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  • Il valore del servizio (di quadro)

    Così mi sono raccontato un giorno all’incontro di Interbranca di Zona

    “… lo scopo dell’Associazione è contribuire […] alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici.” ovvero “il valore educativo del servizio (di quadro)”.

    – Il quadro è quindi un capo che, avendo maturato le scelte del Patto associativo, si mette a disposizione per un servizio temporaneo di sostegno all’azione educativa dei capi educatori

    Ci sono i ragazzi, i capi e i quadri.
    A volte i quadri tornano ad essere capi, e i capi tornano ad essere ragazzi. Talvolta i quadri, facendo una doppia capriola, tornano ragazzi.

    Vi racconterò di me, mi è stato chiesto e io ho accettato perché raccontarsi fa sempre piacere, e non capita spesso che ti venga chiesto. Raccontiamo spesso la nostra storia a noi stessi, ripercorrendola, ri-godendo dei successi, tormentandoci degli errori commessi, riposizionandoci in certi momenti della nostra storia e immaginando di scegliere strade diverse da quelle prese, cercando risposte di ieri a domande di oggi. Ma raccontarsi ad altri è un’altra cosa, è un’avventura e comporta dei rischi, bisogna metterci attenzione.

    Partiamo da adesso.

    Ho cinquanta anni, e davvero non so come faccio ad averli.
    Ogni giorno porto un bambino e una ragazzina a scuola, poi lavoro, alla sera li prendo dai nonni, mi siedo a tavola con loro e mia moglie, rido, parlo, li riprendo, ascolto il racconto della loro giornata, quello che a loro va di raccontare, guardo serie tv, leggo libri e mi addormento. Prima di addormentarmi a volte prego, e torno ragazzo. A volte mi preoccupo del futuro, e torno adulto. A volte mi chiedo se esisto davvero, e penso a Matrix.

    Pensavo fosse semplice crescere dei figli, mi sbagliavo di grosso. Il problema più evidente è che finita qualsiasi attività nessuno viene a prenderli, ma restano con te. E questo significa che non c’è qualcun altro a cui scaricare responsabilità e che loro, i figli, ti guardano anche quando ti guardi allo specchio, quando litighi con la loro mamma, e quando è lampante che non ne puoi più e ti auguri di essere in un Truman Show. Non è vero, il problema più evidente è che pensavo di essere migliore di come sono.
    Errore di valutazione causato da condizioni particolarmente favorevoli al momento del test.

    Ma io devo parlarvi del servizio. E’ passato un po’ da quando chiedevo ai partenti di prendersi la responsabilità di un servizio, e di coltivare questa dimensione di vita.
    A cosa pensavo quando chiedevo questo? Non pensavo la stessa cosa che penso adesso, questo è sicuro. Glissiamo, al momento, e diciamo allora che l’ultimo servizio che ho svolto è quello politico, ma proprio politico, all’interno di un partito. Calcisticamente parlando abbiamo perso le elezioni 3 a 1, ma non ritengo di aver perso tempo. E’ un mondo diverso da quello scout, anche se alcune parole chiave comuni possono confondere. “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”, diceva Churchill. La politica scandalizza perché riflette nell’intimo quello che siamo, e quello che siamo talvolta scandalizza.

    Ma torniamo ancora più indietro, e soprattutto torniamo in Agesci.

    Ho svolto il servizio di responsabile della comunicazione regionale, la rivista regionale e sito web, per capirci. Con la scusa di essere un informatico sono riuscito a fare quello che più mi sarebbe piaciuto fare nella vita, occuparmi di comunicazione, scritta, visiva, audio, musicale… L’ho fatto assieme ad amici con cui ho condiviso il servizio in regione. Quanto bello è fare servizio tra amici. E quanto bello è se trovi tra questi dei sognatori, qualcuno che guarda quello che ancora non c’è e chissà se ci sarà.

    Prima e durante, siamo tra il 2002 e il 2005, ho svolto il servizio di Consigliere Generale. L’ho preso come un onore, un segno di stima da parte dei capi della zona che mi hanno proposto e dei regionali che mi volevano bene. In Agesci è così, anche.
    A Bracciano si fa la storia, te ne rendi conto quando ci arrivi. Più che altro capisci che non c’è un’altra assemblea Agesci ancora più “su”, e che lì si decide. Talvolta decisioni poco rilevanti per chi sta con i ragazzi, altre invece davvero determinanti. E ti chiedi se hanno fatto bene a darti tanta fiducia. Per fortuna i consiglieri generali sono molti, responsabilità condivisa. A Bracciano si “gioca” anche alla democrazia citata da Churchill, si fa pratica. Poi qualcuno fa anche il salto e lo vedi in tv, ma senza fazzolettone. Giusto, augurabile e rischioso. I consiglieri regionali del V*****, assieme ai responsabili regionali, formano la cosiddetta squadriglia Aquile: ho avuto proprio dei bei squadriglieri, persone interessanti, che hanno lasciato un segno. E quanto mi sono divertito.

    Capita che gli ex responsabili di zona diventino consiglieri generali, si capitalizza l’esperienza. Così è capitato anche a me, perché sono stato in precedenza RZ. Esperienza molto bella, la ricordo come fra le più ricche che lo scautismo mi ha regalato. Per le relazioni, soprattutto. Per il senso di responsabilità che pian piano avverti necessario ed essenziale, e per la richiesta che senti impellente da parte dei capi di uno scautismo sostenibile, in termini di impegno, di senso e soprattutto felice. Servire con il sorriso. Ieri come oggi, credo. La collegialità del comitato è un mantra che mi è entrato dentro in quegli anni. Necessaria quanto complicata. E ricordo anche la preoccupazione, inevitabile quanto inutile, che quanto costruito assieme al comitato non venisse perso da chi ci avrebbe sostituito. C’è del sano in questa preoccupazione, ma c’è anche un filo di presunzione che va riconosciuta come tale. Accade quando crediamo di aver fatto un buon lavoro e ci dimentichiamo che anche questo “buon lavoro” è uno strumento in mano ad altri, un foglio che vola nel vento, e che noi siamo di passaggio anche come capi.

    Ora invece vi racconto di cosa ho fatto davvero con grande soddisfazione e gratificazione personale, quasi in modo disdicevole: il formatore di campi metodologici R/S. Con Mario, Sandra, Piero e Matteo abbiamo veramente goduto nel dare tempo, pensieri e sogni a questi eventi in cui arrivavano dei capi ignari di quanto gli sarebbe successo. Lo ripeto, quanto bello è fare servizio tra amici. Sono stati 4 o 5 anni che hanno segnato la mia esistenza, lo dico con un filo di imbarazzo. Non sappiamo se quelle persone sono diventate dei bravi capi clan o maestri dei novizi, non sappiamo se lo sono stati per molto o poco tempo. Di certo sono stati incontri in cui prima del metodo si cercava di passare il senso dell’essere capi e il privilegio di potersi relazionare in modo così importante con i ragazzi. Ci piace ancora ricordarci come una staff anomala, fuori dagli schemi. In realtà eravamo e siamo amici e appassionati.

    Ma torniamo a casa, a R*******. Prima di RZ sono stato capo gruppo, altro momento importante. Lo sono stato in un momento delicato del gruppo, quando sono usciti del tutto i capi della generazione precedente e mi sono accorto che toccava alla mia prendersi la responsabilità.
    Ma anche quando è iniziato un doloroso percorso di non relazione con il nostro precedente parroco. E’ un capitolo molto triste del nostro gruppo e del nostro paese, durato tanti anni, troppi. Ora però è iniziato qualcosa di nuovo e di molto interessante. “C’era un tempo sognato che bisognava sognare”.

    Dell’esperienza da capo gruppo ricordo i festeggiamenti per il 25° anniversario, il campo di gruppo, la Route Nazionale per Capi del 1997. Si, sono stato anche fortunato.

    Vi dicevo del formatore R/S. Lo sono stato perché io sono stato e sono, credo, un capo R/S, più che un capo. Sono stato capo clan per 7 anni, oltre che incaricato di branca prima nella zona di C*********** e poi di S*****, e mi sono innamorato di questa branca, della strada, dello zaino in spalla, di quel “Servire” perentorio, senza se e senza ma. Della comunità. Tutte le altre comunità che ho conosciuto dopo hanno dovuto confrontarsi con quella del clan, e devo dire che non ne sono uscite bene. Non voglio divulgarmi oltre su questa esperienza, è facile che molti di voi possano farlo meglio di me, come potrebbero farlo chi ha vissuto o sta vivendo l’esperienza di educatore in branco, dove ho trascorso i due anni successivi alla mia Partenza.

    Se dovessi restare al titolo del libro che avete scelto, e chissà perché lo avete scelto, dovrei terminare qui.

    Invece non è finita qui, anche se manca poco, e posso dirvi adesso di avere scelto questa narrazione al contrario per un preciso motivo. Una cintura e un fazzolettone.

    Sono entrato negli scout a R*******, nel 1980, direttamente al terzo anno di reparto.
    Ma il primo fazzolettone l’ho indossato qualche anno prima, e non era rossoblu.
    Abitavo a Z*******, andavo alle elementari. Avevo ricevuto in regalo da uno zio, di S*****, un suo fazzolettone giallo e rosso, non credo scout, magari dell’azione cattolica o giù di lì.


    Avevo ricevuto per la comunione da un altro zio, questa volta scout, il libro “Manuale del Trapper”, e avevo deciso di costruirmi la cintura di sopravvivenza, con dei piccoli cilindretti contenitori per custodire ago e filo e fiammiferi.


    Con il fazzolettone giallo e rosso e con la mia cintura da trapper, mi sono avventurato assieme ad un compagno di scuola per i campi di granoturco, e ho acceso il mio primo fuoco dove ho abbrustolito la mia prima pannocchia. Grazie al fiammifero asciutto contenuto nel cilindretto alla cintura.
    Ecco dove sta il senso del mio scautismo, non è alla fine, ma all’inizio.

    Ora, quel fazzolettone voleva dire appartenenza, quei colori indicavano qualcuno che in essi si riconosceva, e io, pur non sapendo chi fosse questa comunità e neanche sapendo che si poteva chiamarla così, desideravo appartenervi. La mia pannocchia dovevo bruciacchiarla assieme all’amico e a questa comunità ignara del fatto che anch’io quel giorno ne facevo parte.

    Ora, quella cintura con l’elastico di mutanda che teneva le scatoline cilindriche dei rullini fotografici, voleva dire avventura e autonomia. Poteva scatenarsi l’inferno e scendere un diluvio, ma i miei fiammiferi erano al sicuro. Paura e coraggio.

    Tutta la mia esperienza scout, soprattutto da capo, l’ho vissuta con queste due domande che vengono dal cuore: comunità e sfida con se stessi. Posso farcela a vivere, assieme agli altri.

    Non ho altre parole a disposizione.

    Chiedete ai ragazzi, chiediamo ai nostri figli. Ask the boy. Loro hanno la risposta.

    PS: la foto del fazzolettone giallo e rosso l’ho presa in prestito dal profilo FB di un gruppo a cui appartiene un caro amico, Enrico, che non vedo mai. Abbiamo vissuto assieme il CFM e CFA, o meglio il 1° e 2° tempo, entrambi RS, entrambi sulle colline di Conegliano, entrambi in tenda assieme. Un’altra amicizia che ha trovato un posto nel cuore al di là del tempo e dello spazio.

  • Impressioni terminando un mandato associativo

    Riflessione esistenziale sul servizio in zona, con metafora del viaggio in mare.


    Torno a casa con una pianta di peperoncini, e il mio mandato in comitato di zona è terminato.
    Oggi uno che non è del mestiere mi ha chiesto da chi è composto il comitato, se è forse rappresentativo dei diversi gruppi della zona.
    No, gli ho risposto. Cioè, si, ma non proprio.

    E’ composto da gente soprattutto incastrata da altri, o da se stessi. Puntata da qualcuno, desiderata da qualcun altro che poi ne è uscito. Spesso con doppio incarico, di frequente con un po’ di esperienza associativa alle spalle.

    E’ gente che si trova a dover svolgere un servizio assieme ad altri non scelti, di cui all’inizio si sa poco o niente. Nessun campanile in comune, nessuna amicizia d’infanzia o di squadriglia.

    Ai primi comitati si capisce che si è in una barca senza armatore. Nessuno ti aspetta a riva per chiederti come è andata la pesca. Ci sono i responsabili di zona, è vero, ma sono in barca con te. Se non lo sei tu…

    Ti eleggono, è vero. Ma un po’ gli tocca farlo. E comunque non l’hanno fatto preferendo il tuo programma elettorale, perché attuerai quello che il consiglio e l’assemblea approveranno o hanno già approvato. In realtà però quello che verrà approvato sarà il prodotto di un percorso che parte comunque dal comitato, lo sappiamo ma si può dire solo sottovoce.

    La barca prende il largo, a volte non si vede terra per mesi. A volte si scopre che alcuni di quelli imbarcati con te sono persone splendide, e gli vuoi un sacco di bene, e ti chiedi come hai fatto finora a non averli conosciuti e frequentati. A volte non vedi l’ora di tornare a riva per salutarli e non rivederli mai più, ma non capita proprio così spesso.

    Si traversano tempeste, in mare aperto. A volte si ozia, in attesa che si alzi il vento. Spesso si spiegano le vele, poi si ammainano, poi si spiegano di nuovo. Insomma, si suda.

    Si raggiungono posti che non si credeva esistessero, e si fa festa assieme per il risultato, e ci si riconosce bravi. E ci si da una pacca sulla spalla, e ci si abbraccia.

    Poi però, un giorno, si torna a terra.

    Ci si saluta scoprendo e riconoscendo di volerci bene. E con la sacca sulle spalle si torna alla vita di prima, alle amicizie di sempre, ai campanili soliti.

    Siamo strani, tanto strani.

  • Vocazione ad educare

    Se hanno chiesto a me di essere qui oggi a parlare di vocazione ed educazione significa che non si voleva invitare un esperto, perché io non lo sono. Credo di essere stato invitato qui per fare da specchio, per riflettere la vostra immagine, assieme alla mia e a quella di altri capi scout di ieri, oggi e forse domani. Cioè per invitare ad una riflessione su di noi, sul “chi siamo”, sul perché siamo qui vestiti di azzurro.
    Il consiglio di zona, pensando al prossimo progetto, ha invitato a guardarsi dentro, per rifondare le motivazioni del nostro servizio, per leggerle sotto la luce della vocazione. Parola altisonante, evocativa, rischiosa.

    Parto da un esercizio che negli ultimi mesi mi riesce molto bene, purtroppo.

    Quello di astrarsi.

    Si può fare al lavoro, a casa, davanti alla tv, ovunque. Provo per qualche istante a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, distaccati, cerco di togliere la patina del consueto. I miei vestiti, l’automobile, la mia casa. L’erba da tagliare. La musica che ascolto. Le cose che dico, i saluti, i convenevoli. I problemi al lavoro. Quando il distacco si fa consistente percepisco per qualche attimo l’inconsistenza di tutto. Siamo immersi in ornamenti e orpelli che scambiamo per sostanza, che ci aiutano a mantenere un equilibrio, a darci sicurezza, perché l’alternativa è ammettere che siamo niente, e a pensarci si rischia di perdersi.
    Allora ritorno in me, guardo l’orologio, penso a quello che devo fare, preparare, comprare, dire, telefonare. Penso a cosa mangerò per cena, la riunione di questa sera, la partita di domani, il bollo da pagare… e tutto ritorna al suo posto. Esercizio concluso.
    Mi domando: sono più sciocco di quando andavo spedito come un treno senza pormi tante domande e pensavo di essere eterno?
    Mah..
    Il problema è che sgombrato il tavolo, come si dice, rimaniamo soli davanti alla domanda delle domande: cosa ci facciamo noi qui.
    Mi sono chiesto se questa domanda è frutto di un’età più matura, diciamo così. Mi sono anche risposto però che la domanda è sempre vera. L’età più matura rende semplicemente più urgente una risposta.
    E’ una domanda a cui, si dice, oggi non si vuole più tentare di dare una risposta. Si vive e basta, prendendo quello che viene.
    Come zattere alla deriva, senza direzione e destinazione.
    Tutto è relativo. Non dico niente di nuovo.
    Benedetto XVI dice: ““Il relativismo condanna prima o poi ogni persona a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.
    Attenzione, il relativismo è anche tra di noi, dentro di noi. Noi siamo di questo mondo.
    Qualcun’altro ha detto: “Il vivere non è privo di senso per qualche sofferenza, bensì è sofferente perché privo di senso”

    Ecco cosa manca, il senso.

    senso=significato, direzione, dare un nome alle esperienze, azioni, relazioni. Provenienza e appartenenza.
    Noi inglesi vestiti di azzurro siamo per dna pragmatici, quindi ci mettiamo subito alla caccia di ciò che ci serve, quindi troviamo il senso… Si, ma come si trova il senso delle cose?
    Attraverso la cartina di tornasole dei valori, che, badate bene, conosciamo tutti a memoria: onestà, lealtà, coerenza, altruismo, generosità,… ma evidentemente sapere quali sono non è proprio sufficiente, vista la situazione in cui versiamo.
    “Ciò che da vita e vigore a quanto vale è ciò cui esso mira, cioè l’esperienza che se ne può fare, la pertinenza alla vita stessa.”
    Quindi per affermare l’importanza di un valore è necessario farne esperienza, per cogliere quanto serve alla nostra vita.
    Bene. Cercasi esperienze disperatamente. Astenersi maghi, imbonitori e pusher.

    La capacità di fare esperienza deve essere attivata da altri. Il patrimonio ha bisogno di un padre che lo trasmetta.
    Ognuno di noi è capace di fare esperienza, ma l’esperienza va innescata, generata, proposta.
    E chi può proporla se non un educatore?
    Scusate mi sono già perso.
    Siamo partiti dal vuoto esistenziale, siamo passati per la mancanza di senso, quindi per la necessità di appropriarsi di valori, l’esperienza come sigillo del valore, e infine l’educazione come proposta di esperienze.
    Fregati.
    In questi passaggi c’è la nostra vita di capi scout e, per alcuni di voi compreso me, di genitori. Oppure no?
    Non voglio spacciare questi passaggi per veri ad ogni costo, ma pensiamoci.

    Ma se prendiamo per buona questa ipotesi, allora è evidente che l’educazione non è uno sport, né un passatempo. E’ una necessità.
    L’educazione è quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo. L’assenza di educazione, al contrario, dimostrerebbe che la messa al mondo di figli è un atto casuale, un accadimento senza senso.

    E oltre ai genitori, assieme a poche altre agenzie, ci siamo noi capi scout.
    Eccoci a casa, siamo partiti dal vuoto e siamo arrivati alla proposta scout.

    Un’osservatore esterno a questo punto potrebbe dedurre che ciascuno di noi presenti è capo scout per questo motivo, per proporre esperienze che propongano valori per dare senso alle cose e quindi dare pienezza all’esistenza dei ragazzi.
    Voi siete capi scout per questo motivo?

    Quante storie e percorsi diversi dietro ai nostri volti.

    Quante strade ci hanno condotto qui, oggi. C’è chi è capo da qualche mese, chi da decenni. Chi è titubante, chi fa addirittura il formatore di altri, chi è preoccupato della continuità della propria coca, chi invece è preoccupato per la sua vita personale. Chi è colmo di gioia per l’ultima attività andata bene, chi depresso vorrebbe mollare tutto…

    C’è un percorso che però accomuna tutti?
    Sono arrivato alla conclusione che se esiste è di tipo circolare. SI può passare per il via più volte, senza peraltro restare fermi in prigione qualche turno, come a Monopoli.
    Volevo prima di tutto far osservare che anche in questo caso si tratta di STRADA, essere Capi Scout è comunque fare strada. Entrare in Comunità Capi è solo l’inizio di questo percorso, che se si ha la fortuna di poter percorrere per un tempo generoso, ci permetterà di camminare dentro noi stessi e conoscerci meglio, e fuori di noi, facendo esperienza dell’altro e del mondo.
    Il percorso che ho immaginato ha a che vedere con l’essere e con il tempo.

    Sono portato – il tempo della gratificazione

    C’è un tempo bellissimo tutto sudato
    una stagione ribelle
    l’istante in cui scocca l’unica freccia
    che arriva alla volta celeste
    e trafigge le stelle
    (Fossati, “C’è tempo”)

    C’è un tempo in cui ci si sente portati a fare i capi scout. E’ un tempo di grandi energie e spazi temporali esagerati, in cui le cose riescono naturali. Belle attività, risposte entusiaste dei bambini e dei ragazzi. E’ il tempo delle mille riunioni, delle agende che scoppiano, ma non importa. Ci riesco, sono bravo. Provo soddisfazione. Mi sento PORTATO. E’ il tempo dell’emozione, della novità, della commozione. L’uniforme è motivo di orgoglio, la scelta di educatore un’affermazione di sé e della propria volontà.
    Chi non gira allo stesso numero dei miei giri è un debole, incoerente, non è serio. “Ma come, non viene in uscita? Ma come, ha saltato attività anche oggi? Deve studiare? Deve laurearsi? Deve sposarsi? Ha un bimbo piccolo? Tutte scuse.”
    E’ il tempo dei giudizi severi, forti di una posizione personale quasi inattaccabile.
    E’ anche il tempo della sopravalutazione di sé. Si fotografa una nostra condizione temporanea scambiandola per la nostra personalità. Sentirsi PORTATI significa anche sentirsi spinti da un’onda potente che pensiamo inesauribile, ma che prima o poi si spegnerà sulla battigia della spiaggia, è la sua natura, non un dramma. Noi non siamo solo quello che il tempo della gratificazione mette in luce. Ma per fortuna ci pensa la vita a farcelo capire.

    Sono mandato – il tempo della responsabilità

    La lInea d’ombra, Jovanotti , dal minuto 1.57

    C’è un tempo in cui qualcuno bussa alla nostra porta, ci telefona, ci scrive e ci chiede disponibilità. Ci spiega che c’è un incarico da svolgere, un ruolo da ricoprire, ci dice che è importante. “Ho pensato subito a te”, afferma. “Sei la persona più adatta”, ci dice. “Ce la puoi fare”, aggiunge. E noi vacilliamo, perché fino a quel momento abbiamo fatto ciò che sapevamo fare. Ma questo incarico è diverso. Quanto impegno mi chiederà? Saprò far fronte alle difficoltà? E se non ce la facessi? Deluderò le aspettative?
    C’è qualcuno che crede in me, e conta su di me più di quanto io conti su me stesso. Mi da fiducia e me la chiede.
    E’ il tempo del cuore oltre l’ostacolo, del cappello al di là del fosso.
    Tra dubbi, timori e fatiche accettiamo la sfida della responsabilità, ci facciamo carico.
    Teniamo duro, tiriamo la carretta perché non volgiamo si fermi, anche se siamo soli, anche se siamo in pochi, anche se il futuro è buio.
    E’ il tempo del contare le proprie forze, e spenderle con parsimonia e saggezza perché ci aspettano tempi lunghi.
    E’ il tempo in cui abbiamo chi attende il nostro dito puntato verso la direzione da prendere. Nessun’altro lo farà al posto nostro.
    Essere MANDATI ha a che fare con la fiducia, il coraggio, la temperanza.

    Sono chiamato – il tempo della pienezza

    Il Piccolo Principe, la Pecora.

    E’ un tempo privilegiato, in cui il nostro impegno in associazione trova il suo senso compiuto nel rapporto educativo. Ma non sto pensando ad una relazione generica con il branco, il reparto, il noviziato, il clan. Sto pensando ad un rapporto educativo tra me, capo, e un bambino/ragazzo. E’ il momento magico in cui mi accorgo che sono in relazione con un’altra vita in uno dei modi più gratuiti e preziosi che si possano sperimentare nella vita: ti voglio aiutare a crescere, a diventare te stesso, a trovare la tua strada. E non voglio niente in cambio. E’ il tempo in cui un bimbo si presenta davanti a noi e ci chiede di disegnarli una pecora. Ma non la pecora come possono trovarla disegnata nei libri. Vuole il nostro disegno della pecora. Perché ha bisogno di testimonianza, di sapere che si può fare, che si può essere, che è faticoso, ma si può…
    A volte gli facciamo un “copia/incolla” da un’immagine trovata su Google. A volte, spaventati, rimaniamo con la matita in mano e il foglio bianco. A volte disegniamo la scatola, e gli diciamo che la pecora è dentro, al sicuro. E il bimbo, allora, sorride compiaciuto.

    Se la domanda è “cos’è la vocazione”, la mia risposta è “questo momento”, in cui si prende coscienza che dietro le capacità o incapacità personali, dietro l’impegno, la responsabilità, le fatiche… dietro a tutto ciò c’è quel bimbo che ci guarda e ci tende la matita, ci CHIAMA. Se arriviamo a percepire in quel momento, e magari di quei momenti ce ne saranno solo pochi o uno solo, l’infinita grandezza dell’esperienza del crescere e diventare uomini, allora significa che un po’ di vocazione ce l’abbiamo anche noi.

    So che questa non è proprio la definizione di vocazione classica, quella spirituale, quella della chiamata di Dio che ci invita ad essere, a incarnare.

    Se posso scomodare le Scritture, allora lo faccio ricordando Pietro.

    Pietro viene scelto, viene chiamato a far parte degli apostoli di Gesù. Gli viene riconosciuta autorità, tra i 12 sembra essere privilegiato, assieme a Giovanni e Giacomo, nell’assistere ad avvenimenti importanti della predicazione di Gesù. Diciamo che gode del tempo della gratificazione.
    Ma l’onda, si sa, prima o poi si infrange. Dopo la cattura di Gesù, lo rinnega 3 volte, dice di non averlo mai conosciuto. Ne prende le distanze, ha paura per la sua vita. E’ il punto più basso che Pietro raggiunge.

    The Passion, Pietro rinnega Gesù.

    Quando Gesù appare risorto ai 12, le letture riportano il confronto a tu per tu di Gesù con Pietro.
    Immaginate Gesù che guarda Pietro. Immaginate il senso di colpa di Pietro e gli occhi bassi. Invece di chiedergli il perché del suo tradimento gli chiede se lo ama più degli altri. E’ assurdo, l’ha tradito qualche giorno prima…
    “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?” Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo.” Gli disse: ” Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?” Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: “Mi ami?” e gli disse: “Signore tu sai tutto: tu sai che io ti amo”. “Gli rispose Gesù “Pasci le mie pecorelle” (Gv.21,10-19)
    Forse in quella prova Gesù aveva voluto fare toccare con mano a Pietro e quindi a tutti noi, quanto siamo davvero ‘niente’, nonostante la nostra boriosa sufficienza o stupida potenza. Per 3 volte Pietro ha rinnegato Gesù, per tre volte Gesù gli chiede se lo ama. E infine gli da l’incarico più gravoso, quello di erigere la sua chiesa, di essere il “capogruppo” degli apostoli, gli da il primato. Proprio a lui che ha tradito!
    Pietro aveva la vocazione? Non come la intendiamo nella sua accezione romantica: è stato chiamato e amato, anche nella sua debolezza.
    Avevano la vocazione gli altri apostoli? Erano pescatori, poveri e ignoranti, non certo dottori della legge né sacerdoti. Giuda ha venduto Gesù per 3 denari, di Pietro abbiamo detto, gli altri litigavano per un posto alla destra o alla sinistra del Maestro, non capivano le parabole, facevano domande imbarazzanti… Avevano la vocazione?

    Ultima tentazione, dal minuto 1,19

    https://www.youtube.com/watch?v=RV8YPhgw9d4&t=53s


    Deve essere stato proprio lo Spirito Santo a trasformare quelle pecore in leoni il cui coraggio li ha accompagnati a dare la vita, al martirio. E’ lo Spirito Santo che ci aiuta a trasformare le nostre fatiche in rapporti educativi fecondi.

    Io credo che Pietro sia stato salvato dal baratro del senso di colpa da quella domanda ripetuta tre volte: Mi ami? In quel momento Gesù ha donato a Pietro il suo amore ma soprattutto la SPERANZA. Pietro ha capito che oltre alla sua debolezza c’era SPERANZA, che oltre l’immane difficoltà di portare nel mondo la Parola di Dio c’era SPERANZA.
    E’ la speranza che anima l’educazione, che motiva l’educazione.
    Noi sappiamo che dietro alle nefandezze dell’uomo c’è SPERANZA, perché siamo creature di Dio e Dio non ci condanna nemmeno quando lo tradiamo. E ci impegniamo proprio grazie a questo orizzonte.

    “Questa è l’unica reale possibilità che abbiamo
    Di riuscir loro (ai figli) di qualche aiuto nella ricerca
    di una vocazione, avere una vocazione noi stessi,
    conoscerla, amarla e servirla con passione: perché
    l’amore alla vita genera amore alla vita!”

    Natalia Ginzburg

  • La Partenza scout fra sogno e concretezza

    Tutto parte da qui, dalla Partenza scout.

    L’uomo e la donna della partenza. Anche in branco, anche in reparto, anche se non arriveranno mai in clan. La tensione educativa e lì, nella Partenza scout.
    Ma chi è l’uomo e la donna della partenza? E’ una nostra idea? E’ il nostro ideale?
    E’ un eroe? Noi capi rappresentiamo l’uomo e la donna della partenza?

    E’ un po’ che non faccio il capo clan, e ho pensato che per colmare il gap dovevo sentire la base.
    E quindi ho sentito un lupetto perché, come dicevo prima, il cammino verso la Partenza scout inizia dal branco, mica in clan. Sentiamo.

    Ma quali strumenti possono utilizzare questi scout per fare i supereroi senza superpoteri?

    Il sogno, il modello, la scelta

    Tutti abbiamo in mente un modello a cui vorremmo assomigliare, anche quando gli siamo molto distanti. Lo scautismo lo chiama “uomo e donna della partenza”, ma prima ancora di parlare di caratteristiche di questo modello dobbiamo aiutare i ragazzi a cogliere la bellezza e la gratificazione che si riceve nella ricerca di assomigliare a quanto il nostro più intimo ci chiama ad essere. A provare l’esperienza dell’”essere fieri di sé”, per aver compiuto quello che era giusto compiere.

    E’ la felicità, il successo di B.-P. Non siamo nati per soffrire, ma per raggiungere il successo. La Pienezza.

    I contenuti della Partenza scout

    Ragioniamo sui contenuti, e se questi hanno ragionevolmente a che fare con quelli che l’associazione indica si chiamerà Partenza, altrimenti Saluto. Ma sarà comunque un successo, perché sarà una scelta rispettabile.
    E’ la non-scelta che dobbiamo evitare.

    Ora guardiamo cosa dice l’associazione:

    • Valori scout (accoglienza, condivisione, fedeltà, essenzialità, partecipazione)
    • La Parola di Dio
    • Farsi Servi
    • Impegno politico

    Il tutto attraversato dal Progetto (entusiasmo, consapevolezza delle proprie risorse, carattere forte -> caratteristiche personali)

    Il ruolo dei capi

    Giudici? Segretari che avvallano? dobbiamo essere loro d’aiuto ancora una volta, forse per l’ultima volta. Dobbiamo:

    • Cogliere, valorizzare, individuare i passi compiuti dai rover nella competenza e nella responsabilità;
    • Condividere un percorso e un tempo di preparazione alla Partenza;
    • Stimolarli nella riflessione circa i valori della partenza;
    • Proporre delle occasioni di confronto con persone significative, con coetanei prossimi alla partenza;
    • Verificare assieme a loro quanto hanno elaborato e maturato durante questo percorso e le conclusioni a cui sono arrivati.

    Dare o non dare la Partenza: per loro saremo uno specchio dove trovare aiuto verso una comprensione di cosa hanno maturato e di cosa vogliono per la loro vita. Dobbiamo puntare a condividere la conclusione, non a imporla.
    E’ un lavoro che va fatto con loro per tempo e con serenità.

    La Partenza non è “associativa” o “extra-associativa”. La Partenza è Partenza.
    L’ambito dove si colloca il servizio nel quale il partente si impegna non cambia il valore, né i contenuti, né le modalità della Partenza. Entrare in comunità capi sarà una scelta successiva e si cercherà di non renderla “automatica” alla Partenza. La co.ca. non è la quarta branca.

    Ora però volevo lasciarvi qualche suggestione, perché la Partenza scout è sogno e contiene sogni.
    E noi scout viviamo di bei sogni.

    Allora vi propongo questa canzone.

    https://youtu.be/KQqjcIue4tE

    “tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora”

    Teniamone presente quando supponiamo di essere così bravi da immaginare chi farà strada o chi non la farà, chi merita la partenza e chi no. Hanno l’età in cui nulla appartiene a loro veramente, è tutto nuovo e tutto da provare.
    L’età in cui la fedeltà non è ancora particolarmente messa alla prova dalla fatica, dal logorio della quotidianità, dal disincanto dell’esperienza. Questa deve diventare una nostra consapevolezza che deve aiutarci a sgomberare il campo da facili illusioni e delusioni. Diventeranno altro, è molto probabile. Noi dobbiamo aiutarli a guardare dentro di sé per prendere una decisione e decidersi di fare un salto. Cosa accadrà oltre, non lo sappiamo e in fondo non lo sanno nemmeno loro.
    Altrimenti dove sarebbe il bello?

    “una matita intera”

    Sarebbe un bel simbolo per la Partenza, tanto per cambiare e sostituire i consunti sale, lievito, candele, lanterne, bussole, etc, etc. Una bella matita ancora intera. A te il compito di consumarla piano piano, scrivendo la tua storia con la tua calligrafia e su un tuo quaderno.

    “giorno dopo giorno”

    già, altro che il giorno della cerimonia. La Partenza riguarda ciò che accade dopo, e quella scansione regolare delle 24 ore, inesorabilmente fuori del nostro controllo, e di come riempiremo quelle ore, quali relazioni stringeremo, quali pensieri le sosterranno…

    “silenziosamente”

    è una modalità che fa pensare anche al fatto che saremo soli, perché quando si fa silenzio si è soli, oppure si sta facendo fatica. Ed è vero, diventiamo adulti assieme a chi ci sta accanto, ma diventiamo uomini in solitudine, compiendo scelte personali. Vuol dire anche stare lontani dal clamore, dalla vanità, dai riflettori puntati su di sé. Vuol dire puntare a quegli alberi che stanno in piedi e non li senti, contrapposti a quelli che cadono e fanno rumore.

    “costruire”

    Questo è il punto. Costruire. SI parte perché si sceglie di costruire, non perché siamo stati bravi a costruire. Costruire con pazienza, avendo in mente un progetto ma sempre pronti al piano “B”, immaginando una bellissima costruzione là dove ora c’è un campo e pozzanghere.

    “è sapere e potere rinunciare alla perfezione”

    stride? Ammettetelo che vi lascia perplessi. Io la trovo un’affermazione di grande profondità e umanità. Costruire la propria vita, le relazioni, non è un esercizio da ingegneri, è da artigiani. Mani sporche, attrezzi spuntati, sudore che cola. La ricerca della perfezione diventa un’ossessione e soprattutto è fine a sé stessa, non è a servizio degli altri.
    Il possibile, è la perfezione a cui puntare. Ricordiamolo quando giudicheremo severamente i ragazzi. Ricordiamocelo quando giudicheremo severamente noi stessi.

    “ti stringo le mani, rimani qui, cadrà la neve a breve”

    Mi ricorda per alcuni aspetti quando mi è dispiaciuto dare la Partenza a dei ragazzi e ragazze con cui ho camminato veramente volentieri e da cui ho ricevuto molto. La tentazione è di rimandare quel momento. Per altri, invece, mi ricorda la paura di mandarli in mezzo ai lupi, e la tentazione di trattenerli per proteggerli ancora un po’, germogli che potrebbero bruciarsi al gelo della neve. A breve. E chissà se abbiamo ragione.