La luce dello spogliatoio del circolo di tennis è accesa, ma dentro non c’è nessuno. Tutto è in ordine, le panche allineate al muro, gli attaccapanni liberi. Il mio compagno di gioco deve ancora arrivare ed evidentemente nessun altro deve giocare a quest’ora.
Appoggio la borsa, inizio a spogliarmi, indosso pantaloncini e maglietta. Mi siedo sulla panca e metto le scarpe bianche. Sto calzando la prima, la destra. Mi fermo. Penso che è il primo momento dal risveglio che mi trovo da solo, tolte delle distratte e veloci pause al bagno. Penso che sto facendo una cosa che nessuno sta vedendo. Ho una scarpa in mano, ne sento la consistenza, sento come il mio piede ci stia scivolando dentro. Avverto che sono poche le cose che faccio in solitudine, e pochi i momenti durante la mia giornata in cui sono solo, e ne sento in questo momento una forte esigenza. Forse perché, senza pubblico, rimango io e ciò che serve fare, e tutto si fa più vero, più necessario, non funzionale all’essere mostrato, esibito, rappresentato, utilizzato, dimostrato, strumentalizzato.
Come puoi leggere, amico, non ce l’ho fatta a consacrarlo per sempre un momento privato. E così, io e la mia scarpa, ora siamo qui esposti agli occhi del mondo nella stanza più buia che ci sia, quella di una pagina web tra milioni di altre pagine. La luce dello spogliatoio quando sono uscito è rimasta accesa. Che solitudine deliziosa quella luce accesa e nessuno dentro.
Un giorno di maggio, nel bosco dopo la pioggia.
Osservo ciò che si muove, che oscillazioni leggere.
Gioco un po’ con i colori, con le contrapposizioni, gli specchi.
Mi accompagnano i Radiohead, con “Glass Eyes”.
Mi rendo conto che il quotidiano sta riprendendosi lo spazio consueto, e che il ricordo vivo dell’esperienza dei giorni scorsi sfumerà presto. Meglio allora scrivere qualcosa, prima che sia tardi. Vado a pensieri-flash, come mi stanno apparendo in queste ore.
Il modo in cui finiscono le cose può fare la differenza (non è mia) l’assenza o la distanza del papà è un evento della vita che va ascoltato, rispettato e curato aver fatto parte del trascorso di una persona, anche se indirettamente, può aprire ad un sorriso e rasserenare non giudicare, non giudicare, non giudicare i pregiudizi, anche sui gruppi di provenienza, sono fatti per essere sfatati, per fortuna! Africa dei Toto è più cantata e genera più entusiasmo anche di J-ax ai ventunenni piace ballare le danze popolari, stringendosi per mano e cingendosi i fianchi Dio non è assente, è solo che come abbiamo imparato a parlargli non va più bene più ci si presenta mettendo i puntini sulle i, più è facile che quei puntini e tutto il resto crolli molto presto la durezza e la fragilità sono parenti si può “servire” facendo da mangiare a 45 persone per poi tornare a casa senza fare in tempo ad essere per bene ringraziati il nostro vissuto di capi è una fonte importante del nostro essere formatori, perché facendo abbiamo imparato fare bene le cose viene percepito, magari non da tutti, ma fa differenza guardarsi negli occhi, posarli sul volto, rivolgere lo sguardo a volte è solo questione di tempo, di attendere; a volte bisogna aspettare 25 anni Morricone fa miracoli stare al proprio posto, dopo averlo individuato, e rimanerci con disciplina, è una grande cosa essere comprensivi e benevoli non sempre ripaga, ma fa stare tanto bene, tutti l’associazione ha la memoria storica di un coniglio da compagnia la poca copertura di Wind sul Tomba è una manna del cielo essere amiconi dei ragazzi è una normale e frequentissima deviazione della relazione di educatori prima o poi la questione della differenza tra servizio e politica dovrà essere affrontata da Alberto Angela e così verrà risolta confido nella clemenza di Giuda e di Gesù per quanto ho romanzato della loro storia confido nella clemenza dello (maschile) staff per le mie mancanze e dimenticanze ringrazio davvero tutti perché ho visto collaborazione, passione, desiderio di fare cose buone e belle l’ho già scritto di non giudicare?
Ho rimandato per lungo tempo questo momento. Ho cullato il pensiero, il filo da seguire, il senso da esprimere, il modo con cui farlo. L’ho cullato perché aveva necessità di essere curato, volevo averne cura. Alla fine, questa sera, dopo aver riascoltato il brano con cui avevo già pensato di accompagnare la lettura di questo pensiero, ho deciso che era ora di dare il nome vero a questa riluttanza, e cioè desiderio di fuggire dal senso di smarrimento che mi provoca pensare a Marina.
Mi ero ripromesso di rievocare gli episodi che nella mia memoria hanno definito la nostra amicizia, ma non ce la faccio, sono troppo personali e alcuni lontani nel tempo, e nel momento in cui provo a scriverli mi disturba la poca cosa a cui la mia scrittura li riduce. Allora li tengo per me, li tengo per un futuro in cui potremo rievocarli assieme. Ci sarà un futuro? Uno di questi momenti però è speciale, e ha avuto una forza dentro e una gioia fuori che mi convince a parlarne, a scriverne.
Ha a che fare con il nostro servizio scout di responsabili di zona, condiviso per due anni. La sua cornice è l’evento per capi di interbranca di una sera di fine inverno. Ha a che fare con noi due seduti su un gradino e di fronte a noi i capi. Ha a che vedere con le parole di conclusione di quell’evento, con un microfono che ci passiamo di mano e attraverso il quale cerchiamo parole per fare sintesi del senso dell’incontro, di ringraziare chi ha partecipato, di salutare e di augurare buon ritorno alle proprie case. Sta nella sensazione, rara, di aver lavorato bene, di aver preparato un buon incontro, di aver condiviso l’obiettivo e il modo ma soprattutto di provare in quel momento la stessa empatia per chi avevamo di fronte, lo stesso “bene” verso di loro, verso di noi. Senza che nessuno ce lo dicesse, sapevamo che eravamo due capi, una donna e un uomo, che avevano fatto quanto serviva con gioia, stima e amicizia reciproca. Il sorriso di Marina, il suo sorriso di quella sera, a labbra chiuse e occhi luminosi. “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”, scriveva Pavese, e così è stato. Quell’attimo è dentro di me, è parte di me. Ci sarà un futuro per raccontarcelo ancora e dirci alla fine “quanto tempo è passato” ?
Chi ci lascia alla fine non ci lascia veramente. Se ne vanno per un po’, ci sembra. Passiamo davanti casa loro e pensiamo che prima o poi ci torneranno in quelle benedette stanze. Ci vengono in mente, ci guardano, ci dicono le cose che sappiamo, ci sorridono. Ma questo futuro in cui incontrarci ancora, esiste?
Ciao Marina, a questo futuro. Lo sai che ti voglio bene.
Mentre guardo e ascolto la ministra per le pari opportunità Prestigiacomo, che sottolinea come il mondo dell’economia e della politica sia ancora oggi in mano sostanziale ai maschi, mi interrogo su quanto l’Agesci riesca ogni volta a sorprendermi per l’unicità, l’originalità della sua struttura, ma prima ancora dei suoi principi. Trent’anni fa, nel 1974, quando il “femminismo” non era ancora un ricordo come può esserlo adesso, la maggioranza dei capi appartenenti all’Asci e Agi scelsero di fondere le due associazioni e puntare energie, risorse e speranze, credo io, sulla coeducazione. E decisero che se si voleva accogliere ragazzi e ragazze nella stessa unità allora bisognava che i capi responsabili fossero due, un uomo ed una donna. Nel tempo credo che sia diventata invece convinzione implicita che i capi unità debbano essere sempre e comunque due. E’ utile ricordarci invece che il nostro regolamento ci da fiducia e dice che, se si tratta di unità monosessuata, possiamo tranquillamente cavarcela da soli, assieme agli aiuti capi. Ma su questo torneremo a riflettere.
Diciamo, comunque, che dal 1974 la diarchia è diventata un dogma. Sì, perché il concetto della co-presenza dei due sessi è stata estesa a tutti i livelli, dalle direzioni di unità agli incarichi di quadro. Quasi tutti: stiamo decidendo infatti se vale la pena prevedere la diarchia anche per l’incarico all’organizzazione e per l’EPC, e dico “pena” perché questa scelta porta con sé una grande fatica, quella della doppia ricerca di disponibilità per ogni incarico, e sappiamo tutti cosa significa.
Non ci domandiamo più nemmeno perché vogliamo la diarchia, tanto questa caratteristica è diventata “abito mentale” della nostra associazione. Se non riusciamo a garantirla c’è chi addirittura trova un prestanome da inserire nei censimenti, piuttosto di ammettere la sconfitta.
Ma oggi che senso ha la diarchia?
Io credo sia ancora legata alla necessità di rispondere ai bisogni educativi di due sensibilità diverse, di due forme di umanità parallele, che si completano nella loro identificazione, ma probabilmente sempre meno rispetto a quando il Consiglio Generale diede vita all’Agesci. Credo che oltre al significato funzionale alla coeducazione di maschi e femmine, la diarchia oggi rappresenti anche una condizione irrinunciabile di complementarietà adulta nel servire e nell’operare. Unità mista o meno, io uomo ho bisogno di avere un confronto e una corresponsabilità con una donna, non soltanto perché devo educare anche delle ragazze, ma perché ho bisogno anche della sensibilità femminile per cercare di capire il mondo dei bambini, degli adolescenti, dei giovani, oltre il loro sesso, e cogliere e decifrare tutti i bisogni educativi, perché io maschio ho solo una delle due chiavi di lettura che Dio ci ha regalato. Ancora di più: ho bisogno di una donna a fianco perché la corresponsabilità e la correzione fraterna può acquistare valore e spessore. Sto pensando, per esempio, alle facili semplificazioni e assoluzioni tipiche tra maschi che privilegiano l’efficientismo e l’attivismo a scapito di una capacità di cogliere le sfumature dei rapporti e dei comportamenti più tipica, invece, dell’universo femminile.
Quindi, anche rimanendo attendi a non generalizzare e stereotipare oltre modo le caratteristiche dei due sessi, esistono evidenti motivi per ritenere la diarchia ancora una scelta coraggiosa e premiante, non ultimo quello che investe più l’aspetto politico di quello educativo. Siamo un’associazione lentissima nelle decisioni, credo sia sotto gli occhi di tutti. E questo anche perché non esiste un livello politico della struttura associativa che sia coperto da una sola persona che delibera grazie al suo mandato. Sono sempre due, maschio e femmina, e ogni scelta, riflessione e decisione va colta, considerata e concordata assieme. Chiaro, questo ci costa qualcosa, soprattutto in tempo di reazione e disponibilità delle persone, ma in questo caso credo nell’investimento. In questo modo vengono sicuramente stemperati i singoli protagonismi, le decisioni figlie dell’emotività e dell’orgoglio, o in genere di possibili fragilità personali.
Otterremmo lo stesso risultato se la nostra diarchia fosse monosessuale?
Non credo. Il senso del doppio ruolo di responsabilità cadrebbe, le fatiche inevitabilmente aggiunte ne determinerebbero la fine, non troveremmo più lo stesso significato rivolgendosi a due maschi o due femmine per ottenere una risposta, un confronto, un conforto. Il valore aggiunto della nostra diarchia, anche politica, è la complementarietà, l’opportunità che ci diamo ogni volta di rappresentare l’umanità nelle sue due forme che il nostro Creatore ha immaginato. E di conseguenza significa dare importanza e rilievo alla necessità, questa volta educativa, di aiutare i ragazzi a scoprirsi e identificarsi come maschi e femmine, di prendere coscienza e valorizzare questa diversità, che nello stile scout è sempre sinonimo di ricchezza e mai di criticità. Quanto più questa convinzione, e aggiungo anche competenza pedagogica, sarà patrimonio associativo tanto più riusciremo a cogliere i risvolti educativi di sfide sociali molto attuali, come quella dell’omosessualità e di culture e religioni che hanno visioni dell’uomo e della donna molto diverse dalle nostre.
Ecco che torniamo allora alla questione iniziale delle staff.
Che senso diamo alla tentazione di affidare la direzione di un’unità a due maschi o due femmine? Non dite che non accade mai, lo sappiamo che a volte capita. A quale necessità stiamo rispondendo? Credo siano situazioni che dimostrano il nostro timore di non farcela a sostenere le attività, gli impegni, le riunioni, quindi sono risposte ai bisogni dei capi. A confronto, invece, quante volte domandiamo con la stessa determinazione quali siano i bisogni dei ragazzi, primo fra questi quello di avere due riferimenti educativi di sesso diverso, pur correndo qualche rischio o fatica in più ?
Sto pensando alla fortuna che ho avuto quando ho potuto condividere la mia passione per lo scautismo in staff con donne significative, che hanno lasciato profonde tracce nel mio percorso associativo. Sono esperienze di relazione uniche e originali, diverse da quelle che, volendo cercare analogie, il mondo della scuola e del lavoro propongono. Valgono un anno di sacrifici, anche quando i risultati nei ragazzi stentano a farsi evidenti. E sono una ricchezza della nostra cultura associativa, e di quella scelta fatta trent’anni fa.
L’Agesci, però, non sempre sa difendere le sue ricchezze. L’Agesci chiede molto, soprattutto a chi è disposto a dare, e quando non si può più dare come prima spesso si esce. Capita così a chi mette su famiglia, ed ecco sparire letteralmente la fascia dei capi dai 30/35 in su, e magari ci si rivede quando i figli sono grandi. Ma le donne sono le più penalizzate. Il servizio in Agesci, strano a dirsi, non è molto compatibile con la maternità, e, anche se le eccezioni ci sono, la grande realtà è quella dell’uscita dal servizio. Mi verrebbe da perorare la causa di chi è costretto ad uscire, chiedendo all’associazione di diventare un po’ diversa, più vivibile (il termine è di moda), di assumersi l’impegno di garantire ai capi anche dei servizi minimi in termini di tempo, ma preziosi perché di spessore. Ma vedo la forbice allargarsi sempre di più, e sento sempre più deboli le voci di chi si allontana suo malgrado, e mi chiedo se vale ancora la pena di citarlo come un problema.
L’alternativa, però, è un’associazione composta di soli studenti universitari, di single, o di coppie senza figli. Ma sono convinto che non era questa l’associazione che immaginavamo nel 1974. Allora, come sa dirci B.-P., guardiamo avanti e avanti ancora, dovrà pur esserci una soluzione. Nel frattempo ringrazio la mia coca che quest’anno si è data e mi ha dato degli spunti interessanti per scrivere queste righe.
Non che ci sia rimasto male, per carità. Nemmeno me lo aspettavo. Ma mi ha spesso incuriosito il fatto che i genitori, le mamme soprattutto, si prodighino a fine anno scolastico a racimolare le quote per un “pensiero” per le maestre di scuola, di danza, di karate, di basket… un ringraziamento per l’impegno svolto nell’educazione dei figli, scolastica o sportiva che sia, a chi tra l’altro è profumatamente (o quasi) pagato per farlo. Ai capi scout nulla. E sono i pochi a spendere fiumi di tempo per i ragazzi assolutamente gratis, anzi spesso rimettendoci i soldi del censimento, della cancelleria, della benzina e del telefono. Nemmeno un mazzetto di fiori, un vasetto per il mazzetto di fiori, una cornice per fotografie in silver plate, un portachiavi, niente di niente. Perché?
Cari capi scout, secondo me è una questione di marketing. Non ci vendiamo bene, anzi non ci vendiamo proprio. L’immagine che proiettiamo di noi stessi non induce il genitore medio a pensare che stiamo facendo qualcosa di importante per il figlio, anzi, lo convince a volte che è lui, il genitore, a fare un favore a noi scout lasciandoci il figlio per qualche ora. In qualche modo noi facciamo passare l’idea che ci piace moltissimo fare i capi scout, ci gratifica, ci diverte. Ma per farlo abbiamo bisogno dei ragazzi, e loro a volte ce li concedono. Così possiamo metterci le braghe corte, camminare con 20 kg sulle spalle, dormire in terra all’umido e mangiare su gavette d’alluminio la pasta scotta. C’è bisogno forse di premiare una persona che si è già divertita un sacco?
Se volete lasciare i genitori convinti di tutto ciò, allora girate pagina e leggete qualcos’altro. Altrimenti inizia per voi il primo corso per “Capi che vogliono il regalo a fine anno”. Il corso funziona così: ci si immedesima nei ruoli tipici del rapporto capi-genitori e ci si sforza di immaginare cosa sarebbe più opportuno fare, così, a ruota libera. Cominciamo?
SE FOSSI UN CAPO IN UNITA’
Ragazzi, qui non si scherza. Se fossi un capo unità la prima cosa che farei ad inizio anno, dopo le pulizie della sede, è una riunione con i genitori. “Buona sera, grazie per essere venuti. Io sono Matteo, il capo reparto, è questa è Sandra, la capo reparto. Volevamo conoscervi di persona e comunicarci le reciproche attese per quest’anno che sta per iniziare…” Sì, perché il primo problema non è spiegare ai genitori cos’è lo scoutismo, ma capire perché hanno iscritto i figli allo scoutismo. Dobbiamo partire da un terreno comune, non iniziare a distinguerci: noi scout, voi genitori. Se iniziamo col spiegare chi siamo, chi è Baden Powell, e cosa facciamo in braghe corte, allora capiranno subito che la cosa ci piace… Quando avranno capito che siamo esseri umani come loro e che il nostro interesse è quello di aiutarli ad educare i figli, allora potremo spiegare che cercheremo di farlo con un metodo, e che l’ha inventato un signore inglese molti anni fa. Poi mi segnerei tutti i nomi dei genitori, perché è importante chiamare ciascuno con il proprio nome, come facciamo con i ragazzi. E diamo loro il nostro indirizzo e telefono: lo sappiamo che a volte ci chiameranno nel mezzo della partita di calcetto o del film per sapere se in uscita ci sarà l’acqua calda o meno, ma ne vale la pena. E facciamo in modo che l’incontro non sia un monologo di un capo, ma che ci sia spazio per tutti i capi della staff, che si capisca che il nostro è un gioco di squadra, anche se per far questo è necessario preparare prima gli interventi e dividerli fra i capi. Sapete cosa indispettisce un genitore? Avvertire che dei ragazzini poco più che ventenni si permettano di pontificare sulle teorie dell’educazione, magari alludendo a presunte inadeguatezze dei genitori. Questo per dire che noi siamo capi scout, e non sempre genitori; sappiamo quali sono le nostre fatiche ma non immaginiamo spesso quelle delle madri e dei padri dei nostri ragazzi, quindi ci vuole umiltà e senso della misura. Alcuni genitori potranno mettere a dura prova la nostra pazienza, dubitando delle nostre capacità: la risposta più corretta sarà la calma e la posatezza, avranno modo di ricredersi quando ci vedranno all’opera. D’altronde, noi al posto loro non vorremmo essere sicuri di affidare il bene più prezioso che possediamo a delle persone con la testa sulle spalle? E quando ci capiterà di entrare nelle loro case non risparmiamo sui minuti, lasciamoci offrire un caffè e chiacchieriamo di cose serie e meno serie, c’è bisogno di tempo per conoscersi e darsi fiducia reciproca.
SE FOSSI UN CAPOGRUPPO
Farei il “prezzemolo” senza preoccuparmi dei rischi della sovraesposizione. Mi spiego. Il capogruppo ha un ruolo in comunità capi, ma ne ha anche uno esterno alla struttura associativa, cioè di riferimento per il consiglio pastorale, per gli altri gruppi/associazioni parrocchiali o meno, per il comune, e non per ultimo nei confronti dei genitori dei ragazzi. Ricordiamoci che è il primo garante del progetto educativo e della qualità del servizio della coca. Sì, anche gli altri capi lo sono, ma, per il ruolo che riveste, il capogruppo è un riferimento particolare, e quindi deve prendersi le proprie responsabilità informandosi, partecipando, introducendo, sintetizzando, provocando tutto ciò che riguarda la trasversalità del servizio rispetto le branche. In poche parole: non sarebbe male se fosse presente alle riunioni di branca con i genitori, magari con una presenza di basso profilo, ma presente; non sarebbe male se fosse riconosciuto dai genitori e potessero contattarlo con facilità per quei problemi dei quali risulterebbe imbarazzante parlarne direttamente con i capi unità, perché magari il problema riguarda loro; non sarebbe male se i capi tenessero bene in mente che alcune situazioni e problematiche sono di competenza del capogruppo, e a lui devono riferirsi, non perché sia il migliore ma perché il ruolo che la coca gli ha dato gli permette di avere un punto di vista più generale della situazione; non sarebbe male se il capogruppo si preoccupasse di promuovere alcune “politiche” generali della coca nei confronti dei genitori, come l’aiuto per le famiglie in situazioni economiche difficili, o le attenzioni necessarie verso i figli di coppie separate e divorziate, e qui potremmo veramente aprire un capitolo. Se fossi un capogruppo valorizzerei le esperienze di genitori dei capi più maturi, perché aiutino la coca a cogliere le difficoltà di chi cresce i ragazzi per una vita e non per qualche anno la domenica mattina.
SE FOSSI UN ASSISTENTE ECCLESIASTICO
Starei sempre con le orecchie tese, pronto a cogliere le difficoltà dei capi in unità e del capogruppo nei confronti dei genitori, perché sarei cosciente di quanta importanza il mio ruolo di prete potrebbe avere nelle situazioni di incomprensione e disaccordo, di mancanza di fiducia, di posizioni rigide. Le famiglie e la coca avrebbero fiducia nel mio intervento e arriverebbero al punto d’incontro e alla mediazione. Certo starei attento a non sovrappormi al capogruppo, perché i due ruoli sono diversi e vanno rispettati, e proprio per questo lavorerei al suo fianco, per sostenerne spiritualmente lo sforzo e ricordare sempre a lui e alla coca il motivo per cui fatichiamo ogni giorno in una “missione” che a volte appare impossibile. Sarei cosciente dell’importanza di un gruppo di giovani e adulti come la coca che si impegna con tanta perseveranza e generosità nell’educazione dei piccoli, spesso di famiglie lontane dalla chiesa e proprio per questo non mi preoccuperei di “darmi”, malgrado siano tante le cose da fare in parrocchia, perché non è una questione “scout”, qui si parla di avvicinare le famiglie alla Parola e alla comunità, e la cosa mi riguarda molto da vicino. Se fossi un assistente ecclesiastico lo farei io un pensierino a fine anno ai capi, se non ci pensano i genitori !
Ecco, il corso è terminato. Potete passare in segreteria a ritirare il certificato di partecipazione. Volete la verità? A parte l’AE, quando ho rivestito gli altri ruoli di cui ho parlato non ho fatto tutte le cose che ho scritto, e penso che nemmeno avevate il dubbio. Però se riuscissimo a mettere in pratica almeno 3 delle decine di cose scontate che ho scritto e che si dicono e ridicono, penso che alla fine dell’anno potremmo regalarci una cornice per una bellissima fotografia dei nostri ragazzi al campo. Perché alla fine comunque i genitori capiranno che fare scoutismo ci piace: le bugie hanno sempre le gambe corte.
Prima di iniziare a scrivere sento la necessità di liberarmi la coscienza.
Credo fosse il 1981, e in uscita di squadriglia, di cui tra l’altro ero capo, noi tre più anziani e i piccoli a seguire ci siamo fumati un quaderno Pigna a quadretti arrotolando i fogli sulle “barbe” delle pannocchie raccolte nel campo vicino a quello dove avevamo piantato la tenda. Il capo reparto dov’era? E’ venuto a farci visita la sera e il mattino seguente. Noi l’esperimento l’abbiamo fatto quando se ne è andato, ovviamente. Ecco, adesso mi sento meglio e posso iniziare a scrivere circa la trasgressione in uniforme, sì perché chi meglio di un boy scout, buono e rispettoso della legge per contratto, può trasgredire meglio?
Vorrei invitarvi a fare un tuffo nel passato, a ricordare la vostra esperienza di lupetti, di esploratori e poi di rover. Tirate la riga della somma e domandatevi: siete stati sufficientemente trasgressivi ? Di quante “ragazzate” portate a termine potete vantarvi con i vostri amici? So che la folla di lettori a questo punto si dividerà in 3 sottofolle: chi ne ha fatte tante, chi ne ha viste fare tante e chi, candido, si proclamerà innocente.
Vorrei rivolgermi a questi ultimi e dedicare qualche riga per scavare nel loro passato e tentare di far emergere i peccatucci rimossi dalla coscienza. Ecco allora il meglio dal catalogo delle trasgressioni in uniforme.
Occultamento di dolci e cibarie.
Di solito accade durante i primi giorni delle VdB ma, meglio ancora, appena i genitori abbandonano il campo del reparto dopo la giornata a loro dedicata. Preoccupati per l’integrità fisica e la salute dei figli, è pratica consolidata quella di lasciare in loro gestione quantità spropositate di caramelle, gomme da masticare e cioccolatine. AI miei tempi andava di moda lasciare anche polli interi, interrati di tutta fretta nella loro pentola e riesumati in tempi non sospetti. Solitamente i capi reparto in queste occasioni rispolverano Marx e, compiuta la retata, ridistribuiscono a tutti in parti eque il maltolto, con grande disappunto dei confiscati.
Uscita di squadriglia con visita al bar del paese.
“E mi raccomando, avete una missione di squadriglia da compiere, non lasciatevi distogliere da stupidaggini”. Prima tappa, il gelato. Seconda tappa, la Coca-Cola. Non servirebbe dire altro se non fosse per il mistero dei soldi che normalmente riescono a nascondere benissimo e per un requisito dell’operazione: l’assoluta complicità di tutta la squadriglia, anche del nuovo entrato che, ancora legato alla purezza della vita di branco, fatica ad accettare di trasgredire la regola appena proferita dal minaccioso caporeparto. Tant’è che il requisito è spesso soddisfatto.
Assalto alla cambusa.
Questa è una sfida. Siamo esploratori o mezze tacche? Violare la cambusa per rubare un vaso di marmellata o un salame è un classico. Altrettanto lo sono i metodi di protezione e prevenzione che la staff inventa, ma spesso inefficaci. E’ fame? E’ l’appetito notturno adolescenziale?
Fumo e alcool: additivi ai fuochi bivacco
Se va bene stiamo parlando di sigarette e di grappa. Le prime normalmente vengono consumate di nascosto, a volte anche in clan. La seconda è normale che frequenti gli zaini di rover e capi contenuta in bottigliette strategiche: magari non ne fanno mai uso durante l’anno, ma vuoi mettere in uscita o al campo sotto le stelle? Se va meno bene invece parliamo di “erba” e bottiglie regolari di birra o superalcolici, da consumare una volta concluso il fuoco di bivacco, quando il capo clan sfinito se ne va a letto raccomandando i rover e le scolte di non fare troppo rumore e di andarsene a dormire presto. Ma sono sicuro che sto esagerando.
Nella tenda delle ragazze.
Anche questa l’ho fatta, ma non ho la coscienza sporca perché ci ha subito beccati il capo reparto, appostato lì vicino consapevole che prima o poi ci avremmo provato. Coeducazione, che passione! Ma come fanno quelli che non sono mai stati scout? Come hanno fatto a non provare l’ebbrezza di una fuga notturna comunitaria con le pile a 15 anni verso una tenda il cui contenuto risulta essere un cocktail esplosivo di mistero e attrazione ormonale? E alla fine ci si racconta barzellette e storielle, ma non è quello che conta. Dobbiamo ringraziare lo scoutismo. E’ un grande metodo e una grande opportunità.
Mi fermo, non per mancanza di materiale da illustrare, ma perché sono sicuro che i “candidi innocenti” iniziali si sono ridotti drasticamente di numero. Trasgressione è un termine relativamente moderno, e a mio parere abbastanza abusato. Mi pare, soprattutto, che venga utilizzato quando si vuole sottolineare la volontarietà del gesto. E’ attribuito spesso a quella generazione di post-adolescenti che fatica a diventare “grande”, che torna a compiere atti contro regole comuni ma questa volta con malizia, con coscienza, quasi una firma per non crescere, per non accettare, omologarsi. E’ per questo che fatico ad attribuire questo termine ai ragazzi che frequentano le nostre unità. Quando viene definita una regola, e poco importa ad una certa età se è calata dall’alto o democraticamente condivisa a maggioranza, è normale che si proceda alla fase di “test”, dove si verifica se e come la regola stessa è tenuta in considerazione, consolidata, raggirabile e adeguatamente garantita da una punizione reale. Ma non lo ritengo solo un modo per violare la regola, è anche un metodo per conoscerla, studiarne il senso e i confini. Il capo reparto che ci ha beccati in tenda delle ragazze non ci ha spediti via tra minacce e demonizzazioni, ci ha concesso cinque minuti per salutare e con tranquillità ci ha raccomandato di tornare da dove eravamo venuti. E’ chiaro che a volte si perde la pazienza, ma il problema è comprendere che a quell’età non ci sono alternative all’esperimento. Poi viene la teoria, ma prima provo, verifico di persona. Se andare a trovare le ragazze in tenda diventa tabù, sarà ancora più appetitoso riprovarci. Non per questo si devono organizzare gite guidate alle tende femminili, ma la tensione deve essere quella di far capire il senso della regola, non evidenziarne solamente la punizione per allontanare il pericolo di mettersi in discussione.
Ad un certo punto, in clan, è stato opportuno far emergere il problema del fumo, ma non per reprimere ma piuttosto per parlarne con franchezza, far rientrare il fenomeno tra le questioni su cui confrontarsi soprattutto partendo se stessi e non dai massimi sistemi. Non è facile, è una strada in salita, soprattutto se i problemi sono magari più gravi di quelli accennati, ma la fermezza e l’autorevolezza di un capo si gioca sulla capacità di camminare con maggior sicurezza possibile attraverso i campi minati dei temi che scottano, rimanendo lontani dagli anatemi e dalle scomuniche.
Avete visto il film sulla vita di Papa Giovanni? Beh, tra le saggezze che ci lascia c’è questa: si deve lottare contro il peccato, non contro il peccatore. La trovo una grande e semplice verità.
A proposito di peccati e trasgressioni: lo sapete come si fa svegliarsi in piena notte senza ausilio di sveglie per andare a gironzolo per il campo o per fumarsi una sigaretta di nascosto ? Prima di coricarsi si deve bere un bel litro di acqua. La sveglia alle tre di notte è assicurata e silenziosa. Chi me l’ha detto? Un trasgressore diplomato che però è diventato un bravo capo. Alla fine così vanno le cose.
Qualche anno fa girava una leggenda metropolitana secondo la quale in Lombardia alcune aziende ricercavano espressamente dei capi scout da assumere tra i quadri, proprio perché riconoscevano alcune capacità e attitudini a chi aveva condotto o conduceva attività nello scoutismo. Non so se la cosa abbia mai avuto un fondo di verità, ma è stata per me una grande consolazione pensare che qualcuno, da qualche parte del mondo, credesse che quello che facciamo abbia a che fare con delle capacità e competenze, e che il mondo del lavoro, quello dove la vita si fa vera, ne apprezzi il valore. Tutto sommato un capo scout dovrebbe essere una persona onesta e di equilibrio, capace fin da giovane di prendersi importanti responsabilità, un ottimista, un giocatore di squadra, anzi, spesso un condottiero, introdotto fin da piccolo nelle piramidi gerarchiche dei ruoli, e in grado di tenere il suo posto. Cari “direttori del personale” e “gestori delle risorse umane”, cosa chiedere di più? Eppure credo che lequazione non torni. Chi entra in una azienda prima o poi sentirà parlare di gioco di squadra, di responsabilità, di saper lavorare in team, di “pensiero positivo”, ma si accorgerà anche che alla fine contano di più i risultati e la visibilità rispetto le modalità di conseguimento. Le metodologie, gli approcci, i mezzi le filosofie devono essere orientate al raggiungimento degli obiettivi, che hanno a che fare comunque con bilanci economici. Chi lavora in proprio, poi, ho limpressione che salti le filosofie per arrivare dritto al nocciolo della questione: rimanere nel mercato. Ciò che per lo scautismo rappresenta il “fine”, per il mondo del lavoro è spesso un “mezzo”, e viceversa. Noi proponiamo limpresa per far lavorare i ragazzi in gruppo, per far passare il concetto di progetto, di fare le cose assieme; il mondo del lavoro propone limpresa per realizzare degli utili. Il capo reparto dellofficina non è il capo reparto della Stella del Sud. Il consiglio damministrazione non è proprio un consiglio dei capi. La Progressione Personale non è la scheda valutativa annuale. Diciamo cose diverse con un linguaggio simile. Ma sono molto diverse. Di fondo vedo una differenza sostanziale: noi in staff, in coca, in zona, ci vogliamo bene per istituzione. Non ci riusciamo sempre, ma è nostro dovere e nostro diritto. Ce lo aspettiamo. Al lavoro, se ci aspettiamo una cosa simile finiremo per soffrire, perché stimarsi e volersi bene non è una clausola del contratto. A volte la convivenza nellambiente di lavoro è un aspetto critico, da gestire, non unopportunità, e i motivi per cui lavoriamo sono solo lontani parenti della nostra adesione al Patto Associativo
Cosa capita quando un capo scout entra nel mondo del lavoro?
Credo che la cosa più facile da fare sia dirsi che “il lavoro è lavoro”, cioè considerarlo e interpretarlo come un mondo a parte, con delle regole e degli orizzonti specifici e non avvicinabili a quelli del resto della nostra vita. Gli psicologi continuano a dirci che i ragazzi di oggi riescono a calarsi in realtà diverse senza troppi imbarazzi, anche se la scala dei valori proposta cambia sensibilmente di volta in volta. Credo che questi ragazzi indosseranno con disinvoltura labito del “professionista”, dove uno dei pochi valori universalmente riconosciuti è “fare bene quello che devi fare”, senza troppo scendere nei particolari etici di questo “fare”. Lapproccio più difficile invece è proporre il modello scout: quello dei valori prima degli obiettivi, quello del passo e le esigenze degli ultimi, del rispetto, della condivisione delle preoccupazioni e delle responsabilità. Cè il rischio di bruciarsi la carriera, sempre che sia corretto che uno scout ambisca alla carriera professionale, questo non ce lo siamo mai detti chiaramente. Ci sono molte possibilità di rimanere inquadrati tra lingenuo e lidealista, apprezzato per la bontà danimo ma perdente. Di solito la “via di mezzo” è quella consigliata dai saggi e i moderati. Ma, cari saggi e moderati, provateci a perseguirla… Competere nel mercato, rimanere a galla senza affondare qualcunaltro, rispettare i ritmi degli altri senza perdere di vista gli obiettivi da raggiungere, premere lacceleratore senza investire nessuno, inseguire gli utili senza farne lunico scopo, gentili e cortesi senza farsi mettere i piedi in testa da chi ci considera avversari…
Come educatori sbagliamo in qualche cosa ?
Alla fine arriviamo a noi, capi educatori. Offriamo ai nostri ragazzi una palestra di vita lunga più di un decennio, durante la quale proponiamo loro “parabole” da vivere, ma che devono trovare una chiave di decifrazione altrimenti rimangono esperienze appese, non calate nella realtà. Come fare? Non lo so. Suppongo imparando meno a memoria schemi educativi e concentrandoci sul senso delle cose, dando la possibilità di vedere oltre gli strumenti che utilizziamo, il gergo che usiamo, le dinamiche che creiamo. Ma non è facile. Daltronde stiamo chiedendo ad una significativa maggioranza di giovani capi studenti, ancora a carico dei genitori, di educare alla vita dei bambini e degli adolescenti. E sono bravi ad esserci e a provarci, perché la sfida è importante e faticosa, e il clima culturale non aiuta certo ad impegnarsi e a giocarsi nelleducazione. La situazione di capo-studente porta con sé sicuramente un livello culturale vivace e apprezzabile, non ancora però “vissuto” tra dinamiche ed esperienze proprie di chi lavora e, magari, si fa carico di una famiglia.
Conclusioni
Se fossi un imprenditore lombardo, uno scout non lo assumerei mai. Anzi, cari giovani avviati al mondo del lavoro, quando ai colloqui vi domandano se avete degli hobbies (li chiamano così…) pensateci bene prima di rispondere che siete capi scout. Se chi vi ha posto la domanda, come molti, non conosce bene lo scoutismo potrebbe pensare che fare lo scout significhi aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, ovviamente in calzoncini corti. Se invece sa bene di cosa state parlando potrebbe decidere di crearsi meno problemi e prendere qualcuno con più pelo sullo stomaco, pronto a cogliere al volo e sottoscrivere il vecchio principio che “il fine giustifica i mezzi”. Il lavoro è veramente solo lavoro?
Posso farvi una domanda? Quanto tempo pensate di aver perso per l’associazione fino ad oggi? Non ditemi che “perso” va sostituito con “occupato” o “investito”, perché non siamo sicuri che sia così. I frutti non si vedono, la maggior parte delle volte. E lasciatemi un margine di dubbio anche per quando sembrano evidenti… Staff, preparazione di attività, uscite, libretti dei campi, taglia, copia, incolla, riunioni di zona, comunità capi fino a notte inoltrata… pensateci… tanto se non vi è già capitato, arriva il giorno in cui vi ponete la domanda da soli, schietta e spietata… Cosa ci fa lavorare in perdita? Ecco la domanda.
Siete affezionati alla comunità capi? Rimanete quindi in associazione perché in coca avete trovato il luogo ideale per crescere e condividere ideali. Lasciatemi dubitare. A volte è anche così, ma non è la regola. Siete innamorati dello scouting, amate i nodi, il fuoco sotto le stelle, la tenda, lo zaino ? E per così poco avete investito tanti anni della vostra vita? Uhm… L’associazione vi ha conquistato, con le sue strutture, l’iter formativo, le assemblee, le votazioni, i regolamenti,… qui ho esagerato, lo so. E’ meno credibile delle altre ipotesi. Secondo me il motivo per cui siamo in associazione ha a che fare con una pecora e una matita.
Per favore, mi disegni una pecora? Il Piccolo Principe inizia così il suo dialogo con l’aviatore. E l’aviatore, dopo quella domanda, non riuscirà più a fare a meno del Piccolo Principe. La storia la sapete, no? L’aviatore cerca di disegnare una pecora, ma il Piccolo Principe non è soddisfatto. Allora ci riprova, ma niente da fare. Allora l’aviatore disegna una scatola, e dice che la pecora è lì dentro. E il Piccolo Principe rimarrà contento.
Pensando a tutte le volte che ho parlato a tu per tu con un lupetto o un rover, credo che fra me e lui in quel momento ci fosse un foglio e una matita. E la domanda che mi veniva rivolta era sempre la stessa: disegnami una pecora. A volte ho disegnato una pecora, bellissima, quasi una fotografia. A volte ho disegnato la scatola. Altre volte il foglio è rimasto bianco. Ma credo che sempre quella domanda abbia dato senso al mio impegno in associazione. Sì, credo che il motivo per cui accettiamo di lavorare in perdita sia quella domanda che ci pongono i ragazzi. Non è la nostra capacità di rispondere alla domanda, perché spesso sbagliamo o non capiamo cosa ci viene chiesto, è piuttosto quel momento, quell’attimo in cui due vite diverse per età, esperienza e storia entrano in contatto, e lontani da protocolli artificiosi cercano di capire qualcosa dell’altro, per imparare, per conoscere, per orientarsi e collocarsi. Non trovo centrale il fatto che uno sia piccolo e l’altro più grande, anche se questo verticalismo qualifica il rapporto. L’errore da non commettere è quello di impostare rapporti educativi del tipo “ascoltami, ti insegno”, lo sappiamo. Ma non perché non sia “utile”, piuttosto perché non è vero !! Cosa diavolo crediamo di poter insegnare ai ragazzi? Cosa veramente crediamo scolpito nella roccia della nostra vita da poterlo passare come appunti di storia al compito in classe?
Il rapporto educativo io lo vedo nell’imbarazzo dell’aviatore alla domanda “disegnami una pecora”. E’ la sorpresa di sentirsi chiedere qualcosa, a me, che non sono niente, che non so niente. Una esistenza diversa dalla mia mi interpella. Non è la TV, non è un concorso a premi, non è un’indagine demoscopica. E’ una creatura di Dio che ho il privilegio di avere accanto per un attimo, perché è quello il tempo, e si sta rivolgendo a me. E questo deve onorarmi e impegnarmi. Non mi sta chiedendo di insegnargli a vivere. Mi sta chiedendo come vedo io la pecora, che è diverso. Sta facendosi un’idea della pecora, e chiede a me di fargli vedere la mia. Portiamogli una fotografia e abbiamo sbagliato tutto. Sa benissimo trovare da solo una fotografia della pecora, vuole sapere se per noi è dentro una scatola o sta brucando l’erba. E’ tutto qui, non spaventiamoci. D’altronde, anche noi della pecora abbiamo un’idea, non la definizione. E allora non perdiamoci a rispondere ai ragazzi come i libri stampati, guardiamoci dentro, quello che in cuore pensiamo delle cose del mondo, di Dio, degli altri. Non significa che dobbiamo rovesciare il nostro pensiero sui ragazzi, ma che non possiamo evitarli facendoli guardare da un’altra parte.
L’imbarazzo dell’aviatore. Non dobbiamo temere l’imbarazzo, significa solo che stiamo parlando di cose vere, della vita.
E se c’è imbarazzo, significa che stiamo vivendo quel dialogo da fratello a fratello, per quanto maggiori di età possiamo essere. Perché per vivere un rapporto educativo da disegnatore di pecore bisogna credere che l’uomo è uomo sempre, da piccolo e da vecchio. Un bambino non è un essere inferiore all’adulto, come non lo è un vecchio. L’uomo vive un’esistenza limitata, e negli anni si trasforma, fino a spegnersi fisicamente nella morte. Ma non credo che esista una fase della suo ciclo di vita in cui si possa affermare che in quel momento è un uomo compiuto, non prima né dopo. Spesso ci si rivolge con sufficienza ai bambini, ai giovani e ai vecchi perché il linguaggio e l’esperienza ci rendono distanti, ma ci dimentichiamo che il nostro destino è stato ed è lo stesso. Siamo di passaggio, sempre. Questo significa rapportarsi con i bambini e gli adolescenti convinti che stiamo parlando a persone, uomini e donne che in questo momento sono alti un metro oppure due, pieni di acne o già con la barba, ma persone, che vogliono crescere, conoscere, essere rispettati e trovare una dimensione ed un senso esattamente come lo vogliamo noi. I bambini riconoscono se li stiamo trattando da bambini o da persone. E di conseguenza si comportano, ci trattano da adulti o da persone.
Concludo. Il rapporto educativo tra capo e ragazzo assomiglia un po’ a quando ci telefona un amico e ci dice che sarà nella nostra città fra qualche giorno. Allora noi ci offriamo di andarlo a prendere in stazione e di accompagnarlo fino a dove deve recarsi. C’è un appuntamento, la promessa di esserci, il viaggio assieme, e poi il saluto. Non ci sostituiamo a lui, non andiamo al posto suo. Ma in quel tratto assieme c’è il mondo.
Quando ho sentito per la prima volta “Le mie parole” la cantava Samuele Bersani, che già seguivo con grande attenzione. L’aveva inserita nel 2002 come brano inedito nella sua raccolta “Che Vita!” Solo più tardi ho saputo che la canzone non era sua, ma di Luigi (Gino) De Crescenzo, in arte Pacifico. Eppure sembrava proprio di Samuele, per cosa diceva e soprattutto per come era interpretata con la voce.
Me ne sono fatta una ragione, anzi no, ho voluto capire perché Samuele Bersani non era riuscito lui a scriverla ed era andato a prenderla dal repertorio di questo tale sconosciuto, o almeno lo era per me a quel tempo.
Quindi sono andato a cercare notizie su Pacifico, e ho ascoltato molte sue canzoni.
C’è poco da dire, se hai un briciolo di sensibilità emotiva e ascolti con un po’ di attenzione “Le mie parole” non puoi non arrivare alla conclusione che chi l’ha scritta e musicata deve avere talento da un parte, e tanta roba dentro da raccontare dall’altra. La liquido così, ma quella “roba” di cui parlo andrebbe specificata meglio, ma temo di non saperlo fare.
E così, di tanto in tanto, mi ascolto la canzone prima cantata da Samuele Bersani e poi da Pacifico e, anche se molto simili nell’arrangiamento, sono molto diverse nell’emozione che le due voci e intepretazioni lasciano.
Ora la regola aurea dei bloggisti musicali, che io non sono, direbbe che devo citare dei versi del brano e commentarli. Ci posso provare, ma quali prendo? Ogni verso di questa canzone ha un valore, ogni parola lo ha. Ed estrapolarle, separarle dal passo precedente e da quello seguente, è un atto criminale di cui non posso macchiarmi. Citerò solo il verso che per motivi personali e abbastanza dolorosi mi stringe la gola ad ogni ascolto solitario: “sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo che non mi riesce di spiegare”. Le parole fanno anche così, e alcuni dolori profondi restano per alcuni aspetti un mistero. O forse quello che non si riesce a spiegare è l’incapacità di portare alla luce del sole i propri fantasmi e reagire al dolore che infliggono.
Semmai un giorno i due cantautori dovessero arrivare per qualche caso fortuito a questa pagina, spero mi perdoneranno l’uso improprio e non accordato che ho fatto di alcune parole di questa canzone, facendole diventare il titolo e il sottotitolo di questo improbabile blog sperso nello spazio più profondo di internet.
La tua storia personale è una grande cazzata, lo sai È soltanto una scatola vuota riempita di vecchie versioni di te Che non servono più Che non sei neanche tu
Brunosi Sas, “Bello appare il mondo”
Quella di Brunori Sas è una immagine forse un po’ forte, che non rende giustizia probabilmente all’importanza dell’esperienza e del vissuto. Ma ad una “certa”, come dicono i miei figli, diventa una realtà e ti rispondi che è proprio così. La “scatola vuota riempita di vecchie versioni di te” sembra un errore: come fa la scatola ad essere vuota se è riempita? Ma evidentemente le “vecchie versioni di te” sono così inutili da rendere comunque vuota la scatola, almeno di senso. “Che non sei neanche tu”, oltretutto, perchè ormai sei altro. Il tempo scorre più velocemente della nostra capacità di lasciare andare i ricordi o dare loro il giusto posto nella libreria della nostra vita.
La scatola vuota mi ricorda anche un’altra cosa, il sepolcro di Cristo visitato dai due apostoli che l’hanno trovato aperto e vuoto. Il prete a Pasqua diceva che anche oggi continuiamo a non vedere che il sepolcro è vuoto, e a volerlo riempire di cose che non valgono per farcelo apparire meno vuoto. Ma è vuoto, dobbiamo guardare da un’altra parte, verso la luce, diceva.
Questi pensieri fanno parte di una versione di me che diventerà vecchia lo so. Attualmente però è valida, diciamo così.
Così mi sono raccontato un giorno all’incontro di Interbranca di Zona
“… lo scopo dell’Associazione è contribuire […] alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici.” ovvero “il valore educativo del servizio (di quadro)”.
– Il quadro è quindi un capo che, avendo maturato le scelte del Patto associativo, si mette a disposizione per un servizio temporaneo di sostegno all’azione educativa dei capi educatori
Ci sono i ragazzi, i capi e i quadri.
A volte i quadri tornano ad essere capi, e i capi tornano ad essere ragazzi.
Talvolta i quadri, facendo una doppia capriola, tornano ragazzi.
Vi racconterò di me, mi è stato chiesto e io ho accettato perché raccontarsi fa sempre piacere, e non capita
spesso che ti venga chiesto. Raccontiamo spesso la nostra storia a noi stessi, ripercorrendola, ri-godendo
dei successi, tormentandoci degli errori commessi, riposizionandoci in certi momenti della nostra storia e
immaginando di scegliere strade diverse da quelle prese, cercando risposte di ieri a domande di oggi. Ma
raccontarsi ad altri è un’altra cosa, è un’avventura e comporta dei rischi, bisogna metterci attenzione.
Partiamo da adesso.
Ho cinquanta anni, e davvero non so come faccio ad averli.
Ogni giorno porto un bambino e una ragazzina a scuola, poi lavoro, alla sera li prendo dai nonni, mi siedo a
tavola con loro e mia moglie, rido, parlo, li riprendo, ascolto il racconto della loro giornata, quello che a loro
va di raccontare, guardo serie tv, leggo libri e mi addormento. Prima di addormentarmi a volte prego, e
torno ragazzo. A volte mi preoccupo del futuro, e torno adulto. A volte mi chiedo se esisto davvero, e penso
a Matrix.
Pensavo fosse semplice crescere dei figli, mi sbagliavo di grosso. Il problema più evidente è che finita
qualsiasi attività nessuno viene a prenderli, ma restano con te. E questo significa che non c’è qualcun altro a
cui scaricare responsabilità e che loro, i figli, ti guardano anche quando ti guardi allo specchio, quando
litighi con la loro mamma, e quando è lampante che non ne puoi più e ti auguri di essere in un Truman
Show. Non è vero, il problema più evidente è che pensavo di essere migliore di come sono.
Errore di valutazione causato da condizioni particolarmente favorevoli al momento del test.
Ma io devo parlarvi del servizio. E’ passato un po’ da quando chiedevo ai partenti di prendersi la
responsabilità di un servizio, e di coltivare questa dimensione di vita.
A cosa pensavo quando chiedevo questo? Non pensavo la stessa cosa che penso adesso, questo è sicuro.
Glissiamo, al momento, e diciamo allora che l’ultimo servizio che ho svolto è quello politico, ma proprio
politico, all’interno di un partito. Calcisticamente parlando abbiamo perso le elezioni 3 a 1, ma non ritengo
di aver perso tempo. E’ un mondo diverso da quello scout, anche se alcune parole chiave comuni possono
confondere. “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono
sperimentate fino ad ora”, diceva Churchill. La politica scandalizza perché riflette nell’intimo quello che
siamo, e quello che siamo talvolta scandalizza.
Ma torniamo ancora più indietro, e soprattutto torniamo in Agesci.
Ho svolto il servizio di responsabile della comunicazione regionale, la rivista regionale e sito web, per capirci. Con la scusa di essere un informatico sono riuscito a fare quello che più mi sarebbe piaciuto fare nella vita, occuparmi di comunicazione, scritta, visiva, audio, musicale… L’ho fatto assieme ad amici con cui ho condiviso il servizio in regione. Quanto bello è fare servizio tra amici. E quanto bello è se trovi tra questi dei sognatori, qualcuno che guarda quello che ancora non c’è e chissà se ci sarà.
Prima e durante, siamo tra il 2002 e il 2005, ho svolto il servizio di Consigliere Generale. L’ho preso come un onore, un segno di stima da parte dei capi della zona che mi hanno proposto e dei regionali che mi volevano bene. In Agesci è così, anche. A Bracciano si fa la storia, te ne rendi conto quando ci arrivi. Più che altro capisci che non c’è un’altra assemblea Agesci ancora più “su”, e che lì si decide. Talvolta decisioni poco rilevanti per chi sta con i ragazzi, altre invece davvero determinanti. E ti chiedi se hanno fatto bene a darti tanta fiducia. Per fortuna i consiglieri generali sono molti, responsabilità condivisa. A Bracciano si “gioca” anche alla democrazia citata da Churchill, si fa pratica. Poi qualcuno fa anche il salto e lo vedi in tv, ma senza fazzolettone. Giusto, augurabile e rischioso. I consiglieri regionali del V*****, assieme ai responsabili regionali, formano la cosiddetta squadriglia Aquile: ho avuto proprio dei bei squadriglieri, persone interessanti, che hanno lasciato un segno. E quanto mi sono divertito.
Capita che gli ex responsabili di zona diventino consiglieri generali, si capitalizza l’esperienza. Così è capitato anche a me, perché sono stato in precedenza RZ. Esperienza molto bella, la ricordo come fra le più ricche che lo scautismo mi ha regalato. Per le relazioni, soprattutto. Per il senso di responsabilità che pian piano avverti necessario ed essenziale, e per la richiesta che senti impellente da parte dei capi di uno scautismo sostenibile, in termini di impegno, di senso e soprattutto felice. Servire con il sorriso. Ieri come oggi, credo. La collegialità del comitato è un mantra che mi è entrato dentro in quegli anni. Necessaria quanto complicata. E ricordo anche la preoccupazione, inevitabile quanto inutile, che quanto costruito assieme al comitato non venisse perso da chi ci avrebbe sostituito. C’è del sano in questa preoccupazione, ma c’è anche un filo di presunzione che va riconosciuta come tale. Accade quando crediamo di aver fatto un buon lavoro e ci dimentichiamo che anche questo “buon lavoro” è uno strumento in mano ad altri, un foglio che vola nel vento, e che noi siamo di passaggio anche come capi.
Ora invece vi racconto di cosa ho fatto davvero con grande soddisfazione e gratificazione personale, quasi in modo disdicevole: il formatore di campi metodologici R/S. Con Mario, Sandra, Piero e Matteo abbiamo veramente goduto nel dare tempo, pensieri e sogni a questi eventi in cui arrivavano dei capi ignari di quanto gli sarebbe successo. Lo ripeto, quanto bello è fare servizio tra amici. Sono stati 4 o 5 anni che hanno segnato la mia esistenza, lo dico con un filo di imbarazzo. Non sappiamo se quelle persone sono diventate dei bravi capi clan o maestri dei novizi, non sappiamo se lo sono stati per molto o poco tempo. Di certo sono stati incontri in cui prima del metodo si cercava di passare il senso dell’essere capi e il privilegio di potersi relazionare in modo così importante con i ragazzi. Ci piace ancora ricordarci come una staff anomala, fuori dagli schemi. In realtà eravamo e siamo amici e appassionati.
Ma torniamo a casa, a R*******. Prima di RZ sono stato capo gruppo, altro momento importante. Lo sono stato in un momento delicato del gruppo, quando sono usciti del tutto i capi della generazione precedente e mi sono accorto che toccava alla mia prendersi la responsabilità. Ma anche quando è iniziato un doloroso percorso di non relazione con il nostro precedente parroco. E’ un capitolo molto triste del nostro gruppo e del nostro paese, durato tanti anni, troppi. Ora però è iniziato qualcosa di nuovo e di molto interessante. “C’era un tempo sognato che bisognava sognare”.
Dell’esperienza da capo gruppo ricordo i festeggiamenti per il 25° anniversario, il campo di gruppo, la Route
Nazionale per Capi del 1997. Si, sono stato anche fortunato.
Vi dicevo del formatore R/S. Lo sono stato perché io sono stato e sono, credo, un capo R/S, più che un capo. Sono stato capo clan per 7 anni, oltre che incaricato di branca prima nella zona di C*********** e poi di S*****, e mi sono innamorato di questa branca, della strada, dello zaino in spalla, di quel “Servire” perentorio, senza se e senza ma. Della comunità. Tutte le altre comunità che ho conosciuto dopo hanno dovuto confrontarsi con quella del clan, e devo dire che non ne sono uscite bene. Non voglio divulgarmi oltre su questa esperienza, è facile che molti di voi possano farlo meglio di me, come potrebbero farlo chi ha vissuto o sta vivendo l’esperienza di educatore in branco, dove ho trascorso i due anni successivi alla mia Partenza.
Se dovessi restare al titolo del libro che avete scelto, e chissà perché lo avete scelto, dovrei terminare qui.
Invece non è finita qui, anche se manca poco, e posso dirvi adesso di avere scelto questa narrazione al contrario per un preciso motivo. Una cintura e un fazzolettone.
Sono entrato negli scout a R*******, nel 1980, direttamente al terzo anno di reparto. Ma il primo fazzolettone l’ho indossato qualche anno prima, e non era rossoblu. Abitavo a Z*******, andavo alle elementari. Avevo ricevuto in regalo da uno zio, di S*****, un suo fazzolettone giallo e rosso, non credo scout, magari dell’azione cattolica o giù di lì.
Avevo ricevuto per la comunione da un altro zio, questa volta scout, il libro “Manuale del Trapper”, e avevo deciso di costruirmi la cintura di sopravvivenza, con dei piccoli cilindretti contenitori per custodire ago e filo e fiammiferi.
Con il fazzolettone giallo e rosso e con la mia cintura da trapper, mi sono avventurato assieme ad un compagno di scuola per i campi di granoturco, e ho acceso il mio primo fuoco dove ho abbrustolito la mia prima pannocchia. Grazie al fiammifero asciutto contenuto nel cilindretto alla cintura. Ecco dove sta il senso del mio scautismo, non è alla fine, ma all’inizio.
Ora, quel fazzolettone voleva dire appartenenza, quei colori indicavano qualcuno che in essi si riconosceva, e io, pur non sapendo chi fosse questa comunità e neanche sapendo che si poteva chiamarla così, desideravo appartenervi. La mia pannocchia dovevo bruciacchiarla assieme all’amico e a questa comunità ignara del fatto che anch’io quel giorno ne facevo parte.
Ora, quella cintura con l’elastico di mutanda che teneva le scatoline cilindriche dei rullini fotografici, voleva dire avventura e autonomia. Poteva scatenarsi l’inferno e scendere un diluvio, ma i miei fiammiferi erano al sicuro. Paura e coraggio.
Tutta la mia esperienza scout, soprattutto da capo, l’ho vissuta con queste due domande che vengono dal cuore: comunità e sfida con se stessi. Posso farcela a vivere, assieme agli altri.
Non ho altre parole a disposizione.
Chiedete ai ragazzi, chiediamo ai nostri figli. Ask the boy. Loro hanno la risposta.
PS: la foto del fazzolettone giallo e rosso l’ho presa in prestito dal profilo FB di un gruppo a cui appartiene un caro amico, Enrico, che non vedo mai. Abbiamo vissuto assieme il CFM e CFA, o meglio il 1° e 2° tempo, entrambi RS, entrambi sulle colline di Conegliano, entrambi in tenda assieme. Un’altra amicizia che ha trovato un posto nel cuore al di là del tempo e dello spazio.