Ho rimandato per lungo tempo questo momento. Ho cullato il pensiero, il filo da seguire, il senso da esprimere, il modo con cui farlo. L’ho cullato perché aveva necessità di essere curato, volevo averne cura. Alla fine, questa sera, dopo aver riascoltato il brano con cui avevo già pensato di accompagnare la lettura di questo pensiero, ho deciso che era ora di dare il nome vero a questa riluttanza, e cioè desiderio di fuggire dal senso di smarrimento che mi provoca pensare a Marina.
Mi ero ripromesso di rievocare gli episodi che nella mia memoria hanno definito la nostra amicizia, ma non ce la faccio, sono troppo personali e alcuni lontani nel tempo, e nel momento in cui provo a scriverli mi disturba la poca cosa a cui la mia scrittura li riduce. Allora li tengo per me, li tengo per un futuro in cui potremo rievocarli assieme. Ci sarà un futuro? Uno di questi momenti però è speciale, e ha avuto una forza dentro e una gioia fuori che mi convince a parlarne, a scriverne.
Ha a che fare con il nostro servizio scout di responsabili di zona, condiviso per due anni. La sua cornice è l’evento per capi di interbranca di una sera di fine inverno. Ha a che fare con noi due seduti su un gradino e di fronte a noi i capi. Ha a che vedere con le parole di conclusione di quell’evento, con un microfono che ci passiamo di mano e attraverso il quale cerchiamo parole per fare sintesi del senso dell’incontro, di ringraziare chi ha partecipato, di salutare e di augurare buon ritorno alle proprie case. Sta nella sensazione, rara, di aver lavorato bene, di aver preparato un buon incontro, di aver condiviso l’obiettivo e il modo ma soprattutto di provare in quel momento la stessa empatia per chi avevamo di fronte, lo stesso “bene” verso di loro, verso di noi. Senza che nessuno ce lo dicesse, sapevamo che eravamo due capi, una donna e un uomo, che avevano fatto quanto serviva con gioia, stima e amicizia reciproca. Il sorriso di Marina, il suo sorriso di quella sera, a labbra chiuse e occhi luminosi. “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”, scriveva Pavese, e così è stato. Quell’attimo è dentro di me, è parte di me. Ci sarà un futuro per raccontarcelo ancora e dirci alla fine “quanto tempo è passato” ?
Chi ci lascia alla fine non ci lascia veramente. Se ne vanno per un po’, ci sembra. Passiamo davanti casa loro e pensiamo che prima o poi ci torneranno in quelle benedette stanze. Ci vengono in mente, ci guardano, ci dicono le cose che sappiamo, ci sorridono. Ma questo futuro in cui incontrarci ancora, esiste?
Ciao Marina, a questo futuro. Lo sai che ti voglio bene.
Posso farvi una domanda? Quanto tempo pensate di aver perso per l’associazione fino ad oggi? Non ditemi che “perso” va sostituito con “occupato” o “investito”, perché non siamo sicuri che sia così. I frutti non si vedono, la maggior parte delle volte. E lasciatemi un margine di dubbio anche per quando sembrano evidenti… Staff, preparazione di attività, uscite, libretti dei campi, taglia, copia, incolla, riunioni di zona, comunità capi fino a notte inoltrata… pensateci… tanto se non vi è già capitato, arriva il giorno in cui vi ponete la domanda da soli, schietta e spietata… Cosa ci fa lavorare in perdita? Ecco la domanda.
Siete affezionati alla comunità capi? Rimanete quindi in associazione perché in coca avete trovato il luogo ideale per crescere e condividere ideali. Lasciatemi dubitare. A volte è anche così, ma non è la regola. Siete innamorati dello scouting, amate i nodi, il fuoco sotto le stelle, la tenda, lo zaino ? E per così poco avete investito tanti anni della vostra vita? Uhm… L’associazione vi ha conquistato, con le sue strutture, l’iter formativo, le assemblee, le votazioni, i regolamenti,… qui ho esagerato, lo so. E’ meno credibile delle altre ipotesi. Secondo me il motivo per cui siamo in associazione ha a che fare con una pecora e una matita.
Per favore, mi disegni una pecora? Il Piccolo Principe inizia così il suo dialogo con l’aviatore. E l’aviatore, dopo quella domanda, non riuscirà più a fare a meno del Piccolo Principe. La storia la sapete, no? L’aviatore cerca di disegnare una pecora, ma il Piccolo Principe non è soddisfatto. Allora ci riprova, ma niente da fare. Allora l’aviatore disegna una scatola, e dice che la pecora è lì dentro. E il Piccolo Principe rimarrà contento.
Pensando a tutte le volte che ho parlato a tu per tu con un lupetto o un rover, credo che fra me e lui in quel momento ci fosse un foglio e una matita. E la domanda che mi veniva rivolta era sempre la stessa: disegnami una pecora. A volte ho disegnato una pecora, bellissima, quasi una fotografia. A volte ho disegnato la scatola. Altre volte il foglio è rimasto bianco. Ma credo che sempre quella domanda abbia dato senso al mio impegno in associazione. Sì, credo che il motivo per cui accettiamo di lavorare in perdita sia quella domanda che ci pongono i ragazzi. Non è la nostra capacità di rispondere alla domanda, perché spesso sbagliamo o non capiamo cosa ci viene chiesto, è piuttosto quel momento, quell’attimo in cui due vite diverse per età, esperienza e storia entrano in contatto, e lontani da protocolli artificiosi cercano di capire qualcosa dell’altro, per imparare, per conoscere, per orientarsi e collocarsi. Non trovo centrale il fatto che uno sia piccolo e l’altro più grande, anche se questo verticalismo qualifica il rapporto. L’errore da non commettere è quello di impostare rapporti educativi del tipo “ascoltami, ti insegno”, lo sappiamo. Ma non perché non sia “utile”, piuttosto perché non è vero !! Cosa diavolo crediamo di poter insegnare ai ragazzi? Cosa veramente crediamo scolpito nella roccia della nostra vita da poterlo passare come appunti di storia al compito in classe?
Il rapporto educativo io lo vedo nell’imbarazzo dell’aviatore alla domanda “disegnami una pecora”. E’ la sorpresa di sentirsi chiedere qualcosa, a me, che non sono niente, che non so niente. Una esistenza diversa dalla mia mi interpella. Non è la TV, non è un concorso a premi, non è un’indagine demoscopica. E’ una creatura di Dio che ho il privilegio di avere accanto per un attimo, perché è quello il tempo, e si sta rivolgendo a me. E questo deve onorarmi e impegnarmi. Non mi sta chiedendo di insegnargli a vivere. Mi sta chiedendo come vedo io la pecora, che è diverso. Sta facendosi un’idea della pecora, e chiede a me di fargli vedere la mia. Portiamogli una fotografia e abbiamo sbagliato tutto. Sa benissimo trovare da solo una fotografia della pecora, vuole sapere se per noi è dentro una scatola o sta brucando l’erba. E’ tutto qui, non spaventiamoci. D’altronde, anche noi della pecora abbiamo un’idea, non la definizione. E allora non perdiamoci a rispondere ai ragazzi come i libri stampati, guardiamoci dentro, quello che in cuore pensiamo delle cose del mondo, di Dio, degli altri. Non significa che dobbiamo rovesciare il nostro pensiero sui ragazzi, ma che non possiamo evitarli facendoli guardare da un’altra parte.
L’imbarazzo dell’aviatore. Non dobbiamo temere l’imbarazzo, significa solo che stiamo parlando di cose vere, della vita.
E se c’è imbarazzo, significa che stiamo vivendo quel dialogo da fratello a fratello, per quanto maggiori di età possiamo essere. Perché per vivere un rapporto educativo da disegnatore di pecore bisogna credere che l’uomo è uomo sempre, da piccolo e da vecchio. Un bambino non è un essere inferiore all’adulto, come non lo è un vecchio. L’uomo vive un’esistenza limitata, e negli anni si trasforma, fino a spegnersi fisicamente nella morte. Ma non credo che esista una fase della suo ciclo di vita in cui si possa affermare che in quel momento è un uomo compiuto, non prima né dopo. Spesso ci si rivolge con sufficienza ai bambini, ai giovani e ai vecchi perché il linguaggio e l’esperienza ci rendono distanti, ma ci dimentichiamo che il nostro destino è stato ed è lo stesso. Siamo di passaggio, sempre. Questo significa rapportarsi con i bambini e gli adolescenti convinti che stiamo parlando a persone, uomini e donne che in questo momento sono alti un metro oppure due, pieni di acne o già con la barba, ma persone, che vogliono crescere, conoscere, essere rispettati e trovare una dimensione ed un senso esattamente come lo vogliamo noi. I bambini riconoscono se li stiamo trattando da bambini o da persone. E di conseguenza si comportano, ci trattano da adulti o da persone.
Concludo. Il rapporto educativo tra capo e ragazzo assomiglia un po’ a quando ci telefona un amico e ci dice che sarà nella nostra città fra qualche giorno. Allora noi ci offriamo di andarlo a prendere in stazione e di accompagnarlo fino a dove deve recarsi. C’è un appuntamento, la promessa di esserci, il viaggio assieme, e poi il saluto. Non ci sostituiamo a lui, non andiamo al posto suo. Ma in quel tratto assieme c’è il mondo.
Se hanno chiesto a me di essere qui oggi a parlare di vocazione ed educazione significa che non si voleva invitare un esperto, perché io non lo sono. Credo di essere stato invitato qui per fare da specchio, per riflettere la vostra immagine, assieme alla mia e a quella di altri capi scout di ieri, oggi e forse domani. Cioè per invitare ad una riflessione su di noi, sul “chi siamo”, sul perché siamo qui vestiti di azzurro.
Il consiglio di zona, pensando al prossimo progetto, ha invitato a guardarsi dentro, per rifondare le motivazioni del nostro servizio, per leggerle sotto la luce della vocazione. Parola altisonante, evocativa, rischiosa.
Parto da un esercizio che negli ultimi mesi mi riesce molto bene, purtroppo.
Quello di astrarsi.
Si può fare al lavoro, a casa, davanti alla tv, ovunque. Provo per qualche istante a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, distaccati, cerco di togliere la patina del consueto. I miei vestiti, l’automobile, la mia casa. L’erba da tagliare. La musica che ascolto. Le cose che dico, i saluti, i convenevoli. I problemi al lavoro. Quando il distacco si fa consistente percepisco per qualche attimo l’inconsistenza di tutto. Siamo immersi in ornamenti e orpelli che scambiamo per sostanza, che ci aiutano a mantenere un equilibrio, a darci sicurezza, perché l’alternativa è ammettere che siamo niente, e a pensarci si rischia di perdersi.
Allora ritorno in me, guardo l’orologio, penso a quello che devo fare, preparare, comprare, dire, telefonare. Penso a cosa mangerò per cena, la riunione di questa sera, la partita di domani, il bollo da pagare… e tutto ritorna al suo posto. Esercizio concluso.
Mi domando: sono più sciocco di quando andavo spedito come un treno senza pormi tante domande e pensavo di essere eterno?
Mah..
Il problema è che sgombrato il tavolo, come si dice, rimaniamo soli davanti alla domanda delle domande: cosa ci facciamo noi qui.
Mi sono chiesto se questa domanda è frutto di un’età più matura, diciamo così. Mi sono anche risposto però che la domanda è sempre vera. L’età più matura rende semplicemente più urgente una risposta.
E’ una domanda a cui, si dice, oggi non si vuole più tentare di dare una risposta. Si vive e basta, prendendo quello che viene.
Come zattere alla deriva, senza direzione e destinazione.
Tutto è relativo. Non dico niente di nuovo.
Benedetto XVI dice: ““Il relativismo condanna prima o poi ogni persona a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.
Attenzione, il relativismo è anche tra di noi, dentro di noi. Noi siamo di questo mondo.
Qualcun’altro ha detto: “Il vivere non è privo di senso per qualche sofferenza, bensì è sofferente perché privo di senso”
Ecco cosa manca, il senso.
senso=significato, direzione, dare un nome alle esperienze, azioni, relazioni. Provenienza e appartenenza.
Noi inglesi vestiti di azzurro siamo per dna pragmatici, quindi ci mettiamo subito alla caccia di ciò che ci serve, quindi troviamo il senso… Si, ma come si trova il senso delle cose?
Attraverso la cartina di tornasole dei valori, che, badate bene, conosciamo tutti a memoria: onestà, lealtà, coerenza, altruismo, generosità,… ma evidentemente sapere quali sono non è proprio sufficiente, vista la situazione in cui versiamo.
“Ciò che da vita e vigore a quanto vale è ciò cui esso mira, cioè l’esperienza che se ne può fare, la pertinenza alla vita stessa.”
Quindi per affermare l’importanza di un valore è necessario farne esperienza, per cogliere quanto serve alla nostra vita.
Bene. Cercasi esperienze disperatamente. Astenersi maghi, imbonitori e pusher.
La capacità di fare esperienza deve essere attivata da altri. Il patrimonio ha bisogno di un padre che lo trasmetta.
Ognuno di noi è capace di fare esperienza, ma l’esperienza va innescata, generata, proposta.
E chi può proporla se non un educatore?
Scusate mi sono già perso.
Siamo partiti dal vuoto esistenziale, siamo passati per la mancanza di senso, quindi per la necessità di appropriarsi di valori, l’esperienza come sigillo del valore, e infine l’educazione come proposta di esperienze.
Fregati.
In questi passaggi c’è la nostra vita di capi scout e, per alcuni di voi compreso me, di genitori. Oppure no?
Non voglio spacciare questi passaggi per veri ad ogni costo, ma pensiamoci.
Ma se prendiamo per buona questa ipotesi, allora è evidente che l’educazione non è uno sport, né un passatempo. E’ una necessità.
L’educazione è quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo. L’assenza di educazione, al contrario, dimostrerebbe che la messa al mondo di figli è un atto casuale, un accadimento senza senso.
E oltre ai genitori, assieme a poche altre agenzie, ci siamo noi capi scout.
Eccoci a casa, siamo partiti dal vuoto e siamo arrivati alla proposta scout.
Un’osservatore esterno a questo punto potrebbe dedurre che ciascuno di noi presenti è capo scout per questo motivo, per proporre esperienze che propongano valori per dare senso alle cose e quindi dare pienezza all’esistenza dei ragazzi.
Voi siete capi scout per questo motivo?
Quante storie e percorsi diversi dietro ai nostri volti.
Quante strade ci hanno condotto qui, oggi. C’è chi è capo da qualche mese, chi da decenni. Chi è titubante, chi fa addirittura il formatore di altri, chi è preoccupato della continuità della propria coca, chi invece è preoccupato per la sua vita personale. Chi è colmo di gioia per l’ultima attività andata bene, chi depresso vorrebbe mollare tutto…
C’è un percorso che però accomuna tutti?
Sono arrivato alla conclusione che se esiste è di tipo circolare. SI può passare per il via più volte, senza peraltro restare fermi in prigione qualche turno, come a Monopoli.
Volevo prima di tutto far osservare che anche in questo caso si tratta di STRADA, essere Capi Scout è comunque fare strada. Entrare in Comunità Capi è solo l’inizio di questo percorso, che se si ha la fortuna di poter percorrere per un tempo generoso, ci permetterà di camminare dentro noi stessi e conoscerci meglio, e fuori di noi, facendo esperienza dell’altro e del mondo.
Il percorso che ho immaginato ha a che vedere con l’essere e con il tempo.
Sono portato – il tempo della gratificazione
C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle (Fossati, “C’è tempo”)
C’è un tempo in cui ci si sente portati a fare i capi scout. E’ un tempo di grandi energie e spazi temporali esagerati, in cui le cose riescono naturali. Belle attività, risposte entusiaste dei bambini e dei ragazzi. E’ il tempo delle mille riunioni, delle agende che scoppiano, ma non importa. Ci riesco, sono bravo. Provo soddisfazione. Mi sento PORTATO. E’ il tempo dell’emozione, della novità, della commozione. L’uniforme è motivo di orgoglio, la scelta di educatore un’affermazione di sé e della propria volontà.
Chi non gira allo stesso numero dei miei giri è un debole, incoerente, non è serio. “Ma come, non viene in uscita? Ma come, ha saltato attività anche oggi? Deve studiare? Deve laurearsi? Deve sposarsi? Ha un bimbo piccolo? Tutte scuse.”
E’ il tempo dei giudizi severi, forti di una posizione personale quasi inattaccabile.
E’ anche il tempo della sopravalutazione di sé. Si fotografa una nostra condizione temporanea scambiandola per la nostra personalità. Sentirsi PORTATI significa anche sentirsi spinti da un’onda potente che pensiamo inesauribile, ma che prima o poi si spegnerà sulla battigia della spiaggia, è la sua natura, non un dramma. Noi non siamo solo quello che il tempo della gratificazione mette in luce. Ma per fortuna ci pensa la vita a farcelo capire.
Sono mandato – il tempo della responsabilità
La lInea d’ombra, Jovanotti , dal minuto 1.57
C’è un tempo in cui qualcuno bussa alla nostra porta, ci telefona, ci scrive e ci chiede disponibilità. Ci spiega che c’è un incarico da svolgere, un ruolo da ricoprire, ci dice che è importante. “Ho pensato subito a te”, afferma. “Sei la persona più adatta”, ci dice. “Ce la puoi fare”, aggiunge. E noi vacilliamo, perché fino a quel momento abbiamo fatto ciò che sapevamo fare. Ma questo incarico è diverso. Quanto impegno mi chiederà? Saprò far fronte alle difficoltà? E se non ce la facessi? Deluderò le aspettative?
C’è qualcuno che crede in me, e conta su di me più di quanto io conti su me stesso. Mi da fiducia e me la chiede.
E’ il tempo del cuore oltre l’ostacolo, del cappello al di là del fosso.
Tra dubbi, timori e fatiche accettiamo la sfida della responsabilità, ci facciamo carico.
Teniamo duro, tiriamo la carretta perché non volgiamo si fermi, anche se siamo soli, anche se siamo in pochi, anche se il futuro è buio.
E’ il tempo del contare le proprie forze, e spenderle con parsimonia e saggezza perché ci aspettano tempi lunghi.
E’ il tempo in cui abbiamo chi attende il nostro dito puntato verso la direzione da prendere. Nessun’altro lo farà al posto nostro.
Essere MANDATI ha a che fare con la fiducia, il coraggio, la temperanza.
Sono chiamato – il tempo della pienezza
Il Piccolo Principe, la Pecora.
E’ un tempo privilegiato, in cui il nostro impegno in associazione trova il suo senso compiuto nel rapporto educativo. Ma non sto pensando ad una relazione generica con il branco, il reparto, il noviziato, il clan. Sto pensando ad un rapporto educativo tra me, capo, e un bambino/ragazzo. E’ il momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può…
A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.
Se la domanda è “cos’è la vocazione”, la mia risposta è “questo momento”, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che un po’ di vocazione ce l’abbiamo anche noi.
So che questa non è proprio la definizione di vocazione classica, quella spirituale, quella della chiamata di Dio che ci invita ad essere, a incarnare.
Se posso scomodare le Scritture, allora lo faccio ricordando Pietro.
Pietro viene scelto, viene chiamato a far parte degli apostoli di Gesù. Gli viene riconosciuta autorità, tra i 12 sembra essere privilegiato, assieme a Giovanni e Giacomo, nell’assistere ad avvenimenti importanti della predicazione di Gesù. Diciamo che gode del tempo della gratificazione.
Ma l’onda, si sa, prima o poi si infrange. Dopo la cattura di Gesù, lo rinnega 3 volte, dice di non averlo mai conosciuto. Ne prende le distanze, ha paura per la sua vita. E’ il punto più basso che Pietro raggiunge.
The Passion, Pietro rinnega Gesù.
Quando Gesù appare risorto ai 12, le letture riportano il confronto a tu per tu di Gesù con Pietro.
Immaginate Gesù che guarda Pietro. Immaginate il senso di colpa di Pietro e gli occhi bassi. Invece di chiedergli il perché del suo tradimento gli chiede se lo ama più degli altri. E’ assurdo, l’ha tradito qualche giorno prima… “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.” Gli disse: ” Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?” Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi ami?” e gli disse: “Signore tu sai tutto: tu sai che io ti amo”. “Gli rispose Gesù “Pasci le mie pecorelle” (Gv.21,10-19)
Forse in quella prova Gesù aveva voluto fare toccare con mano a Pietro e quindi a tutti noi, quanto siamo davvero ‘niente’, nonostante la nostra boriosa sufficienza o stupida potenza. Per 3 volte Pietro ha rinnegato Gesù, per tre volte Gesù gli chiede se lo ama. E infine gli da l’incarico più gravoso, quello di erigere la sua chiesa, di essere il “capogruppo” degli apostoli, gli da il primato. Proprio a lui che ha tradito!
Pietro aveva la vocazione? Non come la intendiamo nella sua accezione romantica: è stato chiamato e amato, anche nella sua debolezza.
Avevano la vocazione gli altri apostoli? Erano pescatori, poveri e ignoranti, non certo dottori della legge né sacerdoti. Giuda ha venduto Gesù per 3 denari, di Pietro abbiamo detto, gli altri litigavano per un posto alla destra o alla sinistra del Maestro, non capivano le parabole, facevano domande imbarazzanti… Avevano la vocazione?
Ultima tentazione, dal minuto 1,19
https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4&t=53s
Deve essere stato proprio lo Spirito Santo a trasformare quelle pecore in leoni il cui coraggio li ha accompagnati a dare la vita, al martirio. E’ lo Spirito Santo che ci aiuta a trasformare le nostre fatiche in rapporti educativi fecondi.
Io credo che Pietro sia stato salvato dal baratro del senso di colpa da quella domanda ripetuta tre volte: Mi ami? In quel momento Gesù ha donato a Pietro il suo amore ma soprattutto la SPERANZA. Pietro ha capito che oltre alla sua debolezza c’era SPERANZA, che oltre l’immane difficoltà di portare nel mondo la Parola di Dio c’era SPERANZA. E’ la speranza che anima l’educazione, che motiva l’educazione. Noi sappiamo che dietro alle nefandezze dell’uomo c’è SPERANZA, perché siamo creature di Dio e Dio non ci condanna nemmeno quando lo tradiamo. E ci impegniamo proprio grazie a questo orizzonte.
“Questa è l’unica reale possibilità che abbiamo
Di riuscir loro (ai figli) di qualche aiuto nella ricerca
di una vocazione, avere una vocazione noi stessi,
conoscerla, amarla e servirla con passione: perché
l’amore alla vita genera amore alla vita!”
Natalia Ginzburg
Perché educare all’unità?
Perché per noi scout la comunità è così importante?
WILSON
https://www.youtube.com/watch?v=lH1AgbhmUpc
Il naufrago sente l’esigenza di avere un interlocutore con cui parlare. Avete visto dove lo mette? Davanti a lui, in modo che lo veda lavorare, accendere il fuoco.
Il naufrago sa che è un pallone, lo sa anche quando lo getterà via dalla grotta e poi correrà a recuperarlo. Lo sa anche quando sulla zattera gli chiederà scusa piangendo per averlo lasciato andare alla deriva.
Cos’è quel pallone per lui?
LA GATTA
Una signora anziana muore, sola. Il comune si fa carico delle pratiche per il funerale. L’incaricato fa un sopralluogo dove viveva l’anziana. Cercano tracce di relazioni, amiche, parenti. Trovano delle lettere che l’anziana scriveva a se stessa, facendo firmare al gatto.
Perché gli animali di compagnia in questi ultimi anni ha così successo? Avete dato uno sguardo agli scaffali dei supermercati? Avete confrontato l’ampiezza di questi scaffali rispetto a quelli dei prodotti per bambini?
Cosa ci sta succedendo? Cosa cerchiamo nei gatti, nei cani?
L’uomo non riesce a stare solo, è un animale sociale, si dice. Ma quali sono i motivi per cui cerca altri suoi simili, e quando non li trova li crea “umanizzando” gli animali?
GLI APOSTOLI
https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4
Gesù, figlio di Dio, sceglie 12 uomini fra i discepoli che lo seguono, e con loro crea legami, una relazione forte. Crea un gruppo, dorme e mangia assieme, discute, si confronta, si confida. Certamente con un leader carismatico, ma dove ciascuno ha una storia, delle attese, e degli obiettivi, anche se non sempre chiari.
Non sono dei superuomini, non sono colti, non sono uomini della legge, né sacerdoti, né scribi. Sono pescatori, gente umile, ignorante, deboli, come dice Giuda. Traditori.
Immaginate la missione di Gesù, il suo obiettivo. Riconciliare l’uomo con Dio, creare una nuova alleanza, un nuovo battesimo. Di fronte lo aspetta l’umanità intera, di quel tempo e dei tempi a venire. E Gesù parte da questi dodici semplicioni e codardi. Ha senso?
Giuda, nel film, è più tosto degli altri apostoli. E’ coerente, forte, decisionista. Guarda all’obiettivo, non alla persona. Chiede a Gesù di schierarsi e battersi per la causa, che in quel momento era la liberazione dall’occupazione romana. Gesù ribalta la questione, non parte dai romani, parte dall’anima delle persone. A lui interessa la liberazione dell’anima. E come potrà farlo? Amando. E’ l’amore la chiave di tutto, il centro. Tutto il resto gira attorno. Amore verso chi? Gesù dice che dobbiamo amare il prossimo, facendo così ameremo Dio. Ci indica che la chiave di tutto è l’amore verso i nostri simili.
Il seme diventa albero e da frutto, nel deserto.
Bingo.
ANCHE IL CREATO
Questo filmato l’ho inserito perché mi affascinano gli animali che stanno in branco, in stormo, in gregge, mandria, sciame… abbiamo coniato anche i nomi collettivi per rappresentare queste “comunità” di animali. Stanno assieme per gli stessi motivi per cui noi siamo qui stasera assieme?
CONCLUSIONE
Ora, oltre le domande, tento qualche mia considerazione, perdonatemi l’azzardo e la semplificazione.
Il coniglio che ho in giardino non si è mai visto allo specchio, e se anche si specchiasse non si riconoscerebbe, non sa di essere un coniglio. Però ha riconosciuto da subito che oltre la rete c’è un suo simile, un altro come lui.
WILSON Parto da qui per dire che anche noi, comunque animali, siamo attratti dagli altri perché gli altri ci dicono qualcosa di noi. Sono uno specchio. Ci comunicano in diversi modi ciò che ci accomuna e ciò che ci distingue. Come potrei sapere se sono buono finché non trovo un altro che invece ritengo cattivo?
Senza specchio, finiamo di esistere. L’immagine di noi finisce nel vuoto.
LA GATTA Poi abbiamo bisogno di instaurare una relazione, perché abbiamo bisogno di essere amati (questo è semplice da intendere) ma anche di amare (questo è più difficile). Essere amati serve a sentirsi protetti in una esistenza difficile, che ci intimorisce, a volte ci spaventa, spesso ci scopre deboli e indifesi. Amare è un mistero. Chissà perché lo facciamo? E’ veramente un gesto gratuito? Ci torna qualcosa? O tutto? Forse abbiamo bisogno di sentirci utili perché questo da un senso ad una vita che altrimenti rischia di diventare una scatola vuota, angosciante.
APOSTOLI e AMORE O MORTE? Gesù infine ci offre una traccia precisa: vivere piccole comunità per salvare l’uomo, non il mondo. La salvezza di ciascuno non sta dentro di noi, ma nelle persone che abitano il nostro spazio e il nostro tempo.
Ecco perché creare dei piccoli cantieri di fraternità, in branco, in reparto, in noviziato, in clan e in comunità capi. Dice Anna Perale: “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”
Perché così riusciremo a passare dalla comunità alla comunione. Comunionità?
L’INTENZIONALITA’ EDUCATIVA
“Oggi ho ripreso il capo squadriglia perché per l’ennesima volta non è stato attento e ha lasciato la luce della sede accesa.” L’hai fatto per te o per lui?
“Settimana prossima ad attività dobbiamo parlare di specialità: se non iniziamo andremo a finire che al campo perderemo un sacco di tempo per le presentazioni di specialità.” Stiamo utilizzando le specialità perché ci servono o perché temiamo di non essere capi certificati iso9001?
“Giulio, ci sarà pure qualcosa che potresti fare a casa per cacciare la tua preda..! Che ne so, prepara la tavola alla sera..” Stiamo pensando a Giulio o stiamo pensando a chiudere il giro delle prede?
“Raga, in aprile settimana di comunità, è un pezzo che ce lo chiedono e in ogni caso a marzo c’è il san paolo e a maggio io ho l’esame all’università.” Settimana di comunità per quale motivo?
“Oggi tutti fuori dalla tana che fa bel tempo: giochiamo a… roverino.” Abbiamo pensato ad un gioco che possa sottolineare quello che abbiamo detto poco fa nel racconto giungla?
“Raga, così il clan non va. Io non voglio più perdere un minuto del mio tempo senza che qualcosa cambi: venite a chiamarmi quando deciderete di avere voglia di esserci.” Ti stai sfogando e sposti su di loro il problema o hai una strategia?
La mia esperienza scout non rende onore del tutto ai 4 punti di B.-P., o non a tutti e 4.
Non sono mai stato bravo con la pioneristica, non ho mai fatto molta attività fisica, solo saltuariamente. Cucino le bistecche e le uova, e la pasta. Già con il sugo ho qualche problema. Sandra sa che spesso perdo la gavetta in giro.
Ma non per disordine, perché sono tendenzialmente una persona ordinata.
La perdo perché durante le uscite e i campi mi perdo ad ascoltare, a parlare, ad incontrare le persone. Vivo l’incantesimo dell’incontro tra simili, o diversi che però sognano cose molto simili.
Forse questa è una dimensione più vicina a quella del capo scout, rispetto a quella del ragazzo scout, me ne rendo conto.
I capi scout sono esseri simili tra loro, hanno diverse cose in comune. Per i ragazzi la similitudine è meno evidente.
E forse su questo aspetto pesa il fatto che ho iniziato il mio percorso scout solo a 14 anni, al terzo anno di reparto. Mi mancano i lupetti e i primi anni di reparto.
Quindi la mia vita scout da ragazzo è stata caratterizzata dal noviziato, due anni, e poi il clan. Esperienza molto cerebrale ed emotiva, anche se con lo zaino sulle spalle.
Poi tanti anni da capo, ed ecco il perché dell’incantesimo di cui parlavo prima e delle gavette perse.
Essere capo scout, fare il capo scout, significa, se lo fai bene, buttare anima e corpo, darsi, riempire la propria vita di un contenuto e un senso sconosciuto ai più, ai familiari e agli amici non scout, ai compagni di università, ai colleghi. Significa vivere in uno stato di grazia, anche faticoso, che non è stato prima e, probabilmente, non sarà dopo.
Siamo dei don Chisciotte, coraggiosi e incoscienti, e molto sognatori.
Cosa c’è di così straordinario in questa esperienza di capo educatore? L’altro. I ragazzi e i capi con cui condividi.
Hai la magnifica possibilità di entrare in relazione, profonda e genuina, con ragazzi e ragazze che stanno crescendo e ti chiedono di disegnare per loro una pecora. La conoscete la storia dell’aviatore che incontra il Piccolo Principe, no? Chiede all’aviatore di disegnare una pecora, e lui fa alcuni disegni, ma non riesce ad accontentare il Piccolo Principe. Troppo vecchia, malaticcia, sembra un cane… Infine lui disegna una scatola con dei buchi per l’aria e dice che la pecora è al riparo, dentro la scatola. E il Piccolo Principe sorride, felice. Ecco la pecora che voleva, è lì dentro.
Questo per dire che il rapporto che si instaura tra un capo scout e un ragazzo, che noi vorremmo chiamare educativo, è del tutto diverso da quello di un genitore e figlio (l’ho capito in questi ultimi anni…) e diverso da quello di un insegnante e allievo. E’ dentro quella domanda: “Disegnami una pecora”. Significa che i ragazzi non ci chiedono come é fatta una pecora, lo sanno già o possono saperlo facilmente anche in internet. Ci chiedono come noi vediamo la nostra pecora, qual è la nostra esperienza, cosa sentiamo, cosa proviamo. Perché si fidano, e capiscono che tu, capo, sei lì non per un contratto professionale e nemmeno per un legame di sangue. Sei lì perché lo vuoi tu e perché tu sei interessato a loro, nel modo più gratuito. E già questo è un mistero che educa.
Dopo diversi anni di capo clan, ho fatto altre cose, capogruppo, incaricato di zona di branca, responsabile, consigliere generale. Tutte esperienze molto belle, ma il capo clan… è un’altra cosa.
Poi i figli, cambiato casa e paese. E passano altri dieci anni.
Domenica scorsa ho rivisto una ragazza del clan (di quando io ero capo clan), era ragazza a quel tempo. Ora è una donna, una mamma. Ha perso il papà il venerdì santo. L’ho solo abbracciata e chiamata per nome, e così ha fatto lei. Nulla di strano, direte voi, e dico anch’io. Non posso dire cosa possa aver pensato lei, ma posso dire cosa ho pensato io: non si smette mai del tutto di essere capi clan, nemmeno dopo tanti anni. Guardi questi ragazzi ormai adulti e ti dici che non sai quasi più nulla di loro ma senti di conoscerli, anche se non li frequenti più. E soprattutto senti che hai ancora una responsabilità residua nei loro confronti, perché quello dell’educatore non è un gioco di ruolo che dura il tempo del censimento, è una fiducia reciproca che va oltre, è una consegna che tocca ciò che abbiamo di più profondo e importante, e bello.
Il segreto, penso, è la gratuità del tutto. Mi azzarderei a chiamarla esperienza di fraternità.
A dirla tutta, fare esperienza di comunità e fraternità come quelle che si instaurano in branco, in reparto, ma soprattutto in branca rover e in comunità capi, è una fregatura.
Quando poi vivi altre realtà comunitarie, altro associazionismo, partiti, anche l’ambiente di lavoro stesso, ti aspetteresti di trovare qualcosa che ci assomigli, ma difficilmente è così. Ma come? – ti dici- sono sicuro che si può, l’ho provato di persona quel tipo di comunità… perché non può essere così anche altrove?
Sto ancora pensando alla risposta giusta.
Ne azzardo una. Credo che abbia a che fare con una congiunzione temporale, quindi che abbia a che fare con i tempi e il tempo.
E’ l’incontro tra un giovane adulto (come non sono più io) e dei bambini, ragazzi e giovani che stanno, ciascuno secondo la propria età, scoprendo il mondo, con l’entusiasmo e lo spavento necessario.
La somma delle sicurezze acquisite di ciascuno non fa quella di un adulto navigato, come siamo ormai noi tre (lascio fuori la ragazza Sandra).
Ma la somma dei loro sogni e del loro desiderio di confronto e di trovare un posto nel mondo è 10 volte il nostro.
Il segreto è la porta che i cuori e le teste dei giovani tengono aperta. Quella porta con il tempo viene sempre più accostata.
A meno di un nostro strenuo impegno a tenerla aperta o a qualche “bug” genetico, ci sono anche quelli…
Non so come classificare tutto ciò all’interno dei quattro punti di Baden Powell, forse Servizio, forse carattere.
Forse ha a che vedere con la spiritualità scout.
Di certo è scautismo, lo è nel midollo.
Non ho parlato della natura, della strada, dell’essenzialità, della gioia del canto e del gioco, della progressione personale.
Ma ho parlato di quello che ha formato maggiormente ciò che sono oggi.
Cerchiamo ora di guardare dentro alle richieste che avete fatto in zona, alle parole che avete detto circa il ruolo del capo scout, che abbiamo sottolineato e che ho sintetizzato in quattro punti:
Essere di riferimento
Costruire una relazione
L’autorevolezza
L’intenzionalità
Per ciascun punto andremo a dare uno sguardo al mondo dei bambini (ciò che l’attualità propone), e poi daremo “uno spunto positivo”, qualcosa che ci faccia pensare a qualcosa di buono.
Essere di riferimento
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: lo youtuber che gioca a Minecraft
a. Per i bambini di oggi, almeno per diversi, gli youtuber sono dei riferimenti. Tra di loro si suggeriscono chi “seguire”, di chi diventare “follower”, e attendere le loro “notifiche” di nuovi video da guardare.
b. Gli youtuber parlano a loro, si riferiscono a loro, li chiamano “ragazzi”, fanno conto che loro, i bambini, siano lì davanti al monitor, di fronte a loro che parlano al microfono con le cuffie in testa. E parlano, parlano, parlano. Giocano al posto loro, si esaltano, si rammaricano, si spaventano, si divertono, e alla fine chiedono in cambio solo un “mi piace”.
c. Che cavolo hanno di così attraente e ipnotico questi youtuber?
sono pari loro ma meglio di loro, mostrano come si fa, dedicano il proprio tempo a parlare di cose che a loro interessano, sono di successo, sono popolari, non incutono timore, non è difficile arrivare a loro, non c’è fregatura, non si fa fatica
2. Uno stimolo positivo: Il maestro di Van Gogh
a. Il maestro di Vah Gogh ripeteva la stessa lezione tutti i giorni, la lettera A, la lettera B, etc. etc. Un giorno però il maestro chiama Van Gogh a leggere le lettere tutte assieme e improvvisamente la magia: Van Gogh legge e quei simboli non saranno più dei singoli disegnetti, ma d’ora in poi sarà impossibile non leggere tutta la frase.
b. Un bravo capo scout dovrebbe diventare un po’ come il maestro di Van Gogh, dovrebbe riuscire nel tempo (nel tempo!) ad aiutare i bambini (e i ragazzi poi) a leggere la loro vita in un modo da cui poi è impossibile tornare indietro. Si tratta di riuscire a mettere assieme i pezzi dell’esistenza che ciascun bambino può vedere da solo, ma che solo un “maestro” può aiutare a mettere in fila come i vagoni di un trenino, come i pezzi di un puzzle, come i capitoli di un racconto. Il loro racconto, ma che infine è il racconto di tutti gli uomini.
c. Penso soprattutto a come, attraverso l’esperienza scout, io leggo l’uomo, le sue vicende, come leggo i migranti, come leggo la precarietà, come leggo la fatica della democrazia, come leggo il disagio dei bambini con situazioni familiari difficili, come leggo le altre religioni e la necessità della spiritualità..
d. Voi siete il primo “stadio” del razzo che porterà i lupetti e le coccinelle a diventare uomini e donne della partenza, il primo vettore. Ce ne saranno altri dopo di voi, e alla fine la gloria se la prenderanno i capi clan, ma voi, voi, siete i primi a dover guardare in quella direzione mentre vi rapportate con i bambini. Altrimenti dove potete posare lo sguardo? Su di voi? Su di loro?
e. Quindi significa che dovete avere in mente ben chiaro a quale uomo e donna della partenza stiamo puntando, noi dell’Agesci. Vi aiuterà tantissimo nel fare i capi branco e cerchio.
Quell’uomo e donna della partenza che avete in mente vi aiuterà a rispondere al lupetto Marco quando vi dice che non ce la fa più a giocare perché è stanco e alla lupetta Giulia che insiste a dire che quel gioco è da maschi e vuole cambiare. O Giovanni che vi dice che la storia di quando Mowgli viene trovato da mamma Raska fuori della grotta la sa a memoria. O quando tutti urlano e schiamazzano e non riuscite a spiegare il gioco. Vi aiuterà a superare le naturali antipatie e simpatie, anche in staff, e a guardare all’obiettivo, che è più grande di noi.
Perché noi puntiamo all’uomo e la donna della partenza, non al successo del gioco o del racconto. Noi non siamo animatori di villaggi turistici, siamo educatori.
f. I bambini avvertono se voi dite la verità e se siete veri (che sono due cose distinte) e se lo avvertono allora diventerete il loro youtuber della vita preferito, e vi lasceranno molti “i like”.
g. Se i bambini lasceranno lo scautismo dopo il branco, o peggio ancora durante l’esperienza del branco, poco male. Si resta youtuber preferiti ugualmente tutta la vita, credetemi. Talvolta bastano 5 minuti a fissare uno sguardo e una parola per sempre.
Costruire una relazione
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: l’unboxing
a. una parolona inglese intraducibile, se non con “scartare”. II bambini guardano altri ragazzi che al posto loro scartano dei pacchi, li aprono e scoprono dentro i giocattoli del momento o dispositivi elettronici da aprire, provare, testare, a volte smontare.
b. Un modo per scoprire cose nuove, per vedere come altri coetanei intendono le cose, gli oggetti, le vivono, ci giocano.
c. Vedi spesso le mani di chi apre, manipola, stringe, schiude, taglia, sperimenta, sono le mani dello youtuber, ma in quel momento diventano le mani di chi sta guardando, una estensione virtuale delle proprie mani
2. Uno stimolo positivo: la pecora del piccolo principe
a. Se penso ad un rapporto educativo tra me, capo scout, e un bambino/ragazzo, allora penso al momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può. E che noi siamo lì con loro in carne e ossa, non siamo un avatar che porta una fotocopia consunta.
A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.
b. Questo momento, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA.
c. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che abbiamo stretto una relazione.
d. Non ci sono solo momenti di questo tipo nella relazione con i lupetti, me ne rendo conto. Però con qualcuno, in qualche momento della loro esperienza scout, potrebbe arrivare l’occasione della domanda della pecora, che a volte non è esplicita, e l’opportunità della nostra risposta, di cui dobbiamo essere pronti.
e. Mia moglie, insegnante della scuola materna, mi ha detto di dirvi che ai bambini bisogna voler bene, e questo può bastare.
f. Come si vuol bene ai bambini? Considerandoli, ascoltandoli e spiegando loro le cose, pazientemente. I bambini hanno bisogno di spiegazioni, per tutto ciò che noi adulti diciamo, facciamo, indichiamo, consigliamo. Hanno bisogno dell’unboxing, perché per loro è una chiave per comprendere la loro esistenza e ciò che li circonda. Mai sufficienza, mai superficialità, mai far finta di ascoltarli, non sono stupidi. I bambini sono piccole persone, non stupide persone.
g. Il branco è uno strumento, loro sono persone a cui volere bene. Avranno “fieno” abbastanza dentro la scatola?
L’autorevolezza
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: un video sui supereroi con i superpoteri
a. L’autorevolezza di questi supereroi è data soprattutto dalla forza dei loro superpoteri. Ve li immaginate senza?
b. Perché ai bambini (e non solo) piacciono così tanto i supereroi? E’ più il desiderio di forza o quello di difesa da cui hanno paura?
2. Uno stimolo positivo: Il lupetto e i supereroi
a. Questo lupetto dice che lo scout assomiglia di più a quei supereroi senza superpoteri, come Batman, che utilizza strumenti, si ingegna più che approfittare di poteri che altri non hanno.
b. Credo vada colto un richiamo alle nostre radici: noi scout siamo la rappresentazione moderna dell’uomo del bosco, che sa cavarsela con un coltello e uno spago. Il regolamento metodologico parla di attività sempre fondate sulla semplicità ed essenzialità, perché è la nostra strada maestra.
c. Voi capi non siete più intelligenti degli altri, non avete più tempo degli altri, non siete più bravi, non avete i superpoteri. Avete anche voi una famiglia, uno studio o un lavoro, degli amici, la birra e la pizza, la discoteca, lo sport, la tv, il cinema.
d. Ma un superpotere ce l’avete e il lupetto non può ancora saperlo: avete dentro di voi il sacro fuoco, piccolo o grande, che vi arde in petto. E’ il fuoco di chi è stato toccato nel cuore da un’esperienza o da delle persone, o da entrambe, fuse nella proposta scout che avete vissuto e state vivendo.
e. Il regolamento dice . “In questo contesto le proposte assumono maggior significato per il ragazzo quando la relazione stessa con il capo è appassionante, nella misura in cui risulta dinamica (cioè in continuo divenire) e coinvolgente (cioè tocchi il suo cuore). “
f. Voi diventerete autorevoli nella misura in cui riuscirete a “toccare il cuore” dei bambini, coinvolgendoli nel racconto giungla, guardandoli negli occhi, chiamandoli per nome (non solo richiamandoli per nome), giocando con loro come nessuno ormai fa, discutendo con loro come ormai pochi fanno. Torniamo un po’ al tema precedente, quello della relazione. Ma qui dobbiamo sottolineare l’aspetto della coerenza.
g. Niccolò Fabi, in una bellissima canzone scritta in occasione della nascita di sua figlia, dice che quando si diventa genitori “devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario non c’è più un giorno da perdere nel tuo calendario e poi serenamente a ciò che non ti rappresenta dire no finalmente” . Un po’ vale anche per i capi scout, abbiamo l’opportunità e la necessità di dire NO, finalmente, a ciò che non ci rappresenta. Sono quelle situazioni che spesso, normalmente, l’età e la vita ti portano a provare, vivere, buttare lì, per poi accorgersi che non sono per noi, non ci rappresentano. Non ci fanno assomigliare a noi stessi. Se diciamo NO, assomiglieremo di più ai nostri desideri e i bambini vedranno in noi persone che pensano e decidono con la propria testa, che sanno rinunciare per privilegiare. Arrivare puntuali alle atttività, non parlare un linguaggio volgare nemmeno quando ci togliamo la pelliccia (i bambini sono in agguato, sempre), avere tempo per loro, non esagerare per il gusto di farlo, stare attenti a cosa pubblichiamo nei social perché noi siamo quello che sembriamo e loro sono anche lì. Ma non come fanno i filistei, ma perché ci crediamo!
L’intenzionalità
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: i cartoni “usa e getta”
a. Mi colpiscono i cartoni che vengono trasmessi dai canali tematici gratuiti di Rai Gulp, Super!, Fresbee, etc. Spesso sono cartoni a basso costo di produzione, animazioni scadenti, molti schiamazzi, colori accesi, rumori continui in sottofondo, dialoghi scarsi, voci squillanti e deformate, effetti sonori a iosa… Sono i discount del cartone, del resto sono gratis.
b. Sono cartoni da ipnosi, i bambini rimangono lì davanti, la loro mente corre dietro agli eventi che si susseguono rumorosi e ininterrotti (guai a fare una pausa, i bambini potrebbero tornare in loro e abbandonare la visione). Non resterà molto della trama, non è la questione principale. Non c’è un prima e non c’è un dopo. Cartoni usa e getta.
2. Uno stimolo positivo: i cartoni con un senso, di formazione
a. Ci sono cartoni diversi, di fascia media e poi quelli di alta gamma. Sono cartoni la cui produzione è costata moltissimo, basta vedere i titoli di coda che elencano decine e decine di persone dedicate alle fasi creative o tecniche più disparate. Colonna sonora originale, magari cantata da pop star, fotografia e animazioni realistiche, trama e narrazione da sceneggiatura di film da Oscar.
b. Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da classificarli quasi come “cartoni formativi”, sto pensando per esempio a “Inside Out”, “Up” o ad altri che mi sono piaciuto dove si parla di famiglia, di amicizia e non in modo scontato e stereotipato come “Il viaggio di Arlo”, “I Robinson, una famiglia spaziale”, “Lilo e Stich”, “Ralph spaccatutto” e tanti altri.
c. E’ evidente che in entrambi i casi i bambini si “impallano” davanti allo schermo. Ma c’è modo e modo. E soprattutto c’è intenzione e intenzione.
d. Con questo non voglio dire che i bambini vanno portati al cinema e la televisione va spenta. Dico che bisogna essere innanzitutto coscienti della differenza, e usare di conseguenza coscientemente gli strumenti a disposizione.
e. Quando proponiamo un gioco al branco, dobbiamo chiederci proprio questo: perché li stiamo facendo giocare? Mancavano 20 minuti alla conclusione dell’attività e rischiavamo di stare seduti in tana? Me l’avevano chiesto con insistenza e non ho saputo dire di no e così via alla partitella a calcio? Oggi toccava a palla avvelenata perché il roverino l’abbiamo giocato l’attività scorsa? Così almeno non ci tormentano gridando in sede? Così stanno all’aperto e respirano aria buona? Perché lo scautismo si vive fuori all’aperto? O perché quando abbiamo pensato all’attività di oggi abbiamo anche incluso il gioco a tema che richiama il racconto ascoltato o ciò che abbiamo realizzato con le nostre mani poco prima?
f. Ma l’intenzionalità educativa non si sviluppa solo nella scelta del gioco giusto. E’ una continua tensione del capo a comportarsi tenendo a mente dove vuole arrivare. L’uomo e la donna della partenza, il tema dell’anno, gli obiettivi del progetto educativo.
g. Questa “tensione” non si esplica necessariamente con delle cose da dire o da fare. “TUTTO COL GIOCO, NIENTE PER GIOCO”, questa è l’intenzionalità educativa scout.
h. Difficile, direte voi. Più facile di fare le cose a caso, risponderò io. Pensate se oggi fossi arrivato qui senza aver prima pensato a quello che volevo dire, andando a braccio, sparando temi sconclusionati e senza un obiettivo. Io avrei faticato il triplo, e voi ve ne sareste accorti immediatamente. I bambini giocano lo stesso, per carità. Ma avranno perso ancora una volta l’occasione per ricevere un attenzione educativa da un adulto al posto del “gioca così non rompi” che tante volte si sentono rivolgere.
Un ultimo video, ha a che fare con l’abbraccio di “Tristezza” che abbiamo visto in “Inside Out” poco fa. Lei è Daniela Lucangeli, è una scienziata dell’educazione.
Lo sguardo al mondo dei bambini ha sempre avuto come sfondo uno schermo, di computer, di smartphone o della tv. E’ un problema, i bambini crescono avvinghiati a questi dispositivi che sostituiscono ciò che non riusciamo più a dare loro: tempo da vivere assieme a loro.
I genitori hanno sempre poco tempo da dedicare al gioco con i figli, perché sono stanchi, hanno una vita stressante, sono sempre in auto a portarli a calcio, basket, karate, pianoforte, chitarra, corso di teatro, danza, lingua inglese, catechismo, attività scout. E comunque i genitori sono sempre più vecchi adolescenti, hanno bisogno dei loro giochi e del loro spazio, dei loro film e della loro musica.
La scuola fin dall’inizio propone competizione, lo sport altrettanto (ci sono anche delle eccezioni). I genitori desiderano vedere i figli primeggiare, altrimenti vanno in paranoia.
Stare al passo con i tempi non significa dover farsi ingoiare dalla tecnologia e dal business che ci sta dietro. Significa sapere utilizzare gli strumenti giusti nel momento giusto. Come lo scout di Mattia nella foresta.
E’ facile? No, abbiamo bisogno di un aiuto:
dalla Preghiera del Capo:
Te li raccomando perciò, Signore,
come quanto ho di più caro,
perché sei tu che me li hai dati,
e a te devono ritornare.
Con la tua grazia, Signore,
fa’ che io sia sempre loro di esempio e mai di inciampo:
che essi in me vedano te,
e io in loro te solo cerchi:
così l’amore nostro sarà perfetto.
E al termine della mia giornata terrena
l’essere stato capo mi sia di lode e non di condanna.