Mentre guardo e ascolto la ministra per le pari opportunità Prestigiacomo, che sottolinea come il mondo dell’economia e della politica sia ancora oggi in mano sostanziale ai maschi, mi interrogo su quanto l’Agesci riesca ogni volta a sorprendermi per l’unicità, l’originalità della sua struttura, ma prima ancora dei suoi principi. Trent’anni fa, nel 1974, quando il “femminismo” non era ancora un ricordo come può esserlo adesso, la maggioranza dei capi appartenenti all’Asci e Agi scelsero di fondere le due associazioni e puntare energie, risorse e speranze, credo io, sulla coeducazione. E decisero che se si voleva accogliere ragazzi e ragazze nella stessa unità allora bisognava che i capi responsabili fossero due, un uomo ed una donna. Nel tempo credo che sia diventata invece convinzione implicita che i capi unità debbano essere sempre e comunque due. E’ utile ricordarci invece che il nostro regolamento ci da fiducia e dice che, se si tratta di unità monosessuata, possiamo tranquillamente cavarcela da soli, assieme agli aiuti capi. Ma su questo torneremo a riflettere.
Diciamo, comunque, che dal 1974 la diarchia è diventata un dogma. Sì, perché il concetto della co-presenza dei due sessi è stata estesa a tutti i livelli, dalle direzioni di unità agli incarichi di quadro. Quasi tutti: stiamo decidendo infatti se vale la pena prevedere la diarchia anche per l’incarico all’organizzazione e per l’EPC, e dico “pena” perché questa scelta porta con sé una grande fatica, quella della doppia ricerca di disponibilità per ogni incarico, e sappiamo tutti cosa significa.
Non ci domandiamo più nemmeno perché vogliamo la diarchia, tanto questa caratteristica è diventata “abito mentale” della nostra associazione. Se non riusciamo a garantirla c’è chi addirittura trova un prestanome da inserire nei censimenti, piuttosto di ammettere la sconfitta.
Ma oggi che senso ha la diarchia?
Io credo sia ancora legata alla necessità di rispondere ai bisogni educativi di due sensibilità diverse, di due forme di umanità parallele, che si completano nella loro identificazione, ma probabilmente sempre meno rispetto a quando il Consiglio Generale diede vita all’Agesci. Credo che oltre al significato funzionale alla coeducazione di maschi e femmine, la diarchia oggi rappresenti anche una condizione irrinunciabile di complementarietà adulta nel servire e nell’operare. Unità mista o meno, io uomo ho bisogno di avere un confronto e una corresponsabilità con una donna, non soltanto perché devo educare anche delle ragazze, ma perché ho bisogno anche della sensibilità femminile per cercare di capire il mondo dei bambini, degli adolescenti, dei giovani, oltre il loro sesso, e cogliere e decifrare tutti i bisogni educativi, perché io maschio ho solo una delle due chiavi di lettura che Dio ci ha regalato. Ancora di più: ho bisogno di una donna a fianco perché la corresponsabilità e la correzione fraterna può acquistare valore e spessore. Sto pensando, per esempio, alle facili semplificazioni e assoluzioni tipiche tra maschi che privilegiano l’efficientismo e l’attivismo a scapito di una capacità di cogliere le sfumature dei rapporti e dei comportamenti più tipica, invece, dell’universo femminile.
Quindi, anche rimanendo attendi a non generalizzare e stereotipare oltre modo le caratteristiche dei due sessi, esistono evidenti motivi per ritenere la diarchia ancora una scelta coraggiosa e premiante, non ultimo quello che investe più l’aspetto politico di quello educativo. Siamo un’associazione lentissima nelle decisioni, credo sia sotto gli occhi di tutti. E questo anche perché non esiste un livello politico della struttura associativa che sia coperto da una sola persona che delibera grazie al suo mandato. Sono sempre due, maschio e femmina, e ogni scelta, riflessione e decisione va colta, considerata e concordata assieme. Chiaro, questo ci costa qualcosa, soprattutto in tempo di reazione e disponibilità delle persone, ma in questo caso credo nell’investimento. In questo modo vengono sicuramente stemperati i singoli protagonismi, le decisioni figlie dell’emotività e dell’orgoglio, o in genere di possibili fragilità personali.
Otterremmo lo stesso risultato se la nostra diarchia fosse monosessuale?
Non credo. Il senso del doppio ruolo di responsabilità cadrebbe, le fatiche inevitabilmente aggiunte ne determinerebbero la fine, non troveremmo più lo stesso significato rivolgendosi a due maschi o due femmine per ottenere una risposta, un confronto, un conforto. Il valore aggiunto della nostra diarchia, anche politica, è la complementarietà, l’opportunità che ci diamo ogni volta di rappresentare l’umanità nelle sue due forme che il nostro Creatore ha immaginato. E di conseguenza significa dare importanza e rilievo alla necessità, questa volta educativa, di aiutare i ragazzi a scoprirsi e identificarsi come maschi e femmine, di prendere coscienza e valorizzare questa diversità, che nello stile scout è sempre sinonimo di ricchezza e mai di criticità. Quanto più questa convinzione, e aggiungo anche competenza pedagogica, sarà patrimonio associativo tanto più riusciremo a cogliere i risvolti educativi di sfide sociali molto attuali, come quella dell’omosessualità e di culture e religioni che hanno visioni dell’uomo e della donna molto diverse dalle nostre.
Ecco che torniamo allora alla questione iniziale delle staff.
Che senso diamo alla tentazione di affidare la direzione di un’unità a due maschi o due femmine? Non dite che non accade mai, lo sappiamo che a volte capita. A quale necessità stiamo rispondendo? Credo siano situazioni che dimostrano il nostro timore di non farcela a sostenere le attività, gli impegni, le riunioni, quindi sono risposte ai bisogni dei capi. A confronto, invece, quante volte domandiamo con la stessa determinazione quali siano i bisogni dei ragazzi, primo fra questi quello di avere due riferimenti educativi di sesso diverso, pur correndo qualche rischio o fatica in più ?
Sto pensando alla fortuna che ho avuto quando ho potuto condividere la mia passione per lo scautismo in staff con donne significative, che hanno lasciato profonde tracce nel mio percorso associativo. Sono esperienze di relazione uniche e originali, diverse da quelle che, volendo cercare analogie, il mondo della scuola e del lavoro propongono. Valgono un anno di sacrifici, anche quando i risultati nei ragazzi stentano a farsi evidenti. E sono una ricchezza della nostra cultura associativa, e di quella scelta fatta trent’anni fa.
L’Agesci, però, non sempre sa difendere le sue ricchezze. L’Agesci chiede molto, soprattutto a chi è disposto a dare, e quando non si può più dare come prima spesso si esce. Capita così a chi mette su famiglia, ed ecco sparire letteralmente la fascia dei capi dai 30/35 in su, e magari ci si rivede quando i figli sono grandi. Ma le donne sono le più penalizzate. Il servizio in Agesci, strano a dirsi, non è molto compatibile con la maternità, e, anche se le eccezioni ci sono, la grande realtà è quella dell’uscita dal servizio. Mi verrebbe da perorare la causa di chi è costretto ad uscire, chiedendo all’associazione di diventare un po’ diversa, più vivibile (il termine è di moda), di assumersi l’impegno di garantire ai capi anche dei servizi minimi in termini di tempo, ma preziosi perché di spessore. Ma vedo la forbice allargarsi sempre di più, e sento sempre più deboli le voci di chi si allontana suo malgrado, e mi chiedo se vale ancora la pena di citarlo come un problema.
L’alternativa, però, è un’associazione composta di soli studenti universitari, di single, o di coppie senza figli. Ma sono convinto che non era questa l’associazione che immaginavamo nel 1974. Allora, come sa dirci B.-P., guardiamo avanti e avanti ancora, dovrà pur esserci una soluzione. Nel frattempo ringrazio la mia coca che quest’anno si è data e mi ha dato degli spunti interessanti per scrivere queste righe.
Posso farvi una domanda? Quanto tempo pensate di aver perso per l’associazione fino ad oggi? Non ditemi che “perso” va sostituito con “occupato” o “investito”, perché non siamo sicuri che sia così. I frutti non si vedono, la maggior parte delle volte. E lasciatemi un margine di dubbio anche per quando sembrano evidenti… Staff, preparazione di attività, uscite, libretti dei campi, taglia, copia, incolla, riunioni di zona, comunità capi fino a notte inoltrata… pensateci… tanto se non vi è già capitato, arriva il giorno in cui vi ponete la domanda da soli, schietta e spietata… Cosa ci fa lavorare in perdita? Ecco la domanda.
Siete affezionati alla comunità capi? Rimanete quindi in associazione perché in coca avete trovato il luogo ideale per crescere e condividere ideali. Lasciatemi dubitare. A volte è anche così, ma non è la regola. Siete innamorati dello scouting, amate i nodi, il fuoco sotto le stelle, la tenda, lo zaino ? E per così poco avete investito tanti anni della vostra vita? Uhm… L’associazione vi ha conquistato, con le sue strutture, l’iter formativo, le assemblee, le votazioni, i regolamenti,… qui ho esagerato, lo so. E’ meno credibile delle altre ipotesi. Secondo me il motivo per cui siamo in associazione ha a che fare con una pecora e una matita.
Per favore, mi disegni una pecora? Il Piccolo Principe inizia così il suo dialogo con l’aviatore. E l’aviatore, dopo quella domanda, non riuscirà più a fare a meno del Piccolo Principe. La storia la sapete, no? L’aviatore cerca di disegnare una pecora, ma il Piccolo Principe non è soddisfatto. Allora ci riprova, ma niente da fare. Allora l’aviatore disegna una scatola, e dice che la pecora è lì dentro. E il Piccolo Principe rimarrà contento.
Pensando a tutte le volte che ho parlato a tu per tu con un lupetto o un rover, credo che fra me e lui in quel momento ci fosse un foglio e una matita. E la domanda che mi veniva rivolta era sempre la stessa: disegnami una pecora. A volte ho disegnato una pecora, bellissima, quasi una fotografia. A volte ho disegnato la scatola. Altre volte il foglio è rimasto bianco. Ma credo che sempre quella domanda abbia dato senso al mio impegno in associazione. Sì, credo che il motivo per cui accettiamo di lavorare in perdita sia quella domanda che ci pongono i ragazzi. Non è la nostra capacità di rispondere alla domanda, perché spesso sbagliamo o non capiamo cosa ci viene chiesto, è piuttosto quel momento, quell’attimo in cui due vite diverse per età, esperienza e storia entrano in contatto, e lontani da protocolli artificiosi cercano di capire qualcosa dell’altro, per imparare, per conoscere, per orientarsi e collocarsi. Non trovo centrale il fatto che uno sia piccolo e l’altro più grande, anche se questo verticalismo qualifica il rapporto. L’errore da non commettere è quello di impostare rapporti educativi del tipo “ascoltami, ti insegno”, lo sappiamo. Ma non perché non sia “utile”, piuttosto perché non è vero !! Cosa diavolo crediamo di poter insegnare ai ragazzi? Cosa veramente crediamo scolpito nella roccia della nostra vita da poterlo passare come appunti di storia al compito in classe?
Il rapporto educativo io lo vedo nell’imbarazzo dell’aviatore alla domanda “disegnami una pecora”. E’ la sorpresa di sentirsi chiedere qualcosa, a me, che non sono niente, che non so niente. Una esistenza diversa dalla mia mi interpella. Non è la TV, non è un concorso a premi, non è un’indagine demoscopica. E’ una creatura di Dio che ho il privilegio di avere accanto per un attimo, perché è quello il tempo, e si sta rivolgendo a me. E questo deve onorarmi e impegnarmi. Non mi sta chiedendo di insegnargli a vivere. Mi sta chiedendo come vedo io la pecora, che è diverso. Sta facendosi un’idea della pecora, e chiede a me di fargli vedere la mia. Portiamogli una fotografia e abbiamo sbagliato tutto. Sa benissimo trovare da solo una fotografia della pecora, vuole sapere se per noi è dentro una scatola o sta brucando l’erba. E’ tutto qui, non spaventiamoci. D’altronde, anche noi della pecora abbiamo un’idea, non la definizione. E allora non perdiamoci a rispondere ai ragazzi come i libri stampati, guardiamoci dentro, quello che in cuore pensiamo delle cose del mondo, di Dio, degli altri. Non significa che dobbiamo rovesciare il nostro pensiero sui ragazzi, ma che non possiamo evitarli facendoli guardare da un’altra parte.
L’imbarazzo dell’aviatore. Non dobbiamo temere l’imbarazzo, significa solo che stiamo parlando di cose vere, della vita.
E se c’è imbarazzo, significa che stiamo vivendo quel dialogo da fratello a fratello, per quanto maggiori di età possiamo essere. Perché per vivere un rapporto educativo da disegnatore di pecore bisogna credere che l’uomo è uomo sempre, da piccolo e da vecchio. Un bambino non è un essere inferiore all’adulto, come non lo è un vecchio. L’uomo vive un’esistenza limitata, e negli anni si trasforma, fino a spegnersi fisicamente nella morte. Ma non credo che esista una fase della suo ciclo di vita in cui si possa affermare che in quel momento è un uomo compiuto, non prima né dopo. Spesso ci si rivolge con sufficienza ai bambini, ai giovani e ai vecchi perché il linguaggio e l’esperienza ci rendono distanti, ma ci dimentichiamo che il nostro destino è stato ed è lo stesso. Siamo di passaggio, sempre. Questo significa rapportarsi con i bambini e gli adolescenti convinti che stiamo parlando a persone, uomini e donne che in questo momento sono alti un metro oppure due, pieni di acne o già con la barba, ma persone, che vogliono crescere, conoscere, essere rispettati e trovare una dimensione ed un senso esattamente come lo vogliamo noi. I bambini riconoscono se li stiamo trattando da bambini o da persone. E di conseguenza si comportano, ci trattano da adulti o da persone.
Concludo. Il rapporto educativo tra capo e ragazzo assomiglia un po’ a quando ci telefona un amico e ci dice che sarà nella nostra città fra qualche giorno. Allora noi ci offriamo di andarlo a prendere in stazione e di accompagnarlo fino a dove deve recarsi. C’è un appuntamento, la promessa di esserci, il viaggio assieme, e poi il saluto. Non ci sostituiamo a lui, non andiamo al posto suo. Ma in quel tratto assieme c’è il mondo.
Una traccia per una sessione formativa sul Patto Associativo, in CoCa, in Zona, ad un campo formativo….
GIOCO SULLE DEFINIZIONI: IL MEMORY
Parole CHIAVE per il gioco del Memory ============================ identità, Asci+Agi=Agesci, diarchia, democrazia associativa, felicità, libertà di pensiero, Gruppo, Comunità Capi, Progetto Educativo, Legge e Promessa, Baden Powell, 4 punti di B.-P, autoeducazione, interdipendenza pensiero azione, comunità, coeducazione, vita all’aperto, gioco, servizio, fraternità, annuncio, testimonianza, chiesa, pastori, eucarestia, interreligiosità, bene comune, cittadinanza attiva, promozione umana, libertà, antifascismo, discriminazioni razziali, legalità, equa distribuzione, creato, economia etica.
Modalità del gioco del memory: – si gioca per squadra – prepariamo 2 carte per ogni titolo di cui sopra e le disponiamo coperte – giocano assieme tutte le squadre. A turno ogni squadra prova a scoprire una coppia, se la trova prende un punto. Vince la squadra che prende più punti.
Poi: – ogni singolo giocatore sceglie la carta che ritiene più significativa – divisi per squadra, ognuno spiega il perché della sua scelta e assieme si decide quale carta tra quelle promuovere come carta della squadra – si mettono assieme le carte di ciascuna squadra e si compone il “PA del gruppo”
Lettura “teatrale” degli articoli più significativi e commento
la nostra origine Asci e Agi e quindi la scelta della coeducazione
(Cit. 1) Il Patto Associativo è la sintesi delle idee e delle esperienze maturate nell’ASCI e nell’AGI, accolte e sviluppate nell’AGESCI. E’ il legame che esprime le scelte fatte dai Capi e dagli Assistenti Ecclesiastici dell’Associazione, l’identità, l’impegno e le speranze che tutti condividono. E’ il punto di riferimento per ogni successivo arricchimento.
Asci e Agi… Se un penny tu mi dai, se un penny io ti do, con un penny resteremo per ciascuno. Ma se un idea tu mi dai e se un’idea io ti do con due idee per ciascuno resteremo.
Siamo la somma di due esperienze, di due storie, di due sensibilità. Non siamo assieme, uomini e donne, perché è più semplice, anzi. Siamo assieme perché crediamo nella complementarietà e nella ricchezza di questa unione.
(Cit. 2) Ci impegniamo a rispettarlo perché riconosciamo nei suoi contenuti il fondamento del nostro servizio educativo e uno stimolo per il cammino di formazione personale. Il Patto Associativo è rivolto anche alle famiglie dei ragazzi e a tutti coloro che sono interessati ai problemi dell’educazione, perché possano comprendere quali siano le caratteristiche dell’Associazione.
Quando dopo un’attività hai l’impressione di aver sprecato tempo, e che tutto sommato hai solo fatto giocare dei ragazzi e potrebbe farlo chiunque, rileggiti qualche passo del Patto Associativo. C’è scritto perché facciamo giocare i ragazzi, perché li facciamo dormire scomodi in tenda, perché chiediamo loro la Buona Azione. C’è scritto che non stai sprecando tempo, ma che stai cambiando il mondo.
(Cit. 3) L’Associazione I Capi, donne e uomini impegnati volontariamente e gratuitamente nel servizio educativo, offrono alle ragazze e ai ragazzi i mezzi e le occasioni per una maturazione personale e testimoniano le scelte fatte liberamente e vissute con coerenza.
Siamo volontari, lo facciamo gratis. E fino a qui, molti altri oltre a noi scout. Educhiamo testimoniando scelte libere e vissute con coerenza. E qui iniziamo a stare larghi. La nostra efficacia sta nella credibilità. Educhiamo pochissimo per ciò che diciamo, poco per ciò che facciamo, tantissimo per ciò che siamo.
la democrazia associativa e…
(Cit. 4) L’Associazione adotta i principi e il metodo della democrazia.
Siamo talmente democratici che per cambiare un articolo del regolamento del metodo, ci impieghiamo anni, e alla fine siamo anche capaci di dire “meglio lasciare così com’è”. E non indiciamo referendum, andiamo per livelli, e li ascoltiamo tutti…
e la centralità del gruppo
(Cit. 5) La proposta educativa è vissuta localmente dal Gruppo scout, momento principale della dimensione associativa, di radicamento nel territorio e di appartenenza alla chiesa locale. La Comunità Capi, custode dell’appartenenza associativa, è luogo di formazione permanente per i Capi e di sintesi della proposta educativa.
La nostra forza, che a volte sembra debolezza per la complessità che comporta, è considerare la base più importante del vertice. Come un triangolo rovesciato. La base si chiama Comunità Capi.
l’autoeducazione e… e l’esperenzialità
(Cit. 6) L’autoeducazione Il ragazzo è protagonista, anche se non l’unico responsabile, della propria crescita, secondo la sua maturazione psicologica e la sua età. Il Capo, con intenzionalità educativa, fornisce mezzi e occasioni di scelta in un clima di reciproca fiducia e di serena testimonianza che evita ogni imposizione.
Tra il lasciare soli i ragazzi “che tanto si arrangiano” e il “faccio io per te che lo so fare meglio”, c’è la dannata “intenzionalità educativa”. E’ il sacro graal dello scautismo, è il quid, l’innominabile qualità educativa, è il mestiere del capo. Esserci ma non esserci, dire ma non dire, guidare ma non guidare. Facile, no?
e l’esperenzialità e la libertà di pensiero
(Cit. 7) L’esperienza e l’interdipendenza tra pensiero e azione Lo scautismo è un metodo attivo: si realizza attraverso attività concrete. Il ragazzo è aiutato dal Capo a riflettere su tali esperienze per conoscere se stesso e la realtà, così da poter giungere gradualmente a libere valutazioni critiche e a conseguenti scelte autonome.
Gli scout non sono dei praticoni. E’ che agli scout non piace parlare “teoricamente”. Gli scout parlano, eccome, e sono anche profondi nel farlo, ma lo fanno… dopo aver vissuto l’esperienza.
L’esperienza è maestra. Andiamo, ne parleremo dopo.
la comunità
(Cit. 8) Nella comunità si vivono le possibili dinamiche politiche che si incontrano nel quotidiano. Il piccolo gruppo è laboratorio e palestra che, aiutando a costruire strumenti interpretativi della realtà e a sperimentare modalità di partecipazione, educa a una cittadinanza responsabile.
Non esiste lo scout solitario. C’è il lupetto in branco, la guida in reparto, il novizio in noviziato e la scolta in clan. Ci siamo noi in Comunità Capi. La comunità è uno strumento o è un valore? Provate a rispondere voi.
la felicità
(Cit. 9) Il servizio Il valore educativo del servizio tende a portare l’uomo a realizzarsi nel “fare la felicità degli altri”. E’ impegno graduale, concreto, disinteressato e costante ad accorgersi degli altri, a mettersi al passo di chi fa più fatica ed a condividere i doni che ciascuno porta
Non siamo masochisti. E non siamo eroi. E’ solo che abbiamo notato un effetto collaterale all’aiutare il prossimo: rende felici. Non è nemmeno un gran segreto, è una informazione a portata di tutti, ma sembra che molti siano tentati di intraprendere scorciatoie meno faticose per raggiungere la felicità, non sempre riuscendoci, non sempre senza farsi male.
Anche in questo caso, facciamolo, serviamo, poi ne parliamo.
la salvezza che ci viene da Cristo
(Cit. 10) Gesù Cristo è, infatti, la parola incarnata di Dio e perciò stesso l’unica verità capace di salvare l’uomo. Questa salvezza, che si manifesta nella resurrezione di Cristo, ci dà la speranza-certezza che ogni partecipazione alla sofferenza e alla morte di Gesù, nei suoi e nostri fratelli, è garanzia di quella vita che Egli ci è venuto a portare con pienezza.
Se la felicità viene dal servizio, la salvezza viene dal Capo, il grande Capo. Tutti gli altri sono impostori, truffatori, imbonitori, sciacalli, burattinai e venditori ambulanti. Dobbiamo convircerci un po’ alla volta, passo dopo passo, parola dopo parola, amore dopo amore, tradimento dopo tradimento. Lui ha pazienza.
la cooperazione con i pastori e le parrocchie
(Cit. 11) Operiamo in comunione con coloro che Dio ha posto come pastori e in spirito di collaborazione con chi si impegna nell’evangelizzazione e nella formazione cristiana delle giovani generazioni, anche partecipando alla programmazione pastorale.
In realtà ci sentiamo molto poco pecore, e molto poco bisognosi di un pastore. Siamo scout, abbiamo un metodo, abbiamo il coltellino e un cordino. In realtà c’è tempo per ogni cosa, anche per la confusione in testa, per lo smarrimento, per la solitudine, per la sofferenza. Prima di tutto dobbiamo spogliarci della boria dei primi della classe che talvolta ci precede, e ricordarci che il nostro è un metodo. Per raggiungere cosa?
l’eucarestia che ci unisce
(Cit. 12) Per vivere questa esperienza di fede, che deve sempre crescere e rinnovarsi nell’ascolto della Parola di Dio, nella preghiera e nella vita sacramentale, apparteniamo a comunità che trovano il loro momento privilegiato nella celebrazione dell’Eucaristia e che si sforzano di informare la loro vita a uno spirito di servizio, come espressione concreta della carità.
Non c’è scritto che partecipiamo alla sagra del patrono, né che facciamo i pastori nel presepe vivente. C’è scritto che il momento privilegiato è l’eucarestia.
Mangiare e bere assieme, condividendo. Alla fine, in famiglia, quando ci si trova tutti assieme? E Gesù è con noi, soprattutto in quel momento. L’ha inventato Lui !
la fraternità
(Cit. 13) In una realtà sempre più multiculturale cogliamo come occasione di crescita reciproca l’accoglienza nelle unità di ragazze e ragazzi di altre confessioni cristiane, nello spirito del dialogo ecumenico, e di altre religioni, nell’arricchimento del confronto interreligioso. E’ un dono che interroga l’Associazione su come coniugare accoglienza e fedeltà all’annuncio del messaggio evangelico, consapevoli che in Cristo tutta la realtà umana ed ogni esperienza religiosa trovano il loro pieno significato.
Ci abbiamo messo anni per scrivere nel 2000 queste righe. Un’associazione cattolica che accoglie musulmani, ortodossi, ebrei… come può essere?
Posso giocare a calcio tirando il pallone con le mani? Eh no, c’è un regolamento…
L’abbiamo messa sul “dono che interroga”, perché già accadeva, perché da buoni scout prima abbiamo provato ad accogliere e poi ci siamo chiesti il senso di questa esperienza.estava solo da trovare come scriverlo, perché il senso è facile, e l’accoglienza una ricchezza.
la cittadinanza attiva e partecipata
(Cit. 14) La scelta di azione politica è impegno irrinunciabile che ci qualifica in quanto cittadini, inseriti in un contesto sociale che richiede una partecipazione attiva e responsabile alla gestione del bene comune.
(Cit. 15) La proposta scout educa i ragazzi e le ragazze ad essere cittadini attivi attraverso l’assunzione personale e comunitaria delle responsabilità che la realtà ci presenta.
Uno scout è soprattutto responsabile.
Non è uno scrutatore, è uno che si rimbocca le maniche e si sporca le mani. Ed è uno che lascia il mondo migliore di come l’ha trovato. Quindi non aspetta, propone (e fin qua c’è la ressa) e poi si propone (e così stiamo larghi nuovamente).
l’antifascismo e le discriminazioni razziali
(Cit. 16) Ci impegniamo a rifiutare decisamente, nel rispetto delle radici storiche e delle scelte democratiche e antifasciste espresse nella Costituzione del nostro Paese, tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di uccidere la libertà e di instaurare l’autoritarismo e il totalitarismo a tutti i livelli, di imporre il diritto del forte sul debole, di dare spazio alle discriminazioni razziali.
“Ma il fascismo è una cosa vecchia, del passato, non si capisce nemmeno più cosa significa”, dicevano alcuni volendo togliere la frase dal Patto Associativo.
“Finché resta scritto nella Costituzione Italiana, allora rimarrà scritto nel nostro Patto Associativo”, dissero altri. Ed erano più dei primi.
Siamo sentinelle, siamo Aquile Randagie.
l’educazione alla legalità
(Cit. 17) Ci impegniamo a spenderci particolarmente là dove esistono situazioni di marginalità e sfruttamento, che non rispettano la dignità della persona, e a promuovere una cultura della legalità e del rispetto delle regole della democrazia.
Fare scautismo al nord è una cosa. Lo scautismo al sud, spesso, è veramente di frontiera, è sfidante e ci si gioca molto, come persone e cittadini. L’ho capito ascoltando i racconti di fratelli scout di Castellammare di Stabia o del quartiere Zen di Palermo, tanto per citarne alcuni. Ma ognuno deve tenere gli occhi aperti, perché l’educazione alla legalità passa anche per le piccole cose, e si insegna da piccoli, con l’esempio dei grandi.
il rispetto del creato
(Cit. 18) Ci impegniamo a vivere e promuovere una cultura di responsabilità verso la natura e l’ambiente, coscienti che i beni e le risorse sono di tutti, non sono illimitati ed appartengono anche alle generazioni future.
Lo scout sa che la natura non è quella disegnata da Disney. Lo scout sa sfidare se stesso nella natura, ma non sfida la natura.
Sa anche che se siamo vivi è perché la natura è ancora la più forte. Soprattutto lo scout pensa a domani, e a dopodomani, e dopo domani ancora. Una capacità di pensiero che sembra diventare rarissimo incontrare in giro, dove prevale il “subito, adesso, e a domani ci penserà qualcun altro.”
e l’equodistribuzione delle risorse
(Cit. 19) Ci impegniamo a sostenere nella quotidianità e a promuovere nell’azione educativa iniziative di equa ridistribuzione delle risorse e scelte di economia etica.
Qui dentro c’è il mondo. Qui dentro si dice che ciò che accade in Africa, in sud America e in Medio oriente mi interessa. E che il mio comportamento non può prescindere dalle conseguenze, anche se capitano molto ma molto lontano.
Qui dentro c’è politica, alta e pura politica.
Il tutto frutto di una fusione di due teste, la mia e quella di Davide!
Al primo posto tra i requisiti metterei la fiducia nell’uomo con particolare riferimento a quel periodo della sua vita nella quale prendono forma quei connotati che diverranno stabili nell’adulto. Ritengo quello della fiducia non solo un requisito basilare (non si può infatti dedicare una parte importante di se stessi e della propria esistenza a qualcosa a cui non si crede) ma anche un requisito oggetto di conquista, in quanto contrapposto alla dilagante e generale sfiducia (nelle Intenzioni e nella volontà dell’uomo, nelle nuove generazioni, nelle istituzioni, nei valori, nella presente cultura, ecc.). Fiducia nell’uomo vuol dire anche, in termini educativi concreti, che la partita non è mai definitivamente persa e che l’inatteso recupero può sempre essere dietro l’angolo.
GIOIA
Considero il capo un uomo o una donna capaci di offrire la gioia agli altri perché uno dei loro compiti primari consiste nel farsi carico della perenne ricerca di felicità che rappresenta la principale motivazione istintiva di ogni uomo. Per questo non so immaginare un capo che non senta la gioia di vivere, l’impegno di trasmetterla agli altri e la volontà di proteggerla dalle insidie di chi è propenso a rinunciarvi.
TESTIMONIANZA
Il Capo conta per quello che è e non per quello che dice. Ho letto che un testimone è colui che nella vita personale premette, non tanto una legge (in questo caso gli basterebbe essere “osservante”), ma un valore, e per questo dovrà essere in permanente conversione nella ricerca di perfezione. Il testimone può essere “un filtro”, che impoverisce il valore, o un “prisma” che ripropone, in forma personalizzata, la ricchezza dell’ideale.
DECISIONISMO
Per essere effettivo agente di crescita sia personale ma soprattutto comunitaria, il capo deve possedere un altro requisito che è quello di saper prendere delle decisioni. Ho visto molte unità volgere allo sbando, perché il loro capo si è rifiutato (o non era in grado) di prendere rapidamente chiare decisioni autonome.
PERSEVERANZA
Un altro attributo del capo è sicuramente costituito dalla perseveranza. Educare richiede tempo e continuità. Non credo che valga la pena di insistere su questo punto. Ciascuno di noi ha avuto nella sua storia passata una persona che ha influito in modo decisivo sul suo cambiamento nei confronti di se stesso e degli altri. Pensiamo al tempo che è stato necessario a questo nostro educatore per operare su di noi in termini di conversione.
CARISMA O PROFEZIA
Due modelli mi sembrano dominare. Da un lato il capo naturale. Colui che ha una serie importante di doti innate per ottenere ed esercitare l’autorità: attira l’attenzione su di sé, sembra di stare con i ragazzi o con gli uomini anche se in realtà sta sopra di loro, ottiene molto in modo apparentemente spontaneo, è attraente, lungimirante, severo e riconoscente, sa sancire e gratificare, è competente e rigoroso sia con sé che con gli altri. E’ dominante nelle discussioni e nel lavoro di gruppo. Fa riferimento a se stesso per avvalorare le sue affermazioni. Pur con evidenti sfumature o si è con lui o si è contro di lui. Ed essere contro di lui non è una condizione di tutto riposo.
Anche se si potrebbe continuare ad esemplificare, mi sembra che questo identikit del capo carismatico sia sufficientemente eloquente. Se è vero che si tratta di capacità naturali, è certo che tutte o parte si possono acquisire con la pratica ed in un certo clima di formazione. Per ritornare nel sistema scout questo è più o meno stato il tipo di capo che si pensava di costruire quando il movimento si rivolgeva a poche migliaia di ragazzi ed a qualche centinaia di capi. L’intensità delle scelte e dell’impegno sembrava privilegiare la formazione di capi esigenti, estremamente coerenti e volitivi, decisi e disponibili.
L’altro modello è quello del capo-profeta. Tutta la sua forza è nella sua personale scelta di vita, nella coerenza con i suoi valori, nella fedeltà e nell’attenzione agli altri.
E’ un capo che avanza silenziosamente lungo misteriosi itinerari di amore e di fede per dare – quando l’occasione si presenta – testimonianza del percorso compiuto. Non si impone e non impone. Il suo è un continuo e discreto invito a realizzarsi partendo dal principio – espresso dal suo esempio – che tutto nasce da un sofferto ed incessante sforzo di introspezione e di interiorizzazione. Lungo le strade del nostro passato e – forse – del nostro presente abbiamo certamente incontrato uno dei due (o entrambi questi) modelli di capo. Ognuno ha certamente un senso ed un suo significato nell’evolversi della storia dell’uomo. Non intendo dire quello che oggi sarebbe maggiormente desiderabile e lascio al lettore o ai lettori riuniti nell’eventuale Comunità di Capi di esprimere la loro opinione.
IL MARTIRIO DEL CAPO
Non sono pochi i capi che proprio dal servizio educativo attingono le vere gratificazioni della loro esistenza. Nel lavoro non si realizzano, ma negli scout sì. In famiglia non riescono a comunicare, ma in comunità capi sì. Alle feste nessuno li sta ad ascoltare, ma negli scout sì. Nessuno li ammira, ma i loro ragazzi, loro sì che li ammirano. Non avrebbero nessuno a cui confidarsi, ma in clan, in noviziato, in alta squadriglia e talora perfino in reparto è possibile, anzi è giusto giocarsi, condividere le proprie pene e i propri problemi. I ragazzi(ni) ascoltano. Poi ripetono, ne chiacchierano fra di loro. I fatti del capo sono fatti importanti, modestia a parte.
Sempre in sede. Conosce uno per uno tutti i bambini di tutte le unità del gruppo. Sa i fatti privati di tutti i capi di tre o quattro gruppi. Tutti i capi della zona e della regione lo conoscono, perché non manca mai di dire la sua in assemblea. Il capo modello. Sa bene che la società segue valori sbagliati, ed è per questo che il suo posto non è là fuori, ma dentro l’associazione.
E per questo che fuori non ha successo. Perché l’unico successo che conta è quello negli scout. Ci sono i capi che mettono al primo posto gli esami, le vacanze con la famiglia, gli impegni di lavoro. Fortuna che c’è lui, colonna del gruppo. Lui può sempre. Comunque è bonario e non lo fa pesare esplicitamente. Ognuno ha il suo posto, e non puoi pretendere dagli altri quello che pretendi da te.
D’accordo, di capi così non ce ne sono molti. Ma dentro ognuno di noi se ne annida un pezzettino. Ed è meglio tenerlo d’occhio. Ad esempio: il reparto si trova davanti un torrente gonfio di acque e non sa come attraversarlo. Il capo, forte di vecchie esperienze, ha già adocchiato sulla riva il lungo larice seccato da un fulmine.
Basterà dargli una spinta e diventerà un ponte perfetto, compresi i rami spogli per aggrapparsi. Sarà un’avventura che tutti ricorderanno. Il capo ora può ascoltare due voci.
La prima gli dice: «Ecco un’occasione perfetta per costruire il tuo mito. Tu avrai una trovata geniale, i ragazzi crederanno in te. E non lo farai per vanità: lo farai perché più ti ammirano, più la tua azione educativa può essere incisiva». La seconda voce gli dice: «Non conti tu, ma loro. Se lasci che ci arrivino da soli, l’avventura sarà dieci volte più entusiasmante. E soprattutto impareranno a non aspettare che qualcun altro li tragga d’impaccio. Impareranno che se si guardano intorno e che, se useranno la testa, possono superare qualunque ostacolo».
Un capoclan o un maestro dei novizi durante un capitolo in cui non si riesce a fare chiarezza: poche parole da adulto possono chiarire il problema addirittura consegnarlo bell’e risolto nelle mani dei ragazzi. E i ragazzi diranno: Che capo! che persona eccezionale. E in futuro lo ascolteranno anche di più, avranno ancora più fiducia in lui, si affideranno a lui… invece che a se stessi.
Meglio restare in ombra, meglio fingersi meno bravi di quello che si è. Questa spesso è la vera bravura. Fare in modo che i ragazzi sentano di avercela fatta da soli, perché imparino a farcela sempre con le loro forze. Cercare altrove i riconoscimenti di cui abbiamo bisogno.
Viva il capo che qualche volta non può. Viva il capo che è anche qualcos’altro.
Viva il capo che prima di essere capo un uomo o una donna felice.
EROE
E’ vero, B.-P. parla di culto dell’eroe come di una risorsa educativa. Ma il suo discorso va compreso bene. Egli non dice al Capo: «devi sforzarti di divenire l’eroe dei tuoi ragazzi», ma invece: «bada, la posizione che ti dà lo scautismo è tale che, data la psicologia del ragazzo, non potrai non divenirne l’eroe»; e prosegue quindi il discorso in chiave di responsabilizzazione educativa del Capo.
In questo nostro improvvisarci psicologi e sociologi abbiamo spesso dimenticato di considerarci come una variabile molto influente sul gruppo. Insomma ci siamo chiesti: perché Pierino dice le bugie? (lodevole passo avanti rispetto all’etichettarlo bugiardo) quando dovremmo chiederci: perché Pierino dice le bugie a me? Anche se ciò comporterà una osservazione di noi stessi, a volte scomoda, dobbiamo convincerci dell’importanza del capo nel modificare la dinamica del gruppo, includendo sui rapporti che si creano e quindi sullo sviluppo di ogni ragazzo: quello che è una unità dipende in buona misura da chi e da come gioca questo ruolo. Naturalmente ciascun membro di un gruppo ha sugli altri una qualche influenza, ma il capo o i capi sono quelli che hanno di gran lunga la massima influenza (Polansky). Per questo non credo che affermare, come fanno alcuni giovani capi, di essere uguali ai loro ragazzi e di sforzarsi per esserlo sia un modo di risolvere seriamente il problema: non è il negare la pericolosità di un’arma che si ha in mano che serve a renderla più innocua, anzi.
TIPI DI AUTORITA’
–Autorità promotrice si ha quando gli interessi di chi comanda e di chi segue sono rivolti in una stessa direzione. Il successo di chi comanda è legato al fatto che egli riesca a far progredire chi lo segue. Il capo usa la propria condizione per aiutare le persone a lui soggette, in modo da ridurre progressivamente la loro inferiorità e renderle libere. Si sviluppano reciproci sentimenti positivi (amore, confidenza, stima, ecc.). L’autorità promotrice è razionale, si fonda sul consenso attivo e ragionato ed è volta ad ottenerlo.
–Autorità lassista si ha quando il capo si disinteressa dei seguaci lasciandoli in balia di loro stessi. Se essi necessitano per sviluppare la loro potenzialità dell’aiuto, della guida, del consiglio del capo sono fortemente danneggiati da questa assenza. Purtroppo questo tipo di autorità è spesso confusa con quella promotrice, mentre può provocare blocchi dello sviluppo persino più gravi di quelli prodotti dall’autorità inibente.
–Autorità inibente si ha quando il capo utilizza la propria posizione per sfruttare o coercire gli altri. E’ caratterizzata da una netta sfiducia del capo verso i seguaci la cui inferiorità egli vede irrimediabile o, in ogni caso, utile ai propri scopi, e perciò non ha alcun motivo per cercare di ridurla ma anzi tende ad accrescerla; questo tipo di autorità è fortemente alienante ed evolve in senso irrazionale in quanto consente una adesione al capo soltanto emotiva, che cioè non tenga conto dei dati della realtà o addirittura li deformi al fine di evitare la presa di coscienza di essere trattati come persone cronicamente inferiori. In conclusione, la differenza più sostanziale sta nel fatto che l’autorità inibente è costretta per mantenersi a sfruttare nei ragazzi bisogni immaturi (dipendenza da figure paterne, rinuncia all’autonomia, gratificazione per mezzo della identificazione nel capo, ecc.) e quindi favorisce la regressione, mentre l’autorità promotrice potenzia i bisogni più elevati e la maturazione. I tre tipi di autorità si esprimono in atteggiamenti diversi del capo: è chiaro che anche se si tende a distinguere tre tipi di capo (democratico, lassista, autoritario), nella pratica è difficile riscontrare il tipo puro ed in ognuno di noi, a ben guardare, coesistono tutti e tre gli aspetti a seconda della situazione.
AUTORITÀ AUTORITARISMO AUTOREVOLEZZA
Quando si parla di ‘Capi’ nello scautismo si cerca sempre di dare al termine un significato particolare, diverso dalle solite accezioni, per indicare un rapporto tra adulto e ragazzo fondato sulla fiducia reciproca e sulla volontà di aiutare il ragazzo a costruirsi da solo, a diventare se stesso, a realizzare la sua identità unica e irripetibile non come copie di uno stereotipo né di un modello carismatico. Si accenna all’autorità del capo come alla responsabilità dell’adulto verso chi sta cercando la propria strada su delle tracce già segnate, definite come ‘tracce scout’.
È stata la scoperta di Baden-Powell, la sua intuizione educativa che ha iniziato nel mondo del nuovo metodo pedagogico, l’idea di dare al ragazzo proposte concrete, inviti di comportamenti da sperimentare nella vita per coglierne poi il valore teorico. Partire dall’azione per giungere al pensiero, vivere avventure positive e affascinanti per poi scoprirne il valore oggettivo da rendere criterio di scelte nuove, arrivare all’ideale attraverso piccole esperienze concrete, è il sistema scout, è la ricchezza inesauribile di questo particolare modo di vita.
Qual è allora il compito del capo, specialmente nell’ambito del roverismo scoltismo, quando il ragazzo ha già compiuto un percorso che gli ha fatto scoprire alcuni valori decisivi per la sua vita? Si parla di ‘non-direttività’, di apertura alle iniziative personali di ciascuno, di rispetto di ogni scelta come terreno di esplorazione, di accettazione di gesti e atteggiamenti che il ragazzo ritiene opportuni.
Alcune teorie pedagogiche di questi ultimi decenni insistono sul senso di libertà e di responsabilità da rispettare se si vuole far crescere la personalità autentica di ciascuno. In altre parole, si ha paura dell’autoritarismo, della volontà del capo imposta come infallibile e come unico criterio di verità e di bontà, si ha paura del capo come ultimo punto di riferimento come criterio indiscusso per ogni scelta. E in questo senso è una paura sacrosanta, anche perché non si estingue mai in nessuno la voglia di protagonismo, di un potere sulle coscienze che fa sentire importanti e utili per il bene del prossimo.
Anche nello scautismo, il pericolo di autoritarismo sussiste sempre come impegno di un servizio onesto e competente, e non di rado lo si vive come un fatto meritorio.
Ben venga allora il richiamo all’autoeducazione, come scoperta dei valori di ciascuno, come rispetto del segreto delle persone, come attesa del “prodotto finito” passando per il cammino imprevedibile di ciascuno. Ben venga, quindi, la posizione di chi credendo nella ‘vocazione’ di ogni uomo da parte di Dio che crea ciascuno affidando a ciascuno un compito particolare da realizzare con delle doti utili allo scopo, non si intromette con le proprie azioni direttive per lasciare tutto lo spazio alla verità originaria di ciascuno.
Ma questa non direttività non è poi così facile come sembrerebbe, non è solo il “lasciar fare” indiscriminato, pronti se mai a richiamare, a correggere, non è stare alla finestra per vedere come agisce la persona o quasi obbligati ad approvarne qualunque scelta. Un atteggiamento del genere non avrebbe nulla di educativo e potrebbe diventare addirittura una complicità con condotte negative e quindi tradimento del compito stesso del capo.
Per non essere autoritari non è necessario scomparire lasciando campo libero al ragazzo, che comunque non sarebbe mai del tutto ‘autonomo’ bensì condizionato pesantemente dalla mentalità corrente, È vero che nel gruppo dei pari, il ragazzo impara a scoprire se stesso e a confrontarsi, a misurare le proprie forze senza possibilità di nascondimenti né di maschere. Ma è anche vero che il ragazzo ha bisogno di un aiuto per discernere, per leggere in verità i messaggi che ritrova dentro se stesso e nell’ambito in cui vive.
Qui, allora, emerge l’aspetto più importante e più caratteristico del capo: è la sua ‘autorevolezza’, il fascino della sua personalità che vive in prima persona ciò che i ragazzi stessi stanno cercando in modo più o meno cosciente. Il capo diventa il personaggio che ha già conquistato quel modo di vivere tante volte presentato in schemi teorici, colui che pur nei limiti e negli insuccessi quotidiani, gode di essere ‘scout’, di realizzare gli ideali sognati e perseguiti giorno per giorno.
Anche se manca il comando preciso o il divieto perentorio, se non c’è più il peso del precetto da osservare meticolosamente, c’è -ed è più intenso- il richiamo di una esperienza realizzata, il fascino di una personalità serena e libera che segue con gioia la linea tante volte sognata e cantata nei bivacchi e nelle cerimonie sempre così suggestive. È questo il compito del capo, non un autoritarismo che si impone, né una presenza passiva e silente, e nemmeno una dipendenza dai ragazzi stessi, quasi a rimorchio delle loro scelte nella illusione di rispettare la loro personalità: ma la gioia di vivere l’ideale scout nella propria realtà di adulto, di avere dato un volto preciso alla propria vita aperta al servizio in tutte le direzioni, di costruire già quel mondo un po’ migliore di come è stato trovato” che è il perenne criterio della propria condotta. Così il capo svolge un compito immancabile nel cammino del rover e della scolta, un compito che scende nell’intimo della persona perché si tratta non di comandi né di imposizioni cervellotiche, ma di scelte e atteggiamenti vissuti in prima persona. Il capo vive la sua scelta scout come orientamento integrale della propria vita, come caratterizzazione della propria persona: quando è insieme ai suoi rover e scolte, nei capitoli, nelle riunioni, nelle routes, il suo ‘stile’ – cioè tutto il suo modo di fare, di parlare, di gestire, il suo rapporto con gli altri e con le cose- attua l’ideale scout, rende viva quella ‘legge’ che è diventata abitudine ed espressione di sé.
È così che l’obbedienza non è un’adesione acritica o una sottomissione forzata, quanto il gusto di appropriarsi di quelle caratteristiche particolari presenti nel capo e da lui godute come elementi fondamentali del vivere.
Se hanno chiesto a me di essere qui oggi a parlare di vocazione ed educazione significa che non si voleva invitare un esperto, perché io non lo sono. Credo di essere stato invitato qui per fare da specchio, per riflettere la vostra immagine, assieme alla mia e a quella di altri capi scout di ieri, oggi e forse domani. Cioè per invitare ad una riflessione su di noi, sul “chi siamo”, sul perché siamo qui vestiti di azzurro.
Il consiglio di zona, pensando al prossimo progetto, ha invitato a guardarsi dentro, per rifondare le motivazioni del nostro servizio, per leggerle sotto la luce della vocazione. Parola altisonante, evocativa, rischiosa.
Parto da un esercizio che negli ultimi mesi mi riesce molto bene, purtroppo.
Quello di astrarsi.
Si può fare al lavoro, a casa, davanti alla tv, ovunque. Provo per qualche istante a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, distaccati, cerco di togliere la patina del consueto. I miei vestiti, l’automobile, la mia casa. L’erba da tagliare. La musica che ascolto. Le cose che dico, i saluti, i convenevoli. I problemi al lavoro. Quando il distacco si fa consistente percepisco per qualche attimo l’inconsistenza di tutto. Siamo immersi in ornamenti e orpelli che scambiamo per sostanza, che ci aiutano a mantenere un equilibrio, a darci sicurezza, perché l’alternativa è ammettere che siamo niente, e a pensarci si rischia di perdersi.
Allora ritorno in me, guardo l’orologio, penso a quello che devo fare, preparare, comprare, dire, telefonare. Penso a cosa mangerò per cena, la riunione di questa sera, la partita di domani, il bollo da pagare… e tutto ritorna al suo posto. Esercizio concluso.
Mi domando: sono più sciocco di quando andavo spedito come un treno senza pormi tante domande e pensavo di essere eterno?
Mah..
Il problema è che sgombrato il tavolo, come si dice, rimaniamo soli davanti alla domanda delle domande: cosa ci facciamo noi qui.
Mi sono chiesto se questa domanda è frutto di un’età più matura, diciamo così. Mi sono anche risposto però che la domanda è sempre vera. L’età più matura rende semplicemente più urgente una risposta.
E’ una domanda a cui, si dice, oggi non si vuole più tentare di dare una risposta. Si vive e basta, prendendo quello che viene.
Come zattere alla deriva, senza direzione e destinazione.
Tutto è relativo. Non dico niente di nuovo.
Benedetto XVI dice: ““Il relativismo condanna prima o poi ogni persona a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.
Attenzione, il relativismo è anche tra di noi, dentro di noi. Noi siamo di questo mondo.
Qualcun’altro ha detto: “Il vivere non è privo di senso per qualche sofferenza, bensì è sofferente perché privo di senso”
Ecco cosa manca, il senso.
senso=significato, direzione, dare un nome alle esperienze, azioni, relazioni. Provenienza e appartenenza.
Noi inglesi vestiti di azzurro siamo per dna pragmatici, quindi ci mettiamo subito alla caccia di ciò che ci serve, quindi troviamo il senso… Si, ma come si trova il senso delle cose?
Attraverso la cartina di tornasole dei valori, che, badate bene, conosciamo tutti a memoria: onestà, lealtà, coerenza, altruismo, generosità,… ma evidentemente sapere quali sono non è proprio sufficiente, vista la situazione in cui versiamo.
“Ciò che da vita e vigore a quanto vale è ciò cui esso mira, cioè l’esperienza che se ne può fare, la pertinenza alla vita stessa.”
Quindi per affermare l’importanza di un valore è necessario farne esperienza, per cogliere quanto serve alla nostra vita.
Bene. Cercasi esperienze disperatamente. Astenersi maghi, imbonitori e pusher.
La capacità di fare esperienza deve essere attivata da altri. Il patrimonio ha bisogno di un padre che lo trasmetta.
Ognuno di noi è capace di fare esperienza, ma l’esperienza va innescata, generata, proposta.
E chi può proporla se non un educatore?
Scusate mi sono già perso.
Siamo partiti dal vuoto esistenziale, siamo passati per la mancanza di senso, quindi per la necessità di appropriarsi di valori, l’esperienza come sigillo del valore, e infine l’educazione come proposta di esperienze.
Fregati.
In questi passaggi c’è la nostra vita di capi scout e, per alcuni di voi compreso me, di genitori. Oppure no?
Non voglio spacciare questi passaggi per veri ad ogni costo, ma pensiamoci.
Ma se prendiamo per buona questa ipotesi, allora è evidente che l’educazione non è uno sport, né un passatempo. E’ una necessità.
L’educazione è quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo. L’assenza di educazione, al contrario, dimostrerebbe che la messa al mondo di figli è un atto casuale, un accadimento senza senso.
E oltre ai genitori, assieme a poche altre agenzie, ci siamo noi capi scout.
Eccoci a casa, siamo partiti dal vuoto e siamo arrivati alla proposta scout.
Un’osservatore esterno a questo punto potrebbe dedurre che ciascuno di noi presenti è capo scout per questo motivo, per proporre esperienze che propongano valori per dare senso alle cose e quindi dare pienezza all’esistenza dei ragazzi.
Voi siete capi scout per questo motivo?
Quante storie e percorsi diversi dietro ai nostri volti.
Quante strade ci hanno condotto qui, oggi. C’è chi è capo da qualche mese, chi da decenni. Chi è titubante, chi fa addirittura il formatore di altri, chi è preoccupato della continuità della propria coca, chi invece è preoccupato per la sua vita personale. Chi è colmo di gioia per l’ultima attività andata bene, chi depresso vorrebbe mollare tutto…
C’è un percorso che però accomuna tutti?
Sono arrivato alla conclusione che se esiste è di tipo circolare. SI può passare per il via più volte, senza peraltro restare fermi in prigione qualche turno, come a Monopoli.
Volevo prima di tutto far osservare che anche in questo caso si tratta di STRADA, essere Capi Scout è comunque fare strada. Entrare in Comunità Capi è solo l’inizio di questo percorso, che se si ha la fortuna di poter percorrere per un tempo generoso, ci permetterà di camminare dentro noi stessi e conoscerci meglio, e fuori di noi, facendo esperienza dell’altro e del mondo.
Il percorso che ho immaginato ha a che vedere con l’essere e con il tempo.
Sono portato – il tempo della gratificazione
C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle (Fossati, “C’è tempo”)
C’è un tempo in cui ci si sente portati a fare i capi scout. E’ un tempo di grandi energie e spazi temporali esagerati, in cui le cose riescono naturali. Belle attività, risposte entusiaste dei bambini e dei ragazzi. E’ il tempo delle mille riunioni, delle agende che scoppiano, ma non importa. Ci riesco, sono bravo. Provo soddisfazione. Mi sento PORTATO. E’ il tempo dell’emozione, della novità, della commozione. L’uniforme è motivo di orgoglio, la scelta di educatore un’affermazione di sé e della propria volontà.
Chi non gira allo stesso numero dei miei giri è un debole, incoerente, non è serio. “Ma come, non viene in uscita? Ma come, ha saltato attività anche oggi? Deve studiare? Deve laurearsi? Deve sposarsi? Ha un bimbo piccolo? Tutte scuse.”
E’ il tempo dei giudizi severi, forti di una posizione personale quasi inattaccabile.
E’ anche il tempo della sopravalutazione di sé. Si fotografa una nostra condizione temporanea scambiandola per la nostra personalità. Sentirsi PORTATI significa anche sentirsi spinti da un’onda potente che pensiamo inesauribile, ma che prima o poi si spegnerà sulla battigia della spiaggia, è la sua natura, non un dramma. Noi non siamo solo quello che il tempo della gratificazione mette in luce. Ma per fortuna ci pensa la vita a farcelo capire.
Sono mandato – il tempo della responsabilità
La lInea d’ombra, Jovanotti , dal minuto 1.57
C’è un tempo in cui qualcuno bussa alla nostra porta, ci telefona, ci scrive e ci chiede disponibilità. Ci spiega che c’è un incarico da svolgere, un ruolo da ricoprire, ci dice che è importante. “Ho pensato subito a te”, afferma. “Sei la persona più adatta”, ci dice. “Ce la puoi fare”, aggiunge. E noi vacilliamo, perché fino a quel momento abbiamo fatto ciò che sapevamo fare. Ma questo incarico è diverso. Quanto impegno mi chiederà? Saprò far fronte alle difficoltà? E se non ce la facessi? Deluderò le aspettative?
C’è qualcuno che crede in me, e conta su di me più di quanto io conti su me stesso. Mi da fiducia e me la chiede.
E’ il tempo del cuore oltre l’ostacolo, del cappello al di là del fosso.
Tra dubbi, timori e fatiche accettiamo la sfida della responsabilità, ci facciamo carico.
Teniamo duro, tiriamo la carretta perché non volgiamo si fermi, anche se siamo soli, anche se siamo in pochi, anche se il futuro è buio.
E’ il tempo del contare le proprie forze, e spenderle con parsimonia e saggezza perché ci aspettano tempi lunghi.
E’ il tempo in cui abbiamo chi attende il nostro dito puntato verso la direzione da prendere. Nessun’altro lo farà al posto nostro.
Essere MANDATI ha a che fare con la fiducia, il coraggio, la temperanza.
Sono chiamato – il tempo della pienezza
Il Piccolo Principe, la Pecora.
E’ un tempo privilegiato, in cui il nostro impegno in associazione trova il suo senso compiuto nel rapporto educativo. Ma non sto pensando ad una relazione generica con il branco, il reparto, il noviziato, il clan. Sto pensando ad un rapporto educativo tra me, capo, e un bambino/ragazzo. E’ il momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può…
A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.
Se la domanda è “cos’è la vocazione”, la mia risposta è “questo momento”, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che un po’ di vocazione ce l’abbiamo anche noi.
So che questa non è proprio la definizione di vocazione classica, quella spirituale, quella della chiamata di Dio che ci invita ad essere, a incarnare.
Se posso scomodare le Scritture, allora lo faccio ricordando Pietro.
Pietro viene scelto, viene chiamato a far parte degli apostoli di Gesù. Gli viene riconosciuta autorità, tra i 12 sembra essere privilegiato, assieme a Giovanni e Giacomo, nell’assistere ad avvenimenti importanti della predicazione di Gesù. Diciamo che gode del tempo della gratificazione.
Ma l’onda, si sa, prima o poi si infrange. Dopo la cattura di Gesù, lo rinnega 3 volte, dice di non averlo mai conosciuto. Ne prende le distanze, ha paura per la sua vita. E’ il punto più basso che Pietro raggiunge.
The Passion, Pietro rinnega Gesù.
Quando Gesù appare risorto ai 12, le letture riportano il confronto a tu per tu di Gesù con Pietro.
Immaginate Gesù che guarda Pietro. Immaginate il senso di colpa di Pietro e gli occhi bassi. Invece di chiedergli il perché del suo tradimento gli chiede se lo ama più degli altri. E’ assurdo, l’ha tradito qualche giorno prima… “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.” Gli disse: ” Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?” Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi ami?” e gli disse: “Signore tu sai tutto: tu sai che io ti amo”. “Gli rispose Gesù “Pasci le mie pecorelle” (Gv.21,10-19)
Forse in quella prova Gesù aveva voluto fare toccare con mano a Pietro e quindi a tutti noi, quanto siamo davvero ‘niente’, nonostante la nostra boriosa sufficienza o stupida potenza. Per 3 volte Pietro ha rinnegato Gesù, per tre volte Gesù gli chiede se lo ama. E infine gli da l’incarico più gravoso, quello di erigere la sua chiesa, di essere il “capogruppo” degli apostoli, gli da il primato. Proprio a lui che ha tradito!
Pietro aveva la vocazione? Non come la intendiamo nella sua accezione romantica: è stato chiamato e amato, anche nella sua debolezza.
Avevano la vocazione gli altri apostoli? Erano pescatori, poveri e ignoranti, non certo dottori della legge né sacerdoti. Giuda ha venduto Gesù per 3 denari, di Pietro abbiamo detto, gli altri litigavano per un posto alla destra o alla sinistra del Maestro, non capivano le parabole, facevano domande imbarazzanti… Avevano la vocazione?
Ultima tentazione, dal minuto 1,19
https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4&t=53s
Deve essere stato proprio lo Spirito Santo a trasformare quelle pecore in leoni il cui coraggio li ha accompagnati a dare la vita, al martirio. E’ lo Spirito Santo che ci aiuta a trasformare le nostre fatiche in rapporti educativi fecondi.
Io credo che Pietro sia stato salvato dal baratro del senso di colpa da quella domanda ripetuta tre volte: Mi ami? In quel momento Gesù ha donato a Pietro il suo amore ma soprattutto la SPERANZA. Pietro ha capito che oltre alla sua debolezza c’era SPERANZA, che oltre l’immane difficoltà di portare nel mondo la Parola di Dio c’era SPERANZA. E’ la speranza che anima l’educazione, che motiva l’educazione. Noi sappiamo che dietro alle nefandezze dell’uomo c’è SPERANZA, perché siamo creature di Dio e Dio non ci condanna nemmeno quando lo tradiamo. E ci impegniamo proprio grazie a questo orizzonte.
“Questa è l’unica reale possibilità che abbiamo
Di riuscir loro (ai figli) di qualche aiuto nella ricerca
di una vocazione, avere una vocazione noi stessi,
conoscerla, amarla e servirla con passione: perché
l’amore alla vita genera amore alla vita!”
Natalia Ginzburg
La mia esperienza scout non rende onore del tutto ai 4 punti di B.-P., o non a tutti e 4.
Non sono mai stato bravo con la pioneristica, non ho mai fatto molta attività fisica, solo saltuariamente. Cucino le bistecche e le uova, e la pasta. Già con il sugo ho qualche problema. Sandra sa che spesso perdo la gavetta in giro.
Ma non per disordine, perché sono tendenzialmente una persona ordinata.
La perdo perché durante le uscite e i campi mi perdo ad ascoltare, a parlare, ad incontrare le persone. Vivo l’incantesimo dell’incontro tra simili, o diversi che però sognano cose molto simili.
Forse questa è una dimensione più vicina a quella del capo scout, rispetto a quella del ragazzo scout, me ne rendo conto.
I capi scout sono esseri simili tra loro, hanno diverse cose in comune. Per i ragazzi la similitudine è meno evidente.
E forse su questo aspetto pesa il fatto che ho iniziato il mio percorso scout solo a 14 anni, al terzo anno di reparto. Mi mancano i lupetti e i primi anni di reparto.
Quindi la mia vita scout da ragazzo è stata caratterizzata dal noviziato, due anni, e poi il clan. Esperienza molto cerebrale ed emotiva, anche se con lo zaino sulle spalle.
Poi tanti anni da capo, ed ecco il perché dell’incantesimo di cui parlavo prima e delle gavette perse.
Essere capo scout, fare il capo scout, significa, se lo fai bene, buttare anima e corpo, darsi, riempire la propria vita di un contenuto e un senso sconosciuto ai più, ai familiari e agli amici non scout, ai compagni di università, ai colleghi. Significa vivere in uno stato di grazia, anche faticoso, che non è stato prima e, probabilmente, non sarà dopo.
Siamo dei don Chisciotte, coraggiosi e incoscienti, e molto sognatori.
Cosa c’è di così straordinario in questa esperienza di capo educatore? L’altro. I ragazzi e i capi con cui condividi.
Hai la magnifica possibilità di entrare in relazione, profonda e genuina, con ragazzi e ragazze che stanno crescendo e ti chiedono di disegnare per loro una pecora. La conoscete la storia dell’aviatore che incontra il Piccolo Principe, no? Chiede all’aviatore di disegnare una pecora, e lui fa alcuni disegni, ma non riesce ad accontentare il Piccolo Principe. Troppo vecchia, malaticcia, sembra un cane… Infine lui disegna una scatola con dei buchi per l’aria e dice che la pecora è al riparo, dentro la scatola. E il Piccolo Principe sorride, felice. Ecco la pecora che voleva, è lì dentro.
Questo per dire che il rapporto che si instaura tra un capo scout e un ragazzo, che noi vorremmo chiamare educativo, è del tutto diverso da quello di un genitore e figlio (l’ho capito in questi ultimi anni…) e diverso da quello di un insegnante e allievo. E’ dentro quella domanda: “Disegnami una pecora”. Significa che i ragazzi non ci chiedono come é fatta una pecora, lo sanno già o possono saperlo facilmente anche in internet. Ci chiedono come noi vediamo la nostra pecora, qual è la nostra esperienza, cosa sentiamo, cosa proviamo. Perché si fidano, e capiscono che tu, capo, sei lì non per un contratto professionale e nemmeno per un legame di sangue. Sei lì perché lo vuoi tu e perché tu sei interessato a loro, nel modo più gratuito. E già questo è un mistero che educa.
Dopo diversi anni di capo clan, ho fatto altre cose, capogruppo, incaricato di zona di branca, responsabile, consigliere generale. Tutte esperienze molto belle, ma il capo clan… è un’altra cosa.
Poi i figli, cambiato casa e paese. E passano altri dieci anni.
Domenica scorsa ho rivisto una ragazza del clan (di quando io ero capo clan), era ragazza a quel tempo. Ora è una donna, una mamma. Ha perso il papà il venerdì santo. L’ho solo abbracciata e chiamata per nome, e così ha fatto lei. Nulla di strano, direte voi, e dico anch’io. Non posso dire cosa possa aver pensato lei, ma posso dire cosa ho pensato io: non si smette mai del tutto di essere capi clan, nemmeno dopo tanti anni. Guardi questi ragazzi ormai adulti e ti dici che non sai quasi più nulla di loro ma senti di conoscerli, anche se non li frequenti più. E soprattutto senti che hai ancora una responsabilità residua nei loro confronti, perché quello dell’educatore non è un gioco di ruolo che dura il tempo del censimento, è una fiducia reciproca che va oltre, è una consegna che tocca ciò che abbiamo di più profondo e importante, e bello.
Il segreto, penso, è la gratuità del tutto. Mi azzarderei a chiamarla esperienza di fraternità.
A dirla tutta, fare esperienza di comunità e fraternità come quelle che si instaurano in branco, in reparto, ma soprattutto in branca rover e in comunità capi, è una fregatura.
Quando poi vivi altre realtà comunitarie, altro associazionismo, partiti, anche l’ambiente di lavoro stesso, ti aspetteresti di trovare qualcosa che ci assomigli, ma difficilmente è così. Ma come? – ti dici- sono sicuro che si può, l’ho provato di persona quel tipo di comunità… perché non può essere così anche altrove?
Sto ancora pensando alla risposta giusta.
Ne azzardo una. Credo che abbia a che fare con una congiunzione temporale, quindi che abbia a che fare con i tempi e il tempo.
E’ l’incontro tra un giovane adulto (come non sono più io) e dei bambini, ragazzi e giovani che stanno, ciascuno secondo la propria età, scoprendo il mondo, con l’entusiasmo e lo spavento necessario.
La somma delle sicurezze acquisite di ciascuno non fa quella di un adulto navigato, come siamo ormai noi tre (lascio fuori la ragazza Sandra).
Ma la somma dei loro sogni e del loro desiderio di confronto e di trovare un posto nel mondo è 10 volte il nostro.
Il segreto è la porta che i cuori e le teste dei giovani tengono aperta. Quella porta con il tempo viene sempre più accostata.
A meno di un nostro strenuo impegno a tenerla aperta o a qualche “bug” genetico, ci sono anche quelli…
Non so come classificare tutto ciò all’interno dei quattro punti di Baden Powell, forse Servizio, forse carattere.
Forse ha a che vedere con la spiritualità scout.
Di certo è scautismo, lo è nel midollo.
Non ho parlato della natura, della strada, dell’essenzialità, della gioia del canto e del gioco, della progressione personale.
Ma ho parlato di quello che ha formato maggiormente ciò che sono oggi.
L’uomo e la donna della partenza. Anche in branco, anche in reparto, anche se non arriveranno mai in clan. La tensione educativa e lì, nella Partenza scout.
Ma chi è l’uomo e la donna della partenza? E’ una nostra idea? E’ il nostro ideale?
E’ un eroe? Noi capi rappresentiamo l’uomo e la donna della partenza?
E’ un po’ che non faccio il capo clan, e ho pensato che per colmare il gap dovevo sentire la base.
E quindi ho sentito un lupetto perché, come dicevo prima, il cammino verso la Partenza scout inizia dal branco, mica in clan. Sentiamo.
Ma quali strumenti possono utilizzare questi scout per fare i supereroi senza superpoteri?
Il sogno, il modello, la scelta
Tutti abbiamo in mente un modello a cui vorremmo assomigliare, anche quando gli siamo molto distanti. Lo scautismo lo chiama “uomo e donna della partenza”, ma prima ancora di parlare di caratteristiche di questo modello dobbiamo aiutare i ragazzi a cogliere la bellezza e la gratificazione che si riceve nella ricerca di assomigliare a quanto il nostro più intimo ci chiama ad essere. A provare l’esperienza dell’”essere fieri di sé”, per aver compiuto quello che era giusto compiere.
E’ la felicità, il successo di B.-P. Non siamo nati per soffrire, ma per raggiungere il successo. La Pienezza.
I contenuti della Partenza scout
Ragioniamo sui contenuti, e se questi hanno ragionevolmente a che fare con quelli che l’associazione indica si chiamerà Partenza, altrimenti Saluto. Ma sarà comunque un successo, perché sarà una scelta rispettabile.
E’ la non-scelta che dobbiamo evitare.
Il tutto attraversato dal Progetto (entusiasmo, consapevolezza delle proprie risorse, carattere forte -> caratteristiche personali)
Il ruolo dei capi
Giudici? Segretari che avvallano? dobbiamo essere loro d’aiuto ancora una volta, forse per l’ultima volta. Dobbiamo:
Cogliere, valorizzare, individuare i passi compiuti dai rover nella competenza e nella responsabilità;
Condividere un percorso e un tempo di preparazione alla Partenza;
Stimolarli nella riflessione circa i valori della partenza;
Proporre delle occasioni di confronto con persone significative, con coetanei prossimi alla partenza;
Verificare assieme a loro quanto hanno elaborato e maturato durante questo percorso e le conclusioni a cui sono arrivati.
Dare o non dare la Partenza: per loro saremo uno specchio dove trovare aiuto verso una comprensione di cosa hanno maturato e di cosa vogliono per la loro vita. Dobbiamo puntare a condividere la conclusione, non a imporla.
E’ un lavoro che va fatto con loro per tempo e con serenità.
La Partenza non è “associativa” o “extra-associativa”. La Partenza è Partenza.
L’ambito dove si colloca il servizio nel quale il partente si impegna non cambia il valore, né i contenuti, né le modalità della Partenza. Entrare in comunità capi sarà una scelta successiva e si cercherà di non renderla “automatica” alla Partenza. La co.ca. non è la quarta branca.
Ora però volevo lasciarvi qualche suggestione, perché la Partenza scout è sogno e contiene sogni.
E noi scout viviamo di bei sogni.
Allora vi propongo questa canzone.
https://youtu.be/KQqjcIue4tE
“tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora”
Teniamone presente quando supponiamo di essere così bravi da immaginare chi farà strada o chi non la farà, chi merita la partenza e chi no. Hanno l’età in cui nulla appartiene a loro veramente, è tutto nuovo e tutto da provare.
L’età in cui la fedeltà non è ancora particolarmente messa alla prova dalla fatica, dal logorio della quotidianità, dal disincanto dell’esperienza. Questa deve diventare una nostra consapevolezza che deve aiutarci a sgomberare il campo da facili illusioni e delusioni. Diventeranno altro, è molto probabile. Noi dobbiamo aiutarli a guardare dentro di sé per prendere una decisione e decidersi di fare un salto. Cosa accadrà oltre, non lo sappiamo e in fondo non lo sanno nemmeno loro.
Altrimenti dove sarebbe il bello?
“una matita intera”
Sarebbe un bel simbolo per la Partenza, tanto per cambiare e sostituire i consunti sale, lievito, candele, lanterne, bussole, etc, etc. Una bella matita ancora intera. A te il compito di consumarla piano piano, scrivendo la tua storia con la tua calligrafia e su un tuo quaderno.
“giorno dopo giorno”
già, altro che il giorno della cerimonia. La Partenza riguarda ciò che accade dopo, e quella scansione regolare delle 24 ore, inesorabilmente fuori del nostro controllo, e di come riempiremo quelle ore, quali relazioni stringeremo, quali pensieri le sosterranno…
“silenziosamente”
è una modalità che fa pensare anche al fatto che saremo soli, perché quando si fa silenzio si è soli, oppure si sta facendo fatica. Ed è vero, diventiamo adulti assieme a chi ci sta accanto, ma diventiamo uomini in solitudine, compiendo scelte personali. Vuol dire anche stare lontani dal clamore, dalla vanità, dai riflettori puntati su di sé. Vuol dire puntare a quegli alberi che stanno in piedi e non li senti, contrapposti a quelli che cadono e fanno rumore.
“costruire”
Questo è il punto. Costruire. SI parte perché si sceglie di costruire, non perché siamo stati bravi a costruire. Costruire con pazienza, avendo in mente un progetto ma sempre pronti al piano “B”, immaginando una bellissima costruzione là dove ora c’è un campo e pozzanghere.
“è sapere e potere rinunciare alla perfezione”
stride? Ammettetelo che vi lascia perplessi. Io la trovo un’affermazione di grande profondità e umanità. Costruire la propria vita, le relazioni, non è un esercizio da ingegneri, è da artigiani. Mani sporche, attrezzi spuntati, sudore che cola. La ricerca della perfezione diventa un’ossessione e soprattutto è fine a sé stessa, non è a servizio degli altri.
Il possibile, è la perfezione a cui puntare. Ricordiamolo quando giudicheremo severamente i ragazzi. Ricordiamocelo quando giudicheremo severamente noi stessi.
“ti stringo le mani, rimani qui, cadrà la neve a breve”
Mi ricorda per alcuni aspetti quando mi è dispiaciuto dare la Partenza a dei ragazzi e ragazze con cui ho camminato veramente volentieri e da cui ho ricevuto molto. La tentazione è di rimandare quel momento. Per altri, invece, mi ricorda la paura di mandarli in mezzo ai lupi, e la tentazione di trattenerli per proteggerli ancora un po’, germogli che potrebbero bruciarsi al gelo della neve. A breve. E chissà se abbiamo ragione.
Cerchiamo ora di guardare dentro alle richieste che avete fatto in zona, alle parole che avete detto circa il ruolo del capo scout, che abbiamo sottolineato e che ho sintetizzato in quattro punti:
Essere di riferimento
Costruire una relazione
L’autorevolezza
L’intenzionalità
Per ciascun punto andremo a dare uno sguardo al mondo dei bambini (ciò che l’attualità propone), e poi daremo “uno spunto positivo”, qualcosa che ci faccia pensare a qualcosa di buono.
Essere di riferimento
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: lo youtuber che gioca a Minecraft
a. Per i bambini di oggi, almeno per diversi, gli youtuber sono dei riferimenti. Tra di loro si suggeriscono chi “seguire”, di chi diventare “follower”, e attendere le loro “notifiche” di nuovi video da guardare.
b. Gli youtuber parlano a loro, si riferiscono a loro, li chiamano “ragazzi”, fanno conto che loro, i bambini, siano lì davanti al monitor, di fronte a loro che parlano al microfono con le cuffie in testa. E parlano, parlano, parlano. Giocano al posto loro, si esaltano, si rammaricano, si spaventano, si divertono, e alla fine chiedono in cambio solo un “mi piace”.
c. Che cavolo hanno di così attraente e ipnotico questi youtuber?
sono pari loro ma meglio di loro, mostrano come si fa, dedicano il proprio tempo a parlare di cose che a loro interessano, sono di successo, sono popolari, non incutono timore, non è difficile arrivare a loro, non c’è fregatura, non si fa fatica
2. Uno stimolo positivo: Il maestro di Van Gogh
a. Il maestro di Vah Gogh ripeteva la stessa lezione tutti i giorni, la lettera A, la lettera B, etc. etc. Un giorno però il maestro chiama Van Gogh a leggere le lettere tutte assieme e improvvisamente la magia: Van Gogh legge e quei simboli non saranno più dei singoli disegnetti, ma d’ora in poi sarà impossibile non leggere tutta la frase.
b. Un bravo capo scout dovrebbe diventare un po’ come il maestro di Van Gogh, dovrebbe riuscire nel tempo (nel tempo!) ad aiutare i bambini (e i ragazzi poi) a leggere la loro vita in un modo da cui poi è impossibile tornare indietro. Si tratta di riuscire a mettere assieme i pezzi dell’esistenza che ciascun bambino può vedere da solo, ma che solo un “maestro” può aiutare a mettere in fila come i vagoni di un trenino, come i pezzi di un puzzle, come i capitoli di un racconto. Il loro racconto, ma che infine è il racconto di tutti gli uomini.
c. Penso soprattutto a come, attraverso l’esperienza scout, io leggo l’uomo, le sue vicende, come leggo i migranti, come leggo la precarietà, come leggo la fatica della democrazia, come leggo il disagio dei bambini con situazioni familiari difficili, come leggo le altre religioni e la necessità della spiritualità..
d. Voi siete il primo “stadio” del razzo che porterà i lupetti e le coccinelle a diventare uomini e donne della partenza, il primo vettore. Ce ne saranno altri dopo di voi, e alla fine la gloria se la prenderanno i capi clan, ma voi, voi, siete i primi a dover guardare in quella direzione mentre vi rapportate con i bambini. Altrimenti dove potete posare lo sguardo? Su di voi? Su di loro?
e. Quindi significa che dovete avere in mente ben chiaro a quale uomo e donna della partenza stiamo puntando, noi dell’Agesci. Vi aiuterà tantissimo nel fare i capi branco e cerchio.
Quell’uomo e donna della partenza che avete in mente vi aiuterà a rispondere al lupetto Marco quando vi dice che non ce la fa più a giocare perché è stanco e alla lupetta Giulia che insiste a dire che quel gioco è da maschi e vuole cambiare. O Giovanni che vi dice che la storia di quando Mowgli viene trovato da mamma Raska fuori della grotta la sa a memoria. O quando tutti urlano e schiamazzano e non riuscite a spiegare il gioco. Vi aiuterà a superare le naturali antipatie e simpatie, anche in staff, e a guardare all’obiettivo, che è più grande di noi.
Perché noi puntiamo all’uomo e la donna della partenza, non al successo del gioco o del racconto. Noi non siamo animatori di villaggi turistici, siamo educatori.
f. I bambini avvertono se voi dite la verità e se siete veri (che sono due cose distinte) e se lo avvertono allora diventerete il loro youtuber della vita preferito, e vi lasceranno molti “i like”.
g. Se i bambini lasceranno lo scautismo dopo il branco, o peggio ancora durante l’esperienza del branco, poco male. Si resta youtuber preferiti ugualmente tutta la vita, credetemi. Talvolta bastano 5 minuti a fissare uno sguardo e una parola per sempre.
Costruire una relazione
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: l’unboxing
a. una parolona inglese intraducibile, se non con “scartare”. II bambini guardano altri ragazzi che al posto loro scartano dei pacchi, li aprono e scoprono dentro i giocattoli del momento o dispositivi elettronici da aprire, provare, testare, a volte smontare.
b. Un modo per scoprire cose nuove, per vedere come altri coetanei intendono le cose, gli oggetti, le vivono, ci giocano.
c. Vedi spesso le mani di chi apre, manipola, stringe, schiude, taglia, sperimenta, sono le mani dello youtuber, ma in quel momento diventano le mani di chi sta guardando, una estensione virtuale delle proprie mani
2. Uno stimolo positivo: la pecora del piccolo principe
a. Se penso ad un rapporto educativo tra me, capo scout, e un bambino/ragazzo, allora penso al momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può. E che noi siamo lì con loro in carne e ossa, non siamo un avatar che porta una fotocopia consunta.
A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.
b. Questo momento, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA.
c. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che abbiamo stretto una relazione.
d. Non ci sono solo momenti di questo tipo nella relazione con i lupetti, me ne rendo conto. Però con qualcuno, in qualche momento della loro esperienza scout, potrebbe arrivare l’occasione della domanda della pecora, che a volte non è esplicita, e l’opportunità della nostra risposta, di cui dobbiamo essere pronti.
e. Mia moglie, insegnante della scuola materna, mi ha detto di dirvi che ai bambini bisogna voler bene, e questo può bastare.
f. Come si vuol bene ai bambini? Considerandoli, ascoltandoli e spiegando loro le cose, pazientemente. I bambini hanno bisogno di spiegazioni, per tutto ciò che noi adulti diciamo, facciamo, indichiamo, consigliamo. Hanno bisogno dell’unboxing, perché per loro è una chiave per comprendere la loro esistenza e ciò che li circonda. Mai sufficienza, mai superficialità, mai far finta di ascoltarli, non sono stupidi. I bambini sono piccole persone, non stupide persone.
g. Il branco è uno strumento, loro sono persone a cui volere bene. Avranno “fieno” abbastanza dentro la scatola?
L’autorevolezza
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: un video sui supereroi con i superpoteri
a. L’autorevolezza di questi supereroi è data soprattutto dalla forza dei loro superpoteri. Ve li immaginate senza?
b. Perché ai bambini (e non solo) piacciono così tanto i supereroi? E’ più il desiderio di forza o quello di difesa da cui hanno paura?
2. Uno stimolo positivo: Il lupetto e i supereroi
a. Questo lupetto dice che lo scout assomiglia di più a quei supereroi senza superpoteri, come Batman, che utilizza strumenti, si ingegna più che approfittare di poteri che altri non hanno.
b. Credo vada colto un richiamo alle nostre radici: noi scout siamo la rappresentazione moderna dell’uomo del bosco, che sa cavarsela con un coltello e uno spago. Il regolamento metodologico parla di attività sempre fondate sulla semplicità ed essenzialità, perché è la nostra strada maestra.
c. Voi capi non siete più intelligenti degli altri, non avete più tempo degli altri, non siete più bravi, non avete i superpoteri. Avete anche voi una famiglia, uno studio o un lavoro, degli amici, la birra e la pizza, la discoteca, lo sport, la tv, il cinema.
d. Ma un superpotere ce l’avete e il lupetto non può ancora saperlo: avete dentro di voi il sacro fuoco, piccolo o grande, che vi arde in petto. E’ il fuoco di chi è stato toccato nel cuore da un’esperienza o da delle persone, o da entrambe, fuse nella proposta scout che avete vissuto e state vivendo.
e. Il regolamento dice . “In questo contesto le proposte assumono maggior significato per il ragazzo quando la relazione stessa con il capo è appassionante, nella misura in cui risulta dinamica (cioè in continuo divenire) e coinvolgente (cioè tocchi il suo cuore). “
f. Voi diventerete autorevoli nella misura in cui riuscirete a “toccare il cuore” dei bambini, coinvolgendoli nel racconto giungla, guardandoli negli occhi, chiamandoli per nome (non solo richiamandoli per nome), giocando con loro come nessuno ormai fa, discutendo con loro come ormai pochi fanno. Torniamo un po’ al tema precedente, quello della relazione. Ma qui dobbiamo sottolineare l’aspetto della coerenza.
g. Niccolò Fabi, in una bellissima canzone scritta in occasione della nascita di sua figlia, dice che quando si diventa genitori “devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario non c’è più un giorno da perdere nel tuo calendario e poi serenamente a ciò che non ti rappresenta dire no finalmente” . Un po’ vale anche per i capi scout, abbiamo l’opportunità e la necessità di dire NO, finalmente, a ciò che non ci rappresenta. Sono quelle situazioni che spesso, normalmente, l’età e la vita ti portano a provare, vivere, buttare lì, per poi accorgersi che non sono per noi, non ci rappresentano. Non ci fanno assomigliare a noi stessi. Se diciamo NO, assomiglieremo di più ai nostri desideri e i bambini vedranno in noi persone che pensano e decidono con la propria testa, che sanno rinunciare per privilegiare. Arrivare puntuali alle atttività, non parlare un linguaggio volgare nemmeno quando ci togliamo la pelliccia (i bambini sono in agguato, sempre), avere tempo per loro, non esagerare per il gusto di farlo, stare attenti a cosa pubblichiamo nei social perché noi siamo quello che sembriamo e loro sono anche lì. Ma non come fanno i filistei, ma perché ci crediamo!
L’intenzionalità
1. Uno sguardo al mondo dei bambini: i cartoni “usa e getta”
a. Mi colpiscono i cartoni che vengono trasmessi dai canali tematici gratuiti di Rai Gulp, Super!, Fresbee, etc. Spesso sono cartoni a basso costo di produzione, animazioni scadenti, molti schiamazzi, colori accesi, rumori continui in sottofondo, dialoghi scarsi, voci squillanti e deformate, effetti sonori a iosa… Sono i discount del cartone, del resto sono gratis.
b. Sono cartoni da ipnosi, i bambini rimangono lì davanti, la loro mente corre dietro agli eventi che si susseguono rumorosi e ininterrotti (guai a fare una pausa, i bambini potrebbero tornare in loro e abbandonare la visione). Non resterà molto della trama, non è la questione principale. Non c’è un prima e non c’è un dopo. Cartoni usa e getta.
2. Uno stimolo positivo: i cartoni con un senso, di formazione
a. Ci sono cartoni diversi, di fascia media e poi quelli di alta gamma. Sono cartoni la cui produzione è costata moltissimo, basta vedere i titoli di coda che elencano decine e decine di persone dedicate alle fasi creative o tecniche più disparate. Colonna sonora originale, magari cantata da pop star, fotografia e animazioni realistiche, trama e narrazione da sceneggiatura di film da Oscar.
b. Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da classificarli quasi come “cartoni formativi”, sto pensando per esempio a “Inside Out”, “Up” o ad altri che mi sono piaciuto dove si parla di famiglia, di amicizia e non in modo scontato e stereotipato come “Il viaggio di Arlo”, “I Robinson, una famiglia spaziale”, “Lilo e Stich”, “Ralph spaccatutto” e tanti altri.
c. E’ evidente che in entrambi i casi i bambini si “impallano” davanti allo schermo. Ma c’è modo e modo. E soprattutto c’è intenzione e intenzione.
d. Con questo non voglio dire che i bambini vanno portati al cinema e la televisione va spenta. Dico che bisogna essere innanzitutto coscienti della differenza, e usare di conseguenza coscientemente gli strumenti a disposizione.
e. Quando proponiamo un gioco al branco, dobbiamo chiederci proprio questo: perché li stiamo facendo giocare? Mancavano 20 minuti alla conclusione dell’attività e rischiavamo di stare seduti in tana? Me l’avevano chiesto con insistenza e non ho saputo dire di no e così via alla partitella a calcio? Oggi toccava a palla avvelenata perché il roverino l’abbiamo giocato l’attività scorsa? Così almeno non ci tormentano gridando in sede? Così stanno all’aperto e respirano aria buona? Perché lo scautismo si vive fuori all’aperto? O perché quando abbiamo pensato all’attività di oggi abbiamo anche incluso il gioco a tema che richiama il racconto ascoltato o ciò che abbiamo realizzato con le nostre mani poco prima?
f. Ma l’intenzionalità educativa non si sviluppa solo nella scelta del gioco giusto. E’ una continua tensione del capo a comportarsi tenendo a mente dove vuole arrivare. L’uomo e la donna della partenza, il tema dell’anno, gli obiettivi del progetto educativo.
g. Questa “tensione” non si esplica necessariamente con delle cose da dire o da fare. “TUTTO COL GIOCO, NIENTE PER GIOCO”, questa è l’intenzionalità educativa scout.
h. Difficile, direte voi. Più facile di fare le cose a caso, risponderò io. Pensate se oggi fossi arrivato qui senza aver prima pensato a quello che volevo dire, andando a braccio, sparando temi sconclusionati e senza un obiettivo. Io avrei faticato il triplo, e voi ve ne sareste accorti immediatamente. I bambini giocano lo stesso, per carità. Ma avranno perso ancora una volta l’occasione per ricevere un attenzione educativa da un adulto al posto del “gioca così non rompi” che tante volte si sentono rivolgere.
Un ultimo video, ha a che fare con l’abbraccio di “Tristezza” che abbiamo visto in “Inside Out” poco fa. Lei è Daniela Lucangeli, è una scienziata dell’educazione.
Lo sguardo al mondo dei bambini ha sempre avuto come sfondo uno schermo, di computer, di smartphone o della tv. E’ un problema, i bambini crescono avvinghiati a questi dispositivi che sostituiscono ciò che non riusciamo più a dare loro: tempo da vivere assieme a loro.
I genitori hanno sempre poco tempo da dedicare al gioco con i figli, perché sono stanchi, hanno una vita stressante, sono sempre in auto a portarli a calcio, basket, karate, pianoforte, chitarra, corso di teatro, danza, lingua inglese, catechismo, attività scout. E comunque i genitori sono sempre più vecchi adolescenti, hanno bisogno dei loro giochi e del loro spazio, dei loro film e della loro musica.
La scuola fin dall’inizio propone competizione, lo sport altrettanto (ci sono anche delle eccezioni). I genitori desiderano vedere i figli primeggiare, altrimenti vanno in paranoia.
Stare al passo con i tempi non significa dover farsi ingoiare dalla tecnologia e dal business che ci sta dietro. Significa sapere utilizzare gli strumenti giusti nel momento giusto. Come lo scout di Mattia nella foresta.
E’ facile? No, abbiamo bisogno di un aiuto:
dalla Preghiera del Capo:
Te li raccomando perciò, Signore,
come quanto ho di più caro,
perché sei tu che me li hai dati,
e a te devono ritornare.
Con la tua grazia, Signore,
fa’ che io sia sempre loro di esempio e mai di inciampo:
che essi in me vedano te,
e io in loro te solo cerchi:
così l’amore nostro sarà perfetto.
E al termine della mia giornata terrena
l’essere stato capo mi sia di lode e non di condanna.