“Annabel”
Goldfrapp
dall’album “Tales of Us” del 2013
Questa volta Radio Paradise, la web radio oltreoceano, mi ha messo nelle orecchie i Goldfrapp. Così ho scavato un po’.
Video e musica molto suggestiva, cinematografica, almeno i brani dell’album ‘Tales of Us’.
Corde che risuonano, fino dall’inizio.
Per chi vuole approfondire lascio questo video, il tema è molto particolare, per chi sa coglierlo.
“Don Chisciotte”
di Francesco Guccini
dall’album “Stagioni” EMI 2000
L’alba, in autostrada. Camion pesanti in sorpasso che non lasciano correre. Accendo il lettore e parte la traccia 7 del cd che ascoltavo la sera prima, è Guccini e la canzone si intitola “Don Chisciotte”.
Un ritmo incalzante mi risveglia i sensi e mi incuriosisce il dialogo cantato fra il Francesco/DonChisciotte e “Flaco”Biondini/Sancho Panza.
“Proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto di uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto: vammi a prendere la sella…” esorta un don Chisciotte volenteroso e indomito, votato contro l’ingiustizia.
“Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore (…) è un testardo, un idealista, troppi sogni nel cervello, io che sono più realista mi accontento di un castello” sussurra tra sé un Sancho con i piedi per terra.
Non c’è più l’autostrada, l’auto mi ha capito e va da sola. E io penso a quand’ero don Chisciotte, non tantissimo tempo fa, a quando la passione mi riempiva le ore, fino a dilatarle, a quando guardavo i problemi del mondo dritti negli occhi senza abbassare i miei, a quando cinque riunioni la settimana non erano un’idiozia, a quando ero certo di essere veramente utile a qualcuno… . Mamma, sellami il cavallo, c’è bisogno di me. Sì… ho le chiavi e torno presto.
“Salta in piedi Sancho è tardi, non vorrai dormire ancora. Solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri” esclama sempre più convinto don Chisciotte.
“Io sarò un codardo e dormo ma non sono un traditore! Credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane il solo metro che possiedo, com’è vero che ora ho fame!” si giustifica il buon Sancho.
Sancho io lo capisco. Lo capisco adesso, quando a forza di riunioni non vedo mia moglie per giorni e dico “non è giusto!”. Quando vedo che quanto è stato costruito con pazienza e fatica di molti viene sprezzato e spazzato via dall’ignoranza e superficialità di pochi. Quando vedo che è vero che non saremo noi a vedere i frutti, e dubito anche per i nostri figli. Quando vedo che il “noi” di un tempo era spesso un “io” ottimista. Mamma, domenica veniamo a pranzare da voi. Sì, saremo puntuali.
Alla fine, dopo aver duettato ancora un po’ ciascuno secondo il suo punto di vista, entrambi, in coro, cantano: “…e anche se siamo soltanto due romantici rottami sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte, siamo i grandi della Mancha, Sancho Panza e Don Chisciotte!”
Chi dei due avrà compreso l’altro? Chi dei due farà strada e chi accompagnerà?
Per mille saraceni indiavolati! Sto sfrecciando a 100 km/h, e non riesco a capire se quello ad un centinaio di metri è un feroce drago o il casello autostradale… E adesso chi frena? Non occorre, ho il Telepass! Hai capito, don Chisciotte? Io ho il Telepass…
Tempo fa per iniziare una riflessione si prendeva il dizionario e si cercava la definizione di ciò che si voleva approfondire, ora si clicca su google. Allora scrivi legalità e dai invio. Escono dei link, uno di questi parla di Rita Atria, una ragazza che avrà per sempre 17 anni e del giudice Borsellino. La curiosità cresce, approfondisco, clicco, leggo, riclicco..
Mi commuovo, davvero, lacrime agli occhi.
Chi era Rita Atria? Figlia di un boss di Partanna, nel Belice, che viene assassinato dalla malavita. La stessa fine tocca la fratello Nicola, diventato anche lui boss grazie allo spaccio di droga. La cognata diventa collaboratrice di giustizia, il fidanzato di Rita la ripudia, per il tradimento della parente. Rita, sola, decide di denunciare la mafia che ha ucciso suo padre e suo fratello, lo fa con Borsellino, il giudice buono, che diventa per lei come un padre. Viene nascosta a Roma, sotto nuova identità.
Paolo Borsellino
Nell’estate del 92 Borsellino viene ammazzato, Rita non ce la fa ad andare avanti, si uccide dopo qualche mese, a 17 anni. Al suo funerale non parteciperà nessuno, nemmeno sua madre. Cosa ha lasciato Rita? Un diario, dei pensieri.
Rita Atria
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”
Ecco, Rita mi ha aiutato a focalizzare il tema di questa sera, di orientare la riflessione sulla Legalità e Scautismo.
Rimando a dopo il compito di colmare la distanza tra la realtà di Rita e quella dei ragazzi del nostro territorio.
Io credo che a riflessione possa partire dal settimo articolo della Legge,
“Lo scout sa obbedire”.
E’ un articolo scomodo, quando noi capi stessi lo citiamo non possiamo non provare un certo imbarazzo, perché la parola in sé è fuori moda, ci ricorda la realtà militare di Baden Powell, il nostro fondatore, dove la gerarchia e la disciplina obbligano a obbedire ai comandi ricevuti. Noi oggi non accettiamo ordini, al massimo possiamo ascoltare i consigli per gli acquisti, ma non gli ordini. I ragazzi a scuola filmano con il cellulare le bravate contro i prof, alle maestre è vietato mettere in castigo i bimbi… insomma, non è più come una volta. Abbiamo una testa per pensare, per decidere, non occorre obbedire a nessuno. In realtà penso che dietro a quel “sanno obbedire” ci siano significati più profondi.
Dietro l’obbedienza c’è la LIBERTA’ di scelta, e non c’è scelta se in realtà non si sa più obbedire alla scelta fatta. Obbedire quindi alle regole proprie di ciò che si sceglie. Possiamo chiamarla anche coerenza, o meglio ancora FEDELTA’. Ecco allora che il campo è sgombrato dall’equivoco della declinazioni militare della parola “obbedire”, non si tratta di delegare ad altri il decidere di sé, ma di seguire con fedeltà le strade che si intraprendono con scelte libere. Belle parole. Ma cosa significa per i lupetti, per gli esploratori, per i rover…
Significa:
abituarli a pensare e decidere assieme le regole e gli impegni
responsabilizzarli nel rispettare e far rispettare le regole e gli impegni decisi assieme
Basta pensare alla Promessa Scout, dove promettiamo di rispettare la Legge, pensiamo alla dimensione del gioco dei lupetti, dove il rispetto delle regole è importantissimo, pensiamo alla progressione personale, alle tappe, ai consigli della rupe e della Legge, alla carta di clan, alla partenza. Proponiamo da sempre e fino all’ultimo occasioni di partecipazione alle decisioni della comunità, e anche luoghi di verifica del rispetto delle regole.
C’è un altro aspetto da sottolineare nell’articolo della Legge, quel “sa” obbedire. Si poteva scrivere “Lo scout obbedisce”, ma è stato scritto “sa obbedire”. Obbedire diventa una virtù, una capacità. Significa anche che può capitare di scegliere di non obbedire, ma allora lo si deve fare a viso aperto.
“Lo scout è leale”
Se decido di non obbedire, con lealtà lo faccio senza nascondermi, senza furbizia. Quante volte vediamo e subiamo regole sbagliate, leggi che tradiscono i valori in cui crediamo. Forse allora il disobbedire a viso aperto può diventare testimonianza, denuncia, occasione di riflessione e di cambiamento. L’uomo e la donna della partenza portano con sé la sensibilità politica di chi, oltre a servire chi è in bisogno, cercherà di rimuovere le cause che conducono al bisogno, a volte pagando caro questo impegno. Sto pensando a chi si impegna poi in politica, nel sociale, ma anche ai moltissimi giovani che 25/30 anni fa hanno pagato con il carcere l’obiezione di coscienza al servizio militare, poi diventata una normale possibilità per tutti, per concludersi con l’abolizione del servizio di leva. Hanno saputo disobbedire, a viso aperto, con lealtà, ma hanno disobbedito. E lo scautismo ha fatto la sua parte. Analoga storia per l’obiezione fiscale, contro la spesa per gli armamenti. O prima ancora, durante il fascismo, per la libertà di esprimere il proprio pensiero.
L’ultimo articolo, il decimo, recita “Gli scout sono puri di pensieri, parole e azioni”.
E’ l’articolo a cui ho pensato leggendo le parole di Rita dove invita ad un auto-esame di coscienza, per sconfiggere la mafia dentro di noi, prima di combatterla fuori, negli altri. Qui siamo chiamati in primis noi capi, educatori, genitori. Siamo noi che prima degli altri dobbiamo fare una scelta di campo, dobbiamo credere nel rispetto delle regole, rinunciare alle scorciatoie, piantare paletti oltre ai quali decidere di non allontanarsi, costi quel che costi. Coerenza, rettitudine, convinzione nei principi e nei valori della democrazia, della partecipazione, della giustizia, della solidarietà, della legalità. Questo dobbiamo scegliere dentro noi stessi, per noi stessi. Allora le nostre parole, anche se uguali a quelle di prima, diventeranno esortazioni, le nostre azioni diventeranno testimonianze. Altrimenti saranno parole che suoneranno fiacche agli orecchi dei più giovani, prive di solidità e forza. Poco importa se stiamo parlando di una raccomandazione o di un pizzo, di una semplice evasione iva o dell’eco-mafia. Il principio non cambia, è diversa solo la proporzione.
Ma come aiutare i ragazzi, i bambini, a coltivare i pensieri, le parole e le azioni pure? Ci viene nuovamente in aiuto Rita, quando dice vanno aiutati a scoprire “che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei”. Ecco perché insistere per le attività all’aperto, in mezzo alla natura, dove riscoprire le piccole grandi opere del creato, e stupirsi, meravigliarsi, contemplare. Lo zaino, la fatica, il fuoco, un piatto di pasta, la tenda, il sole, la pioggia, gli scarponi, il vento, la neve, il freddo, il caldo, il gioco, il canto, la danza, una corda, i nodi, una costruzione.. bastano di per sé per tornare a dimensioni dimenticate dal “no problem” che ci propina oggi la tv, e per assaporare gioie vere, non artefatte, non costruite su menzogne, su lati oscuri di noi stessi.
La distanza tra il sud e il nord
Siamo un’associazione con forti radici e valori condivisi, malgrado questo in Italia ci sono scautismi diversi. Proporre scoutismo a Palermo, nel quartiere Zen, non è come proporlo a Milano, accanto al Duomo, e non è come proporlo qui dove abitiamo. Quando alle nostre latitudini parliamo di mafia ci riferiamo ad un fenomeno che conosciamo perché ne abbiamo sentito parlare, ma non per esperienza. Quando ne parlano i capi scout del sud, ai campi scuola dove ci conosciamo e incontriamo, avverti che parlano di nomi, di volti, di faccende sotto casa loro. Quando parlano di ragazzi a rischio si riferiscono a figli di mafiosi, di malavitosi, di spacciatori. Quando parlano di cultura della legalità non si riferiscono al viaggio in tram senza biglietto o ai film scaricati da internet, parlano di spaccio, di morti ammazzati.
Sono realtà distanti dalle nostre, ma ho la netta sensazione che se al sud o nelle grandi metropoli il fenomeno sia evidente, da noi invece sia più strisciante, più subdolo. L’impressione è che da noi ci sia più legalità dovuta alla repressione, alla possibilità di essere scoperti, e non tanto alla convinzione nei principi che la reggono. Non appena troviamo scorciatoie ”sicure”, siamo pronti a percorrerle. E ci giustifichiamo, il governo è ladro, le tasse troppo alte, ne paghiamo già troppe, bisogna sapersi arrangiare, niente al confronto di cosa succede al sud, mi faccio giustizia da solo, è frutto del mio lavoro… abusi edilizi, tasse evase, false dichiarazioni fiscali… fin tanto si può, fin tanto non si viene scoperti. Significa che abbiamo bisogno di educazione alla legalità, perché non è passato culturalmente il senso ma la paura della repressione, che probabilmente in altre regioni italiane è meno sentita.
Ecco coperta almeno in parte la distanza tra il Belice di Rita e i ragazzi del nostro territorio. Il senso della legalità, il motivo per cui crederci.
Il sogno e la testimonianza
Concludendo, Rita nei suoi due pensieri citati porta alla luce due vere esigenze dei ragazzi, in particolare degli adolescenti: il sogno e la testimonianza. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di sognare un mondo diverso, dove i principi e i valori vincano le mediocrità e le bassezze a cui siamo tutti portati. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di trovare e avere accanto persone che ci rendano evidente che è possibile un altro modo di pensare, testimoni coerenti, nella semplicità, nella concretezza quotidiana, ma solidi, veri, autentici, affidabili.
Il percorso che ho individuato per parlare del ruolo del capogruppo è composto da tre tappe: La chiamata -> a realizzare un cantiere di fraternità -> coltivando un sogno.
LA CHIAMATA
E’ importante sentire che essere capogruppo è una “chiamata” a cui rispondiamo. E’ un “sì” a volte faticoso, ma importante. C’è un tempo per tutto, un tempo per stare con i ragazzi, per appassionarsi allo scouting, e c’è un tempo per amare la comunità dei capi. A volte la “chiamata” è chiara, sono i capi che la invocano, la esprimono. Altre volte la chiamata si nasconde, fa capolino, diventa senso di responsabilità.
Ecco, c’è un tempo per la responsabilità.
Non che con i ragazzi non serva essere responsabili, ma per essere capogruppo ci vuole un particolare senso della responsabilità. E’ un ruolo spesso solitario e ci vuole maturità e responsabilità.
Qual è il criterio con cui la coca decide chi deve essere il capogruppo?
il più vecchio e saggio
quello che ha meno tempo
il più giovane, tanto dopo lo fa il più vecchio
quello che “tocca sempre a me”
autogestione
Prima di trovare “chi” fa il capogruppo, domandiamoci in coca “cosa” vogliamo che faccia…
A REALIZZARE UN CANTIERE DI FRATERNITA’
cantiere di fraternità
“Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.”
Anna Perale
Non credo più molto al principio secondo cui la coca deve essere solo una comunità di servizio. Le ns. coca sono composte in prevalenza da giovani adulti, spesso molto giovani, che offrono disponibilità e tempo ma dimostrano insicurezze e fragilità. Allora la coca non può essere solo luogo organizzativo e nemmeno solo di formazione. Deve poter diventare cantiere di fraternità. A differenza del clan, qui facciamo sul serio. In coca serviamo ed educhiamo bambini e ragazzi, ma non possiamo dimenticarci di noi. Abbiamo bisogno di fare continua esperienza di relazioni, di comunione, di fraternità per poterla proporre nelle unità con la consapevolezza che la comunità aiuta, sorregge, stimola, forma, cresce, leviga, raccoglie, accoglie, discute. La comunità non è solo metodo, è un valore quando la decliniamo in comunione.
Allora dobbiamo trovare spazi e tempi per riuscire a cogliere il piacere di essere comunità.
E il capogruppo, cosa deve fare?
ricordarsi sempre che di fronte ha delle persone, non bambini e ragazzi, ma comunque persone, con una storia, percorsi diversi, ambizioni, attese, fragilità, timori, doti e quant’altro;
ricordarsi sempre che le “cose da fare” non sono mai, mai, più importanti delle persone;
ascoltare, ascoltare, ascoltare
dare spazio perché ci sia qualcosa e qualcuno da ascoltare (mentre parliamo non ascoltiamo)
voler bene ai capi, a tutti, perché così è anche quando ci relazioniamo in unità. Se “vogliamo bene”, i frutti ci saranno.
iniziamo le riunioni col sorriso in bocca e non con le notizie tecniche
ricordiamoci che chi viene in coca ha già preoccupazioni per la propria vita, la morosa, la famiglia, lo studio, il lavoro e anche per la propria unità… non creiamo anche preoccupazioni per la coca, la coca deve aiutare a risolvere i problemi e le tensioni, non a crearne di nuove.
COLTIVANDO UN SOGNO
sogni
Il cantiere di fraternità ha senso se coltiva un sogno. E non è così semplice coltivarlo.
E’ più semplice lasciarsi trascinare dalla corrente delle cose da fare, la giornata con i genitori, i passaggi, il campo di gruppo, la giornata delle associazioni, la presentazione del progetto educativo, gli incontri in parrocchia, la processione del venerdì santo, … tutte cose anche giuste, ma che devono respirare un sogno per poter essere sostenute dalle fragili braccia di capi superimpegnati…
Coltivare un sogno in coca significa:
chiedere ai capi di parlare con il cuore
chiedere ai capi di pregare con essenzialità e verità
chiedere ai capi di domandarsi sempre il senso di ciò che fanno
chiedere ai capi di rimotivare il loro servizio ogni volta che ne avvertono la pesantezza
chiedere ai capi di credere in ciò che fanno oltre a ciò che fanno
chiedere ai capi di credere che assieme si può…
E quindi?
Curare i momenti di preghiera dando senso e profondità personali
Chiedere sempre un contributo e confronto ai capi, secondo la loro sensibilità
Ringraziare i capi per il loro servizio, e dare spazio perché ciò che fanno in unità sia conosciuto e condiviso in coca
Domandarsi sempre il perché e il senso delle tradizioni di gruppo, delle proposte che avanziamo, delle attività di autofinanziamento, dei criteri per definire gli staff, etc.
Curiamo i ritorni dai campi di formazione, cercando di capitalizzare in coca l’entusiasmo e le competenze acquisite
Curiamo i tirocini, non lasciamo “fagocitare” i giovani capi dall’attività senza che trovino tempo per domandarsi il motivo per cui sono in Agesci e per cui educano