Tag: fraternità

  • Marina

    Ho rimandato per lungo tempo questo momento.
    Ho cullato il pensiero, il filo da seguire, il senso da esprimere, il modo con cui farlo. L’ho cullato perché aveva necessità di essere curato, volevo averne cura.
    Alla fine, questa sera, dopo aver riascoltato il brano con cui avevo già pensato di accompagnare la lettura di questo pensiero, ho deciso che era ora di dare il nome vero a questa riluttanza, e cioè desiderio di fuggire dal senso di smarrimento che mi provoca pensare a Marina.

    Mi ero ripromesso di rievocare gli episodi che nella mia memoria hanno definito la nostra amicizia, ma non ce la faccio, sono troppo personali e alcuni lontani nel tempo, e nel momento in cui provo a scriverli mi disturba la poca cosa a cui la mia scrittura li riduce. Allora li tengo per me, li tengo per un futuro in cui potremo rievocarli assieme. Ci sarà un futuro?
    Uno di questi momenti però è speciale, e ha avuto una forza dentro e una gioia fuori che mi convince a parlarne, a scriverne.

    Ha a che fare con il nostro servizio scout di responsabili di zona, condiviso per due anni.
    La sua cornice è l’evento per capi di interbranca di una sera di fine inverno.
    Ha a che fare con noi due seduti su un gradino e di fronte a noi i capi.
    Ha a che vedere con le parole di conclusione di quell’evento, con un microfono che ci passiamo di mano e attraverso il quale cerchiamo parole per fare sintesi del senso dell’incontro, di ringraziare chi ha partecipato, di salutare e di augurare buon ritorno alle proprie case.
    Sta nella sensazione, rara, di aver lavorato bene, di aver preparato un buon incontro, di aver condiviso l’obiettivo e il modo ma soprattutto di provare in quel momento la stessa empatia per chi avevamo di fronte, lo stesso “bene” verso di loro, verso di noi. Senza che nessuno ce lo dicesse, sapevamo che eravamo due capi, una donna e un uomo, che avevano fatto quanto serviva con gioia, stima e amicizia reciproca.
    Il sorriso di Marina, il suo sorriso di quella sera, a labbra chiuse e occhi luminosi.
    “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”, scriveva Pavese, e così è stato. Quell’attimo è dentro di me, è parte di me. 
    Ci sarà un futuro per raccontarcelo ancora e dirci alla fine “quanto tempo è passato” ?

    Chi ci lascia alla fine non ci lascia veramente.
    Se ne vanno per un po’, ci sembra.
    Passiamo davanti casa loro e pensiamo che prima o poi ci torneranno in quelle benedette stanze.
    Ci vengono in mente, ci guardano, ci dicono le cose che sappiamo, ci sorridono.
    Ma questo futuro in cui incontrarci ancora, esiste? 

    Ciao Marina, a questo futuro.
    Lo sai che ti voglio bene.

    Niccolò Fabi
  • Il ruolo del capogruppo

    Il percorso che ho individuato per parlare del ruolo del capogruppo è composto da tre tappe: La chiamata -> a realizzare un cantiere di fraternità -> coltivando un sogno.

    LA CHIAMATA

    la chiamataE’ importante sentire che essere capogruppo è una “chiamata” a cui rispondiamo. E’ un “sì” a volte faticoso, ma importante. C’è un tempo per tutto, un tempo per stare con i ragazzi, per appassionarsi allo scouting, e c’è un tempo per amare la comunità dei capi. A volte la “chiamata” è chiara, sono i capi che la invocano, la esprimono. Altre volte la chiamata si nasconde, fa capolino, diventa senso di responsabilità.

    Ecco, c’è un tempo per la responsabilità.

    Non che con i ragazzi non serva essere responsabili, ma per essere capogruppo ci vuole un particolare senso della responsabilità. E’ un ruolo spesso solitario e ci vuole maturità e responsabilità.
    Qual è il criterio con cui la coca decide chi deve essere il capogruppo?

    • il più vecchio e saggio
    • quello che ha meno tempo
    • il più giovane, tanto dopo lo fa il più vecchio
    • quello che “tocca sempre a me”
    • autogestione

    Prima di trovare “chi” fa il capogruppo, domandiamoci in coca “cosa” vogliamo che faccia…

    A REALIZZARE UN CANTIERE DI FRATERNITA’

    cantiere di fraternità
    cantiere di fraternità

    “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”

    Anna Perale

    Non credo più molto al principio secondo cui la coca deve essere solo una comunità di servizio. Le ns. coca sono composte in prevalenza da giovani adulti, spesso molto giovani, che offrono disponibilità e tempo ma dimostrano insicurezze e fragilità. Allora la coca non può essere solo luogo organizzativo e nemmeno solo di formazione. Deve poter diventare cantiere di fraternità. A differenza del clan, qui facciamo sul serio. In coca serviamo ed educhiamo bambini e ragazzi, ma non possiamo dimenticarci di noi. Abbiamo bisogno di fare continua esperienza di relazioni, di comunione, di fraternità per poterla proporre nelle unità con la consapevolezza che la comunità aiuta, sorregge, stimola, forma, cresce, leviga, raccoglie, accoglie, discute. La comunità non è solo metodo, è un valore quando la decliniamo in comunione.

    Allora dobbiamo trovare spazi e tempi per riuscire a cogliere il piacere di essere comunità.

    E il capogruppo, cosa deve fare?

    1. ricordarsi sempre che di fronte ha delle persone, non bambini e ragazzi, ma comunque persone, con una storia, percorsi diversi, ambizioni, attese, fragilità, timori, doti e quant’altro;
    2. ricordarsi sempre che le “cose da fare” non sono mai, mai, più importanti delle persone;
    3. ascoltare, ascoltare, ascoltare
    4. dare spazio perché ci sia qualcosa e qualcuno da ascoltare (mentre parliamo non ascoltiamo)
    5. voler bene ai capi, a tutti, perché così è anche quando ci relazioniamo in unità. Se “vogliamo bene”, i frutti ci saranno.
    6. iniziamo le riunioni col sorriso in bocca e non con le notizie tecniche
    7. ricordiamoci che chi viene in coca ha già preoccupazioni per la propria vita, la morosa, la famiglia, lo studio, il lavoro e anche per la propria unità… non creiamo anche preoccupazioni per la coca, la coca deve aiutare a risolvere i problemi e le tensioni, non a crearne di nuove.

    COLTIVANDO UN SOGNO

    sogni
    sogni

    Il cantiere di fraternità ha senso se coltiva un sogno. E non è così semplice coltivarlo.

    E’ più semplice lasciarsi trascinare dalla corrente delle cose da fare, la giornata con i genitori, i passaggi, il campo di gruppo, la giornata delle associazioni, la presentazione del progetto educativo, gli incontri in parrocchia, la processione del venerdì santo, … tutte cose anche giuste, ma che devono respirare un sogno per poter essere sostenute dalle fragili braccia di capi superimpegnati…

    Coltivare un sogno in coca significa:

    • chiedere ai capi di parlare con il cuore
    • chiedere ai capi di pregare con essenzialità e verità
    • chiedere ai capi di domandarsi sempre il senso di ciò che fanno
    • chiedere ai capi di rimotivare il loro servizio ogni volta che ne avvertono la pesantezza
    • chiedere ai capi di credere in ciò che fanno oltre a ciò che fanno
    • chiedere ai capi di credere che assieme si può…

    E quindi?

    • Curare i momenti di preghiera dando senso e profondità personali
    • Chiedere sempre un contributo e confronto ai capi, secondo la loro sensibilità
    • Ringraziare i capi per il loro servizio, e dare spazio perché ciò che fanno in unità sia conosciuto e condiviso in coca
    • Domandarsi sempre il perché e il senso delle tradizioni di gruppo, delle proposte che avanziamo, delle attività di autofinanziamento, dei criteri per definire gli staff, etc.
    • Curiamo i ritorni dai campi di formazione, cercando di capitalizzare in coca l’entusiasmo e le competenze acquisite
    • Curiamo i tirocini, non lasciamo “fagocitare” i giovani capi dall’attività senza che trovino tempo per domandarsi il motivo per cui sono in Agesci e per cui educano
  • Educare all’unità

    Perché educare all’unità?
    Perché per noi scout la comunità è così importante?

    WILSON

    https://www.youtube.com/watch?v=lH1AgbhmUpc

    Il naufrago sente l’esigenza di avere un interlocutore con cui parlare. Avete visto dove lo mette? Davanti a lui, in modo che lo veda lavorare, accendere il fuoco.
    Il naufrago sa che è un pallone, lo sa anche quando lo getterà via dalla grotta e poi correrà a recuperarlo. Lo sa anche quando sulla zattera gli chiederà scusa piangendo per averlo lasciato andare alla deriva.
    Cos’è quel pallone per lui?

    LA GATTA

    Una signora anziana muore, sola. Il comune si fa carico delle pratiche per il funerale. L’incaricato fa un sopralluogo dove viveva l’anziana. Cercano tracce di relazioni, amiche, parenti. Trovano delle lettere che l’anziana scriveva a se stessa, facendo firmare al gatto.
    Perché gli animali di compagnia in questi ultimi anni ha così successo? Avete dato uno sguardo agli scaffali dei supermercati? Avete confrontato l’ampiezza di questi scaffali rispetto a quelli dei prodotti per bambini?
    Cosa ci sta succedendo? Cosa cerchiamo nei gatti, nei cani?
    L’uomo non riesce a stare solo, è un animale sociale, si dice. Ma quali sono i motivi per cui cerca altri suoi simili, e quando non li trova li crea “umanizzando” gli animali?

    GLI APOSTOLI

    https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4

    Gesù, figlio di Dio, sceglie 12 uomini fra i discepoli che lo seguono, e con loro crea legami, una relazione forte. Crea un gruppo, dorme e mangia assieme, discute, si confronta, si confida. Certamente con un leader carismatico, ma dove ciascuno ha una storia, delle attese, e degli obiettivi, anche se non sempre chiari.
    Non sono dei superuomini, non sono colti, non sono uomini della legge, né sacerdoti, né scribi. Sono pescatori, gente umile, ignorante, deboli, come dice Giuda. Traditori.
    Immaginate la missione di Gesù, il suo obiettivo. Riconciliare l’uomo con Dio, creare una nuova alleanza, un nuovo battesimo. Di fronte lo aspetta l’umanità intera, di quel tempo e dei tempi a venire. E Gesù parte da questi dodici semplicioni e codardi. Ha senso?

    Giuda, nel film, è più tosto degli altri apostoli. E’ coerente, forte, decisionista. Guarda all’obiettivo, non alla persona. Chiede a Gesù di schierarsi e battersi per la causa, che in quel momento era la liberazione dall’occupazione romana. Gesù ribalta la questione, non parte dai romani, parte dall’anima delle persone. A lui interessa la liberazione dell’anima. E come potrà farlo? Amando. E’ l’amore la chiave di tutto, il centro. Tutto il resto gira attorno. Amore verso chi? Gesù dice che dobbiamo amare il prossimo, facendo così ameremo Dio. Ci indica che la chiave di tutto è l’amore verso i nostri simili.
    Il seme diventa albero e da frutto, nel deserto.
    Bingo.

    ANCHE IL CREATO

    Questo filmato l’ho inserito perché mi affascinano gli animali che stanno in branco, in stormo, in gregge, mandria, sciame… abbiamo coniato anche i nomi collettivi per rappresentare queste “comunità” di animali. Stanno assieme per gli stessi motivi per cui noi siamo qui stasera assieme?

    CONCLUSIONE

    Ora, oltre le domande, tento qualche mia considerazione, perdonatemi l’azzardo e la semplificazione.
    Il coniglio che ho in giardino non si è mai visto allo specchio, e se anche si specchiasse non si riconoscerebbe, non sa di essere un coniglio. Però ha riconosciuto da subito che oltre la rete c’è un suo simile, un altro come lui.
    WILSON Parto da qui per dire che anche noi, comunque animali, siamo attratti dagli altri perché gli altri ci dicono qualcosa di noi. Sono uno specchio. Ci comunicano in diversi modi ciò che ci accomuna e ciò che ci distingue. Come potrei sapere se sono buono finché non trovo un altro che invece ritengo cattivo?
    Senza specchio, finiamo di esistere. L’immagine di noi finisce nel vuoto.
    LA GATTA Poi abbiamo bisogno di instaurare una relazione, perché abbiamo bisogno di essere amati (questo è semplice da intendere) ma anche di amare (questo è più difficile). Essere amati serve a sentirsi protetti in una esistenza difficile, che ci intimorisce, a volte ci spaventa, spesso ci scopre deboli e indifesi. Amare è un mistero. Chissà perché lo facciamo? E’ veramente un gesto gratuito? Ci torna qualcosa? O tutto? Forse abbiamo bisogno di sentirci utili perché questo da un senso ad una vita che altrimenti rischia di diventare una scatola vuota, angosciante.
    APOSTOLI e AMORE O MORTE? Gesù infine ci offre una traccia precisa: vivere piccole comunità per salvare l’uomo, non il mondo. La salvezza di ciascuno non sta dentro di noi, ma nelle persone che abitano il nostro spazio e il nostro tempo.
    Ecco perché creare dei piccoli cantieri di fraternità, in branco, in reparto, in noviziato, in clan e in comunità capi. Dice Anna Perale: “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”
    Perché così riusciremo a passare dalla comunità alla comunione. Comunionità?

    L’INTENZIONALITA’ EDUCATIVA

    “Oggi ho ripreso il capo squadriglia perché per l’ennesima volta non è stato attento e ha lasciato la luce della sede accesa.” L’hai fatto per te o per lui?
    “Settimana prossima ad attività dobbiamo parlare di specialità: se non iniziamo andremo a finire che al campo perderemo un sacco di tempo per le presentazioni di specialità.” Stiamo utilizzando le specialità perché ci servono o perché temiamo di non essere capi certificati iso9001?
    “Giulio, ci sarà pure qualcosa che potresti fare a casa per cacciare la tua preda..! Che ne so, prepara la tavola alla sera..” Stiamo pensando a Giulio o stiamo pensando a chiudere il giro delle prede?
    “Raga, in aprile settimana di comunità, è un pezzo che ce lo chiedono e in ogni caso a marzo c’è il san paolo e a maggio io ho l’esame all’università.” Settimana di comunità per quale motivo?
    “Oggi tutti fuori dalla tana che fa bel tempo: giochiamo a… roverino.” Abbiamo pensato ad un gioco che possa sottolineare quello che abbiamo detto poco fa nel racconto giungla?
    “Raga, così il clan non va. Io non voglio più perdere un minuto del mio tempo senza che qualcosa cambi: venite a chiamarmi quando deciderete di avere voglia di esserci.” Ti stai sfogando e sposti su di loro il problema o hai una strategia?

  • La mia esperienza scout e i 4 punti di B.-P. disattesi

    La mia esperienza scout non rende onore del tutto ai 4 punti di B.-P., o non a tutti e 4.

    Non sono mai stato bravo con la pioneristica, non ho mai fatto molta attività fisica, solo saltuariamente. Cucino le bistecche e le uova, e la pasta. Già con il sugo ho qualche problema. Sandra sa che spesso perdo la gavetta in giro.

    Ma non per disordine, perché sono tendenzialmente una persona ordinata.
    La perdo perché durante le uscite e i campi mi perdo ad ascoltare, a parlare, ad incontrare le persone. Vivo l’incantesimo dell’incontro tra simili, o diversi che però sognano cose molto simili.

    Forse questa è una dimensione più vicina a quella del capo scout, rispetto a quella del ragazzo scout, me ne rendo conto.
    I capi scout sono esseri simili tra loro, hanno diverse cose in comune. Per i ragazzi la similitudine è meno evidente.

    E forse su questo aspetto pesa il fatto che ho iniziato il mio percorso scout solo a 14 anni, al terzo anno di reparto. Mi mancano i lupetti e i primi anni di reparto.
    Quindi la mia vita scout da ragazzo è stata caratterizzata dal noviziato, due anni, e poi il clan. Esperienza molto cerebrale ed emotiva, anche se con lo zaino sulle spalle.

    Poi tanti anni da capo, ed ecco il perché dell’incantesimo di cui parlavo prima e delle gavette perse.

    Essere capo scout, fare il capo scout, significa, se lo fai bene, buttare anima e corpo, darsi, riempire la propria vita di un contenuto e un senso sconosciuto ai più, ai familiari e agli amici non scout, ai compagni di università, ai colleghi. Significa vivere in uno stato di grazia, anche faticoso, che non è stato prima e, probabilmente, non sarà dopo.

    Siamo dei don Chisciotte, coraggiosi e incoscienti, e molto sognatori.

    Cosa c’è di così straordinario in questa esperienza di capo educatore? L’altro. I ragazzi e i capi con cui condividi.

    Hai la magnifica possibilità di entrare in relazione, profonda e genuina, con ragazzi e ragazze che stanno crescendo e ti chiedono di disegnare per loro una pecora. La conoscete la storia dell’aviatore che incontra il Piccolo Principe, no? Chiede all’aviatore di disegnare una pecora, e lui fa alcuni disegni, ma non riesce ad accontentare il Piccolo Principe. Troppo vecchia, malaticcia, sembra un cane… Infine lui disegna una scatola con dei buchi per l’aria e dice che la pecora è al riparo, dentro la scatola. E il Piccolo Principe sorride, felice. Ecco la pecora che voleva, è lì dentro.

    Questo per dire che il rapporto che si instaura tra un capo scout e un ragazzo, che noi vorremmo chiamare educativo, è del tutto diverso da quello di un genitore e figlio (l’ho capito in questi ultimi anni…) e diverso da quello di un insegnante e allievo. E’ dentro quella domanda: “Disegnami una pecora”. Significa che i ragazzi non ci chiedono come é fatta una pecora, lo sanno già o possono saperlo facilmente anche in internet. Ci chiedono come noi vediamo la nostra pecora, qual è la nostra esperienza, cosa sentiamo, cosa proviamo. Perché si fidano, e capiscono che tu, capo, sei lì non per un contratto professionale e nemmeno per un legame di sangue. Sei lì perché lo vuoi tu e perché tu sei interessato a loro, nel modo più gratuito. E già questo è un mistero che educa.

    Dopo diversi anni di capo clan, ho fatto altre cose, capogruppo, incaricato di zona di branca, responsabile, consigliere generale. Tutte esperienze molto belle, ma il capo clan… è un’altra cosa.

    Poi i figli, cambiato casa e paese. E passano altri dieci anni.

    Domenica scorsa ho rivisto una ragazza del clan (di quando io ero capo clan), era ragazza a quel tempo. Ora è una donna, una mamma. Ha perso il papà il venerdì santo. L’ho solo abbracciata e chiamata per nome, e così ha fatto lei. Nulla di strano, direte voi, e dico anch’io. Non posso dire cosa possa aver pensato lei, ma posso dire cosa ho pensato io: non si smette mai del tutto di essere capi clan, nemmeno dopo tanti anni. Guardi questi ragazzi ormai adulti e ti dici che non sai quasi più nulla di loro ma senti di conoscerli, anche se non li frequenti più. E soprattutto senti che hai ancora una responsabilità residua nei loro confronti, perché quello dell’educatore non è un gioco di ruolo che dura il tempo del censimento, è una fiducia reciproca che va oltre, è una consegna che tocca ciò che abbiamo di più profondo e importante, e bello.

    Il segreto, penso, è la gratuità del tutto. Mi azzarderei a chiamarla esperienza di fraternità.

    A dirla tutta, fare esperienza di comunità e fraternità come quelle che si instaurano in branco, in reparto, ma soprattutto in branca rover e in comunità capi, è una fregatura.

    Quando poi vivi altre realtà comunitarie, altro associazionismo, partiti, anche l’ambiente di lavoro stesso, ti aspetteresti di trovare qualcosa che ci assomigli, ma difficilmente è così. Ma come? – ti dici- sono sicuro che si può, l’ho provato di persona quel tipo di comunità… perché non può essere così anche altrove?

    Sto ancora pensando alla risposta giusta.

    Ne azzardo una. Credo che abbia a che fare con una congiunzione temporale, quindi che abbia a che fare con i tempi e il tempo.
    E’ l’incontro tra un giovane adulto (come non sono più io) e dei bambini, ragazzi e giovani che stanno, ciascuno secondo la propria età, scoprendo il mondo, con l’entusiasmo e lo spavento necessario.
    La somma delle sicurezze acquisite di ciascuno non fa quella di un adulto navigato, come siamo ormai noi tre (lascio fuori la ragazza Sandra).

    Ma la somma dei loro sogni e del loro desiderio di confronto e di trovare un posto nel mondo è 10 volte il nostro.

    Il segreto è la porta che i cuori e le teste dei giovani tengono aperta. Quella porta con il tempo viene sempre più accostata.
    A meno di un nostro strenuo impegno a tenerla aperta o a qualche “bug” genetico, ci sono anche quelli…

    Non so come classificare tutto ciò all’interno dei quattro punti di Baden Powell, forse Servizio, forse carattere.
    Forse ha a che vedere con la spiritualità scout.
    Di certo è scautismo, lo è nel midollo.

    Non ho parlato della natura, della strada, dell’essenzialità, della gioia del canto e del gioco, della progressione personale.
    Ma ho parlato di quello che ha formato maggiormente ciò che sono oggi.