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  • L’imbarazzo del disegnatore di pecore

    Posso farvi una domanda?
    Quanto tempo pensate di aver perso per l’associazione fino ad oggi? Non ditemi che “perso” va sostituito con “occupato” o “investito”, perché non siamo sicuri che sia così. I frutti non si vedono, la maggior parte delle volte. E lasciatemi un margine di dubbio anche per quando sembrano evidenti…
    Staff, preparazione di attività, uscite, libretti dei campi, taglia, copia, incolla, riunioni di zona, comunità capi fino a notte inoltrata… pensateci… tanto se non vi è già capitato, arriva il giorno in cui vi ponete la domanda da soli, schietta e spietata… Cosa ci fa lavorare in perdita? Ecco la domanda.

    Siete affezionati alla comunità capi? Rimanete quindi in associazione perché in coca avete trovato il luogo ideale per crescere e condividere ideali. Lasciatemi dubitare. A volte è anche così, ma non è la regola.
    Siete innamorati dello scouting, amate i nodi, il fuoco sotto le stelle, la tenda, lo zaino ? E per così poco avete investito tanti anni della vostra vita? Uhm…
    L’associazione vi ha conquistato, con le sue strutture, l’iter formativo, le assemblee, le votazioni, i regolamenti,… qui ho esagerato, lo so. E’ meno credibile delle altre ipotesi.
    Secondo me il motivo per cui siamo in associazione ha a che fare con una pecora e una matita.

    Per favore, mi disegni una pecora?
    Il Piccolo Principe inizia così il suo dialogo con l’aviatore. E l’aviatore, dopo quella domanda, non riuscirà più a fare a meno del Piccolo Principe.
    La storia la sapete, no? L’aviatore cerca di disegnare una pecora, ma il Piccolo Principe non è soddisfatto. Allora ci riprova, ma niente da fare. Allora l’aviatore disegna una scatola, e dice che la pecora è lì dentro. E il Piccolo Principe rimarrà contento.

    Pensando a tutte le volte che ho parlato a tu per tu con un lupetto o un rover, credo che fra me e lui in quel momento ci fosse un foglio e una matita. E la domanda che mi veniva rivolta era sempre la stessa: disegnami una pecora.
    A volte ho disegnato una pecora, bellissima, quasi una fotografia. A volte ho disegnato la scatola. Altre volte il foglio è rimasto bianco. Ma credo che sempre quella domanda abbia dato senso al mio impegno in associazione. Sì, credo che il motivo per cui accettiamo di lavorare in perdita sia quella domanda che ci pongono i ragazzi.
    Non è la nostra capacità di rispondere alla domanda, perché spesso sbagliamo o non capiamo cosa ci viene chiesto, è piuttosto quel momento, quell’attimo in cui due vite diverse per età, esperienza e storia entrano in contatto, e lontani da protocolli artificiosi cercano di capire qualcosa dell’altro, per imparare, per conoscere, per orientarsi e collocarsi. Non trovo centrale il fatto che uno sia piccolo e l’altro più grande, anche se questo verticalismo qualifica il rapporto. L’errore da non commettere è quello di impostare rapporti educativi del tipo “ascoltami, ti insegno”, lo sappiamo. Ma non perché non sia “utile”, piuttosto perché non è vero !!
    Cosa diavolo crediamo di poter insegnare ai ragazzi? Cosa veramente crediamo scolpito nella roccia della nostra vita da poterlo passare come appunti di storia al compito in classe?

    Il rapporto educativo io lo vedo nell’imbarazzo dell’aviatore alla domanda “disegnami una pecora”. E’ la sorpresa di sentirsi chiedere qualcosa, a me, che non sono niente, che non so niente. Una esistenza diversa dalla mia mi interpella. Non è la TV, non è un concorso a premi, non è un’indagine demoscopica. E’ una creatura di Dio che ho il privilegio di avere accanto per un attimo, perché è quello il tempo, e si sta rivolgendo a me. E questo deve onorarmi e impegnarmi.
    Non mi sta chiedendo di insegnargli a vivere. Mi sta chiedendo come vedo io la pecora, che è diverso.
    Sta facendosi un’idea della pecora, e chiede a me di fargli vedere la mia. Portiamogli una fotografia e abbiamo sbagliato tutto. Sa benissimo trovare da solo una fotografia della pecora, vuole sapere se per noi è dentro una scatola o sta brucando l’erba.
    E’ tutto qui, non spaventiamoci.
    D’altronde, anche noi della pecora abbiamo un’idea, non la definizione. E allora non perdiamoci a rispondere ai ragazzi come i libri stampati, guardiamoci dentro, quello che in cuore pensiamo delle cose del mondo, di Dio, degli altri. Non significa che dobbiamo rovesciare il nostro pensiero sui ragazzi, ma che non possiamo evitarli facendoli guardare da un’altra parte.

    L’imbarazzo dell’aviatore. Non dobbiamo temere l’imbarazzo, significa solo che stiamo parlando di cose vere, della vita.

    E se c’è imbarazzo, significa che stiamo vivendo quel dialogo da fratello a fratello, per quanto maggiori di età possiamo essere.
    Perché per vivere un rapporto educativo da disegnatore di pecore bisogna credere che l’uomo è uomo sempre, da piccolo e da vecchio. Un bambino non è un essere inferiore all’adulto, come non lo è un vecchio.
    L’uomo vive un’esistenza limitata, e negli anni si trasforma, fino a spegnersi fisicamente nella morte. Ma non credo che esista una fase della suo ciclo di vita in cui si possa affermare che in quel momento è un uomo compiuto, non prima né dopo. Spesso ci si rivolge con sufficienza ai bambini, ai giovani e ai vecchi perché il linguaggio e l’esperienza ci rendono distanti, ma ci dimentichiamo che il nostro destino è stato ed è lo stesso. Siamo di passaggio, sempre.
    Questo significa rapportarsi con i bambini e gli adolescenti convinti che stiamo parlando a persone, uomini e donne che in questo momento sono alti un metro oppure due, pieni di acne o già con la barba, ma persone, che vogliono crescere, conoscere, essere rispettati e trovare una dimensione ed un senso esattamente come lo vogliamo noi.
    I bambini riconoscono se li stiamo trattando da bambini o da persone. E di conseguenza si comportano, ci trattano da adulti o da persone.

    Concludo.
    Il rapporto educativo tra capo e ragazzo assomiglia un po’ a quando ci telefona un amico e ci dice che sarà nella nostra città fra qualche giorno. Allora noi ci offriamo di andarlo a prendere in stazione e di accompagnarlo fino a dove deve recarsi.
    C’è un appuntamento, la promessa di esserci, il viaggio assieme, e poi il saluto.
    Non ci sostituiamo a lui, non andiamo al posto suo.
    Ma in quel tratto assieme c’è il mondo.

  • Protagonismo

    “Protagonismo” non è una parola che suona subito bene…
    Si pensa a chi vuole essere al centro dell’attenzione, si da al termine un’accezione negativa.
    Eppure tutto lo scoutismo di Baden Powell punta su questo, il protagonismo dei ragazzi.
    “Guida da te la tua canoa” è l’espressione più famosa del nostro fondatore, proprio per indicare l’importanza per ogni ragazzo-uomo di prendere in mano la propria vita, di farsene carico, responsabilmente, senza delegare la decisione della “rotta” da tenere ad altri.
    Detta così anche questa indicazione suona strana. Da soli ? Cos’è questa ambizione a far tutto da soli ? E la comunità ? E l’esperienza degli adulti ? Si dovrà pure imparare da qualcuno ?
    La comprensione del significato del protagonismo indicato dal nostro fondatore sta nella differenza tra l’addestramento e l’educazione.

    Addestrare significa avere delle nozioni, delle informazioni, delle capacità da comunicare, trasferire. Io so fare qualcosa, adesso lo insegno anche a te. Nulla di male, guai se mancasse nelle nostre case e scuole questa funzione.

    Se fosse importante insegnare ad accendere un fuoco, o piantare una tenda, o a farsi lo zaino, evidentemente potremmo risolvere la questione dello scoutismo in un paio di mesi, o con un bel manuale.

    Invece allo scoutismo interessano le dinamiche di relazione che si creano in una squadriglia quando ci si deve preparare al campo o ad una impresa, interessa la capacità di ciascun ragazzo di porsi degli obiettivi, piccoli ma concreti, per fare passi in avanti, perché la complessità della vita richiederà sempre passetti in avanti. Ci interessa di più quando la regola di un gioco non viene rispettata, perché ci da l’occasione per domandarsi il motivo dell’esistenza delle regole e decidere assieme che sono indispensabili.
    Ci interessano le bugie dei ragazzi, perché vogliamo capire assieme quale mancanza di libertà li ha portati a dirle, più che dispiacerci per la fiducia tradita.
    A noi interessa la persona, a noi interessano i ragazzi e la loro felicità. Il resto sono “esche”, entusiasmanti, appassionanti (a tal punto che ci “prendono” anche noi capi) ma esche per raggiungere i ragazzi.

    A noi interessa EDUCARE, non addestrare.

    L’educazione è di più. Educare significa “tirar fuori”, non “spingere dentro”. Significa aiutare la persona ad esprimere, far emergere, realizzare se stessa. Se stessa, non qualcos’altro. Noi siamo già una grande ricchezza, già da bambini, anzi, ancora prima. Il problema sta nel creare le condizioni e le relazioni che possano favorire la “fioritura” della nostra esistenza. B.-P. diceva che ciascuno di noi, evidentemente anche Bin Laden, ha un  5% di buono in sé. Ed è su quel 5% che bisogna lavorare.
    Questo non significa che ciascuno ha le stesse caratteristiche, risorse e possibilità. Ma significa che sarebbe un guaio se qualche minima, piccola, grande o fantastica dote rimanesse nascosta, come i denari di quel servitore che preso dalla paura di perdere ha nascosto sotto terra. E magari solo perché non abbiamo trovato nessuno che ci ha fatto credere in noi stessi, ci ha dato fiducia e ci ha sollecitati ad essere quello che siamo.
    Ecco che spunta un adulto all’orizzonte. E qui si apre un mondo. Che ruolo ha l’adulto nell’educazione dei ragazzi? Lo scoutismo ha scommesso su quello del “fratello maggiore”. Un po’ perché papà e mamma ci sono già, ma soprattutto perché il compito del capo scout è quello di accompagnare, non guidare. La canoa la guida il ragazzo. Il fratello maggiore è colui che con l’autorevolezza conquistata sul campo (non dichiarata a voce), con qualche anno di esperienza sulle spalle ma con molta discrezione sta a fianco, sostiene quando si cade, stimola quando si è stanchi, sorride quando viene da piangere, accende qualche luce quando il buio fa perdere la via. Ma non si sostituisce mai a chi deve camminare con le proprie gambe, perché lo scopo non è arrivare, ma mettere nelle condizioni gli altri di arrivare, anche quando tu non sarai più al loro fianco.