, tuttavia scrivo queste righe perché Silvia me l’ha chiesto perentoriamente e perché il tema mi ha offerto qualche suggestione che vorrei condividere.

    La grande domanda (semplificata) è se la fede sia una questione personale e intima e quanto invece vada collocata in una dimensione comunitaria. Da scout non potremmo che dire “questo e quello”, magari un po’ più quello di questo, se non altro perché nelle nostre attività i momenti di deserto sono di solito meno frequenti delle Messe, veglie, preghiere e celebrazioni.. noi scout siamo pragmatici, contiamo le esperienze e traiamo le conclusioni.

    Cercando però di andare un po’ più in là, e per dare dei contorni alla questione, ho pensato agli estremi dell’esperienza umana, la nascita e la morte, e ho cercato di rispondere alla grande domanda percorrendo ciò che sta in mezzo alle due fasi della vita. Tranquilli, ci impiegherò poco.

    Veniamo al mondo e ci battezzano dopo pochi mesi, manco sappiamo distinguere alla festa gli amici dai parenti ma già c’è chi si preoccupa della nostra fede, ci inizia al credo. E la comunità parrocchiale ci accoglie con un grande abbraccio.

    Si prosegue, con il catechismo, la Comunione, la Cresima, tutto prima dell’adolescenza, per carità, chissà poi cosa può accadere. Genitori, catechisti, preti, suore, capi scout… siamo circondati da persone che ci guidano e ci aiutano a credere, a fidarci di Dio. E poi siamo sempre in gruppo, assieme ai nostri compagni, agli amici, in comunità. Gruppi giovanili, servizio scout, AC, incontri vocazionali, campi scuola, corsi per fidanzati, corsi di preparazione al matrimonio.. Ci si sposa! Quanti siamo in chiesa! Che canti, che calore, che abbraccio. Dio è in mezzo a noi.

    Il lavoro, che c’è e non c’è, la casa, il mutuo. Progettiamo, è il nostro forte. Facciamo un figlio. Arriva o non arriva? Arriva, eccolo. Lo battezziamo, e via così.

    Ma già c’è meno gente in giro. Già avvertiamo che quando diciamo “comunità” suona diverso da un tempo, quella della nostra famiglia è concreta, reale, l’altra, quella fuori, risuona lontana. Ci è utile ma non ci è più indispensabile, e noi non lo siamo più per lei. La cerchiamo quando siamo in difficoltà, spesso ci delude, a volte ci intenerisce. Che nostalgia di quei tempi…

    Più che una fase mi sembra una tendenza, quella che ci porta con l’età a relativizzare e disincantare la “comunità”, quella concepita e maturata da ragazzi, e a dare sempre più valore alla dimensione personale, nolenti o volenti perché più che scelta sa di evoluzione naturale, tensione fisiologica, confermata anche da ciò che accade alla fine della nostra esperienza umana, quando si muore e lo si fa da soli, non in compagnia di altri.

    Ma la fede? La fede a mio parere segue (o guida) questo percorso. All’inizio Dio è festa, è gioia, è noi assieme agli altri, è padre di noi figli piccoli. Abbiamo bisogno di essere accompagnati, presi per mano, introdotti da testimoni, guide, persone. Poi iniziamo a muovere i primi passi, Dio ci lascia la mano e ci guarda da dietro l’angolo, pronto ad intervenire ma anche ad attendere i nostri silenzi, le nostre lontananze. E qui anche il compito della comunità cambia. Ci si confronta, si discute, ma da pari. Abbiamo le nostre idee e il nostro modo di essere cristiani, e non ho detto cattolici perché accade di prendersi qualche libertà e distanza da chi, in qualche modo, indica come dovrebbe essere la nostra fede.

    Insomma, la festa non dura tutta la vita, come l’infanzia. E la comunità si trasforma da “valore” a “strumento”, e cambia molto. Mi domando se arriveremo a concepire anche quella della nostra famiglia una comunità “strumento” nelle mani di Dio e non un valore assoluto della nostra vita… Riusciremo a riconoscere questa prerogativa a Dio? “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.” Lc 14, 25-33. All’inizio dicevo che la mia fede non è abbondante, e lo dicevo anche per questo difficile passaggio che dovrò e dovremo fare.

    Ma in fondo quello che sto scrivendo è aria fritta, e la padella in cui continua a friggere da cento anni è l’esperienza scout. Scoperta, competenza, responsabilità e poi ancora scoperta, competenza e responsabilità. Questa spirale che vista dall’alto è un cerchio perfetto ma vista di lato si estende all’infinito rappresenta dunque la nostra esperienza umana, o meglio, quella di noi uomini credenti.

    La dimensione comunitaria, da quella familiare a quella scout, da quella parrocchiale a quella civile, è il luogo dove viviamo la scoperta di Dio e affiniamo le nostre competenze/esperienze, e con queste “tappe” appiccicate alla camicia approdiamo alla responsabilità personale di ognuno di noi, dove il compito è cercare Dio, di trovarlo nel significato delle cose e della vita, di appropriarsi di Dio/senso di ogni cosa, spogliando la nostra esperienza di fede dagli orpelli infantili, dagli addobbi tradizionali, storici e consunti, dal “di più che non serve” che caratterizza anche alcune nostre attività di catechesi, anche le nostre preghiere, e non faccio altri esempi così ognuno potrà pensare ai propri. Per arrivare a Lui, senza distinguerlo da noi stessi. Ma questa fatica non potremo delegarla alla comunità, è roba nostra, e nel realizzarla saremo quasi soli.

    Dio, credo, ci chiederà se in questa ricerca ci siamo tirati su le maniche della camicia. Avvolte all’interno, si intende.

  • Scautismo e legalità

    Tempo fa per iniziare una riflessione si prendeva il dizionario e si cercava la definizione di ciò che si voleva approfondire, ora si clicca su google. Allora scrivi legalità e dai invio. Escono dei link, uno di questi parla di Rita Atria, una ragazza che avrà per sempre 17 anni e del giudice Borsellino. La curiosità cresce, approfondisco, clicco, leggo, riclicco..

    Mi commuovo, davvero, lacrime agli occhi.

    Chi era Rita Atria? Figlia di un boss di Partanna, nel Belice, che viene assassinato dalla malavita. La stessa fine tocca la fratello Nicola, diventato anche lui boss grazie allo spaccio di droga. La cognata diventa collaboratrice di giustizia, il fidanzato di Rita la ripudia, per il tradimento della parente. Rita, sola, decide di denunciare la mafia che ha ucciso suo padre e suo fratello, lo fa con Borsellino, il giudice buono, che diventa per lei come un padre. Viene nascosta a Roma, sotto nuova identità.

    paolo borsellino
    Paolo Borsellino

    Nell’estate del 92 Borsellino viene ammazzato, Rita non ce la fa ad andare avanti, si uccide dopo qualche mese, a 17 anni. Al suo funerale non parteciperà nessuno, nemmeno sua madre. Cosa ha lasciato Rita? Un diario, dei pensieri. 

    rita atria
    Rita Atria

    “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.

    Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.

    Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.

    L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

    Ecco, Rita mi ha aiutato a focalizzare il tema di questa sera, di orientare la riflessione sulla Legalità e Scautismo.

    Rimando a dopo il compito di colmare la distanza tra la realtà di Rita e quella dei ragazzi del nostro territorio.

    Io credo che a riflessione possa partire dal settimo articolo della Legge,

    “Lo scout sa obbedire”.

    E’ un articolo scomodo, quando noi capi stessi lo citiamo non possiamo non provare un certo imbarazzo, perché la parola in sé è fuori moda, ci ricorda la realtà militare di Baden Powell, il nostro fondatore, dove la gerarchia e la disciplina obbligano a obbedire ai comandi ricevuti. Noi oggi non accettiamo ordini, al massimo possiamo ascoltare i consigli per gli acquisti, ma non gli ordini. I ragazzi a scuola filmano con il cellulare le bravate contro i prof, alle maestre è vietato mettere in castigo i bimbi… insomma, non è più come una volta. Abbiamo una testa per pensare, per decidere, non occorre obbedire a nessuno. In realtà penso che dietro a quel “sanno obbedire” ci siano significati più profondi.

    Dietro l’obbedienza c’è la LIBERTA’ di scelta, e non c’è scelta se in realtà non si sa più obbedire alla scelta fatta. Obbedire quindi alle regole proprie di ciò che si sceglie. Possiamo chiamarla anche coerenza, o meglio ancora FEDELTA’. Ecco allora che il campo è sgombrato dall’equivoco della declinazioni militare della parola “obbedire”, non si tratta di delegare ad altri il decidere di sé, ma di seguire con fedeltà le strade che si intraprendono con scelte libere. Belle parole. Ma cosa significa per i lupetti, per gli esploratori, per i rover…

    Significa:

    • abituarli a pensare e decidere assieme le regole e gli impegni
    • responsabilizzarli nel rispettare e far rispettare le regole e gli impegni decisi assieme

    Basta pensare alla Promessa Scout, dove promettiamo di rispettare la Legge, pensiamo alla dimensione del gioco dei lupetti, dove il rispetto delle regole è importantissimo, pensiamo alla progressione personale, alle tappe, ai consigli della rupe e della Legge, alla carta di clan, alla partenza. Proponiamo da sempre e fino all’ultimo occasioni di partecipazione alle decisioni della comunità, e anche luoghi di verifica del rispetto delle regole.

    C’è un altro aspetto da sottolineare nell’articolo della Legge, quel “sa” obbedire. Si poteva scrivere “Lo scout obbedisce”, ma è stato scritto “sa obbedire”. Obbedire diventa una virtù, una capacità. Significa anche che può capitare di scegliere di non obbedire, ma allora lo si deve fare a viso aperto.

    “Lo scout è leale”

    Se decido di non obbedire, con lealtà lo faccio senza nascondermi, senza furbizia. Quante volte vediamo e subiamo regole sbagliate, leggi che tradiscono i valori in cui crediamo. Forse allora il disobbedire a viso aperto può diventare testimonianza, denuncia, occasione di riflessione e di cambiamento. L’uomo e la donna della partenza portano con sé la sensibilità politica di chi, oltre a servire chi è in bisogno, cercherà di rimuovere le cause che conducono al bisogno, a volte pagando caro questo impegno. Sto pensando a chi si impegna poi in politica, nel sociale, ma anche ai moltissimi giovani che 25/30 anni fa hanno pagato con il carcere l’obiezione di coscienza al servizio militare, poi diventata una normale possibilità per tutti, per concludersi con l’abolizione del servizio di leva. Hanno saputo disobbedire, a viso aperto, con lealtà, ma hanno disobbedito. E lo scautismo ha fatto la sua parte. Analoga storia per l’obiezione fiscale, contro la spesa per gli armamenti. O prima ancora, durante il fascismo, per la libertà di esprimere il proprio pensiero.

    L’ultimo articolo, il decimo, recita “Gli scout sono puri di pensieri, parole e azioni”.

    E’ l’articolo a cui ho pensato leggendo le parole di Rita dove invita ad un auto-esame di coscienza, per sconfiggere la mafia dentro di noi, prima di combatterla fuori, negli altri. Qui siamo chiamati in primis noi capi, educatori, genitori. Siamo noi che prima degli altri dobbiamo fare una scelta di campo, dobbiamo credere nel rispetto delle regole, rinunciare alle scorciatoie, piantare paletti oltre ai quali decidere di non allontanarsi, costi quel che costi. Coerenza, rettitudine, convinzione nei principi e nei valori della democrazia, della partecipazione, della giustizia, della solidarietà, della legalità. Questo dobbiamo scegliere dentro noi stessi, per noi stessi. Allora le nostre parole, anche se uguali a quelle di prima, diventeranno esortazioni, le nostre azioni diventeranno testimonianze. Altrimenti saranno parole che suoneranno fiacche agli orecchi dei più giovani, prive di solidità e forza. Poco importa se stiamo parlando di una raccomandazione o di un pizzo, di una semplice evasione iva o dell’eco-mafia. Il principio non cambia, è diversa solo la proporzione.

    Ma come aiutare i ragazzi, i bambini, a coltivare i pensieri, le parole e le azioni pure? Ci viene nuovamente in aiuto Rita, quando dice vanno aiutati a scoprire “che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei”. Ecco perché insistere per le attività all’aperto, in mezzo alla natura, dove riscoprire le piccole grandi opere del creato, e stupirsi, meravigliarsi, contemplare. Lo zaino, la fatica, il fuoco, un piatto di pasta, la tenda, il sole, la pioggia, gli scarponi, il vento, la neve, il freddo, il caldo, il gioco, il canto, la danza, una corda, i nodi, una costruzione.. bastano di per sé per tornare a dimensioni dimenticate dal “no problem” che ci propina oggi la tv, e per assaporare gioie vere, non artefatte, non costruite su menzogne, su lati oscuri di noi stessi.

    La distanza tra il sud e il nord

    Siamo un’associazione con forti radici e valori condivisi, malgrado questo in Italia ci sono scautismi diversi. Proporre scoutismo a Palermo, nel quartiere Zen, non è come proporlo a Milano, accanto al Duomo, e non è come proporlo qui dove abitiamo. Quando alle nostre latitudini parliamo di mafia ci riferiamo ad un fenomeno che conosciamo perché ne abbiamo sentito parlare, ma non per esperienza. Quando ne parlano i capi scout del sud, ai campi scuola dove ci conosciamo e incontriamo, avverti che parlano di nomi, di volti, di faccende sotto casa loro. Quando parlano di ragazzi a rischio si riferiscono a figli di mafiosi, di malavitosi, di spacciatori. Quando parlano di cultura della legalità non si riferiscono al viaggio in tram senza biglietto o ai film scaricati da internet, parlano di spaccio, di morti ammazzati.

    Sono realtà distanti dalle nostre, ma ho la netta sensazione che se al sud o nelle grandi metropoli il fenomeno sia evidente, da noi invece sia più strisciante, più subdolo. L’impressione è che da noi ci sia più legalità dovuta alla repressione, alla possibilità di essere scoperti, e non tanto alla convinzione nei principi che la reggono. Non appena troviamo scorciatoie ”sicure”, siamo pronti a percorrerle. E ci giustifichiamo, il governo è ladro, le tasse troppo alte, ne paghiamo già troppe, bisogna sapersi arrangiare, niente al confronto di cosa succede al sud, mi faccio giustizia da solo, è frutto del mio lavoro… abusi edilizi, tasse evase, false dichiarazioni fiscali… fin tanto si può, fin tanto non si viene scoperti. Significa che abbiamo bisogno di educazione alla legalità, perché non è passato culturalmente il senso ma la paura della repressione, che probabilmente in altre regioni italiane è meno sentita.

    Ecco coperta almeno in parte la distanza tra il Belice di Rita e i ragazzi del nostro territorio. Il senso della legalità, il motivo per cui crederci.

    Il sogno e la testimonianza

    Concludendo, Rita nei suoi due pensieri citati porta alla luce due vere esigenze dei ragazzi, in particolare degli adolescenti: il sogno e la testimonianza. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di sognare un mondo diverso, dove i principi e i valori vincano le mediocrità e le bassezze a cui siamo tutti portati. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di trovare e avere accanto persone che ci rendano evidente che è possibile un altro modo di pensare, testimoni coerenti, nella semplicità, nella concretezza quotidiana, ma solidi, veri, autentici, affidabili.

    Noi adulti offriamo il sogno e la testimonianza?

  • Il ruolo del capogruppo

    Il percorso che ho individuato per parlare del ruolo del capogruppo è composto da tre tappe: La chiamata -> a realizzare un cantiere di fraternità -> coltivando un sogno.

    LA CHIAMATA

    la chiamataE’ importante sentire che essere capogruppo è una “chiamata” a cui rispondiamo. E’ un “sì” a volte faticoso, ma importante. C’è un tempo per tutto, un tempo per stare con i ragazzi, per appassionarsi allo scouting, e c’è un tempo per amare la comunità dei capi. A volte la “chiamata” è chiara, sono i capi che la invocano, la esprimono. Altre volte la chiamata si nasconde, fa capolino, diventa senso di responsabilità.

    Ecco, c’è un tempo per la responsabilità.

    Non che con i ragazzi non serva essere responsabili, ma per essere capogruppo ci vuole un particolare senso della responsabilità. E’ un ruolo spesso solitario e ci vuole maturità e responsabilità.
    Qual è il criterio con cui la coca decide chi deve essere il capogruppo?

    • il più vecchio e saggio
    • quello che ha meno tempo
    • il più giovane, tanto dopo lo fa il più vecchio
    • quello che “tocca sempre a me”
    • autogestione

    Prima di trovare “chi” fa il capogruppo, domandiamoci in coca “cosa” vogliamo che faccia…

    A REALIZZARE UN CANTIERE DI FRATERNITA’

    cantiere di fraternità
    cantiere di fraternità

    “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”

    Anna Perale

    Non credo più molto al principio secondo cui la coca deve essere solo una comunità di servizio. Le ns. coca sono composte in prevalenza da giovani adulti, spesso molto giovani, che offrono disponibilità e tempo ma dimostrano insicurezze e fragilità. Allora la coca non può essere solo luogo organizzativo e nemmeno solo di formazione. Deve poter diventare cantiere di fraternità. A differenza del clan, qui facciamo sul serio. In coca serviamo ed educhiamo bambini e ragazzi, ma non possiamo dimenticarci di noi. Abbiamo bisogno di fare continua esperienza di relazioni, di comunione, di fraternità per poterla proporre nelle unità con la consapevolezza che la comunità aiuta, sorregge, stimola, forma, cresce, leviga, raccoglie, accoglie, discute. La comunità non è solo metodo, è un valore quando la decliniamo in comunione.

    Allora dobbiamo trovare spazi e tempi per riuscire a cogliere il piacere di essere comunità.

    E il capogruppo, cosa deve fare?

    1. ricordarsi sempre che di fronte ha delle persone, non bambini e ragazzi, ma comunque persone, con una storia, percorsi diversi, ambizioni, attese, fragilità, timori, doti e quant’altro;
    2. ricordarsi sempre che le “cose da fare” non sono mai, mai, più importanti delle persone;
    3. ascoltare, ascoltare, ascoltare
    4. dare spazio perché ci sia qualcosa e qualcuno da ascoltare (mentre parliamo non ascoltiamo)
    5. voler bene ai capi, a tutti, perché così è anche quando ci relazioniamo in unità. Se “vogliamo bene”, i frutti ci saranno.
    6. iniziamo le riunioni col sorriso in bocca e non con le notizie tecniche
    7. ricordiamoci che chi viene in coca ha già preoccupazioni per la propria vita, la morosa, la famiglia, lo studio, il lavoro e anche per la propria unità… non creiamo anche preoccupazioni per la coca, la coca deve aiutare a risolvere i problemi e le tensioni, non a crearne di nuove.

    COLTIVANDO UN SOGNO

    sogni
    sogni

    Il cantiere di fraternità ha senso se coltiva un sogno. E non è così semplice coltivarlo.

    E’ più semplice lasciarsi trascinare dalla corrente delle cose da fare, la giornata con i genitori, i passaggi, il campo di gruppo, la giornata delle associazioni, la presentazione del progetto educativo, gli incontri in parrocchia, la processione del venerdì santo, … tutte cose anche giuste, ma che devono respirare un sogno per poter essere sostenute dalle fragili braccia di capi superimpegnati…

    Coltivare un sogno in coca significa:

    • chiedere ai capi di parlare con il cuore
    • chiedere ai capi di pregare con essenzialità e verità
    • chiedere ai capi di domandarsi sempre il senso di ciò che fanno
    • chiedere ai capi di rimotivare il loro servizio ogni volta che ne avvertono la pesantezza
    • chiedere ai capi di credere in ciò che fanno oltre a ciò che fanno
    • chiedere ai capi di credere che assieme si può…

    E quindi?

    • Curare i momenti di preghiera dando senso e profondità personali
    • Chiedere sempre un contributo e confronto ai capi, secondo la loro sensibilità
    • Ringraziare i capi per il loro servizio, e dare spazio perché ciò che fanno in unità sia conosciuto e condiviso in coca
    • Domandarsi sempre il perché e il senso delle tradizioni di gruppo, delle proposte che avanziamo, delle attività di autofinanziamento, dei criteri per definire gli staff, etc.
    • Curiamo i ritorni dai campi di formazione, cercando di capitalizzare in coca l’entusiasmo e le competenze acquisite
    • Curiamo i tirocini, non lasciamo “fagocitare” i giovani capi dall’attività senza che trovino tempo per domandarsi il motivo per cui sono in Agesci e per cui educano
  • Educare all’unità

    Perché educare all’unità?
    Perché per noi scout la comunità è così importante?

    WILSON

    https://www.youtube.com/watch?v=lH1AgbhmUpc

    Il naufrago sente l’esigenza di avere un interlocutore con cui parlare. Avete visto dove lo mette? Davanti a lui, in modo che lo veda lavorare, accendere il fuoco.
    Il naufrago sa che è un pallone, lo sa anche quando lo getterà via dalla grotta e poi correrà a recuperarlo. Lo sa anche quando sulla zattera gli chiederà scusa piangendo per averlo lasciato andare alla deriva.
    Cos’è quel pallone per lui?

    LA GATTA

    Una signora anziana muore, sola. Il comune si fa carico delle pratiche per il funerale. L’incaricato fa un sopralluogo dove viveva l’anziana. Cercano tracce di relazioni, amiche, parenti. Trovano delle lettere che l’anziana scriveva a se stessa, facendo firmare al gatto.
    Perché gli animali di compagnia in questi ultimi anni ha così successo? Avete dato uno sguardo agli scaffali dei supermercati? Avete confrontato l’ampiezza di questi scaffali rispetto a quelli dei prodotti per bambini?
    Cosa ci sta succedendo? Cosa cerchiamo nei gatti, nei cani?
    L’uomo non riesce a stare solo, è un animale sociale, si dice. Ma quali sono i motivi per cui cerca altri suoi simili, e quando non li trova li crea “umanizzando” gli animali?

    GLI APOSTOLI

    https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4

    Gesù, figlio di Dio, sceglie 12 uomini fra i discepoli che lo seguono, e con loro crea legami, una relazione forte. Crea un gruppo, dorme e mangia assieme, discute, si confronta, si confida. Certamente con un leader carismatico, ma dove ciascuno ha una storia, delle attese, e degli obiettivi, anche se non sempre chiari.
    Non sono dei superuomini, non sono colti, non sono uomini della legge, né sacerdoti, né scribi. Sono pescatori, gente umile, ignorante, deboli, come dice Giuda. Traditori.
    Immaginate la missione di Gesù, il suo obiettivo. Riconciliare l’uomo con Dio, creare una nuova alleanza, un nuovo battesimo. Di fronte lo aspetta l’umanità intera, di quel tempo e dei tempi a venire. E Gesù parte da questi dodici semplicioni e codardi. Ha senso?

    Giuda, nel film, è più tosto degli altri apostoli. E’ coerente, forte, decisionista. Guarda all’obiettivo, non alla persona. Chiede a Gesù di schierarsi e battersi per la causa, che in quel momento era la liberazione dall’occupazione romana. Gesù ribalta la questione, non parte dai romani, parte dall’anima delle persone. A lui interessa la liberazione dell’anima. E come potrà farlo? Amando. E’ l’amore la chiave di tutto, il centro. Tutto il resto gira attorno. Amore verso chi? Gesù dice che dobbiamo amare il prossimo, facendo così ameremo Dio. Ci indica che la chiave di tutto è l’amore verso i nostri simili.
    Il seme diventa albero e da frutto, nel deserto.
    Bingo.

    ANCHE IL CREATO

    Questo filmato l’ho inserito perché mi affascinano gli animali che stanno in branco, in stormo, in gregge, mandria, sciame… abbiamo coniato anche i nomi collettivi per rappresentare queste “comunità” di animali. Stanno assieme per gli stessi motivi per cui noi siamo qui stasera assieme?

    CONCLUSIONE

    Ora, oltre le domande, tento qualche mia considerazione, perdonatemi l’azzardo e la semplificazione.
    Il coniglio che ho in giardino non si è mai visto allo specchio, e se anche si specchiasse non si riconoscerebbe, non sa di essere un coniglio. Però ha riconosciuto da subito che oltre la rete c’è un suo simile, un altro come lui.
    WILSON Parto da qui per dire che anche noi, comunque animali, siamo attratti dagli altri perché gli altri ci dicono qualcosa di noi. Sono uno specchio. Ci comunicano in diversi modi ciò che ci accomuna e ciò che ci distingue. Come potrei sapere se sono buono finché non trovo un altro che invece ritengo cattivo?
    Senza specchio, finiamo di esistere. L’immagine di noi finisce nel vuoto.
    LA GATTA Poi abbiamo bisogno di instaurare una relazione, perché abbiamo bisogno di essere amati (questo è semplice da intendere) ma anche di amare (questo è più difficile). Essere amati serve a sentirsi protetti in una esistenza difficile, che ci intimorisce, a volte ci spaventa, spesso ci scopre deboli e indifesi. Amare è un mistero. Chissà perché lo facciamo? E’ veramente un gesto gratuito? Ci torna qualcosa? O tutto? Forse abbiamo bisogno di sentirci utili perché questo da un senso ad una vita che altrimenti rischia di diventare una scatola vuota, angosciante.
    APOSTOLI e AMORE O MORTE? Gesù infine ci offre una traccia precisa: vivere piccole comunità per salvare l’uomo, non il mondo. La salvezza di ciascuno non sta dentro di noi, ma nelle persone che abitano il nostro spazio e il nostro tempo.
    Ecco perché creare dei piccoli cantieri di fraternità, in branco, in reparto, in noviziato, in clan e in comunità capi. Dice Anna Perale: “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”
    Perché così riusciremo a passare dalla comunità alla comunione. Comunionità?

    L’INTENZIONALITA’ EDUCATIVA

    “Oggi ho ripreso il capo squadriglia perché per l’ennesima volta non è stato attento e ha lasciato la luce della sede accesa.” L’hai fatto per te o per lui?
    “Settimana prossima ad attività dobbiamo parlare di specialità: se non iniziamo andremo a finire che al campo perderemo un sacco di tempo per le presentazioni di specialità.” Stiamo utilizzando le specialità perché ci servono o perché temiamo di non essere capi certificati iso9001?
    “Giulio, ci sarà pure qualcosa che potresti fare a casa per cacciare la tua preda..! Che ne so, prepara la tavola alla sera..” Stiamo pensando a Giulio o stiamo pensando a chiudere il giro delle prede?
    “Raga, in aprile settimana di comunità, è un pezzo che ce lo chiedono e in ogni caso a marzo c’è il san paolo e a maggio io ho l’esame all’università.” Settimana di comunità per quale motivo?
    “Oggi tutti fuori dalla tana che fa bel tempo: giochiamo a… roverino.” Abbiamo pensato ad un gioco che possa sottolineare quello che abbiamo detto poco fa nel racconto giungla?
    “Raga, così il clan non va. Io non voglio più perdere un minuto del mio tempo senza che qualcosa cambi: venite a chiamarmi quando deciderete di avere voglia di esserci.” Ti stai sfogando e sposti su di loro il problema o hai una strategia?