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  • Annabel – Goldfrapp

    “Annabel”
    Goldfrapp
    dall’album “Tales of Us” del 2013

    Questa volta Radio Paradise, la web radio oltreoceano, mi ha messo nelle orecchie i Goldfrapp. Così ho scavato un po’.
    Video e musica molto suggestiva, cinematografica, almeno i brani dell’album ‘Tales of Us’.
    Corde che risuonano, fino dall’inizio.
    Per chi vuole approfondire lascio questo video, il tema è molto particolare, per chi sa coglierlo.

  • Quasi solo

    Suggestioni semplici e spontanee sulla grande domanda:
    io e Dio oppure noi e Dio?

    Il titolo del pezzo potrebbe già rappresentare la sintesi di quello che vorrei dire e dirò, ma mi rendo conto di non potermela cavare così.

    Non sono un esperto di fede, né penso di averne in abbondanza, tuttavia scrivo queste righe perché Silvia me l’ha chiesto perentoriamente e perché il tema mi ha offerto qualche suggestione che vorrei condividere.

    La grande domanda (semplificata) è se la fede sia una questione personale e intima e quanto invece vada collocata in una dimensione comunitaria. Da scout non potremmo che dire “questo e quello”, magari un po’ più quello di questo, se non altro perché nelle nostre attività i momenti di deserto sono di solito meno frequenti delle Messe, veglie, preghiere e celebrazioni.. noi scout siamo pragmatici, contiamo le esperienze e traiamo le conclusioni.

    Cercando però di andare un po’ più in là, e per dare dei contorni alla questione, ho pensato agli estremi dell’esperienza umana, la nascita e la morte, e ho cercato di rispondere alla grande domanda percorrendo ciò che sta in mezzo alle due fasi della vita. Tranquilli, ci impiegherò poco.

    Veniamo al mondo e ci battezzano dopo pochi mesi, manco sappiamo distinguere alla festa gli amici dai parenti ma già c’è chi si preoccupa della nostra fede, ci inizia al credo. E la comunità parrocchiale ci accoglie con un grande abbraccio.

    Si prosegue, con il catechismo, la Comunione, la Cresima, tutto prima dell’adolescenza, per carità, chissà poi cosa può accadere. Genitori, catechisti, preti, suore, capi scout… siamo circondati da persone che ci guidano e ci aiutano a credere, a fidarci di Dio. E poi siamo sempre in gruppo, assieme ai nostri compagni, agli amici, in comunità. Gruppi giovanili, servizio scout, AC, incontri vocazionali, campi scuola, corsi per fidanzati, corsi di preparazione al matrimonio.. Ci si sposa! Quanti siamo in chiesa! Che canti, che calore, che abbraccio. Dio è in mezzo a noi.

    Il lavoro, che c’è e non c’è, la casa, il mutuo. Progettiamo, è il nostro forte. Facciamo un figlio. Arriva o non arriva? Arriva, eccolo. Lo battezziamo, e via così.

    Ma già c’è meno gente in giro. Già avvertiamo che quando diciamo “comunità” suona diverso da un tempo, quella della nostra famiglia è concreta, reale, l’altra, quella fuori, risuona lontana. Ci è utile ma non ci è più indispensabile, e noi non lo siamo più per lei. La cerchiamo quando siamo in difficoltà, spesso ci delude, a volte ci intenerisce. Che nostalgia di quei tempi…

    Più che una fase mi sembra una tendenza, quella che ci porta con l’età a relativizzare e disincantare la “comunità”, quella concepita e maturata da ragazzi, e a dare sempre più valore alla dimensione personale, nolenti o volenti perché più che scelta sa di evoluzione naturale, tensione fisiologica, confermata anche da ciò che accade alla fine della nostra esperienza umana, quando si muore e lo si fa da soli, non in compagnia di altri.

    Ma la fede? La fede a mio parere segue (o guida) questo percorso. All’inizio Dio è festa, è gioia, è noi assieme agli altri, è padre di noi figli piccoli. Abbiamo bisogno di essere accompagnati, presi per mano, introdotti da testimoni, guide, persone. Poi iniziamo a muovere i primi passi, Dio ci lascia la mano e ci guarda da dietro l’angolo, pronto ad intervenire ma anche ad attendere i nostri silenzi, le nostre lontananze. E qui anche il compito della comunità cambia. Ci si confronta, si discute, ma da pari. Abbiamo le nostre idee e il nostro modo di essere cristiani, e non ho detto cattolici perché accade di prendersi qualche libertà e distanza da chi, in qualche modo, indica come dovrebbe essere la nostra fede.

    Insomma, la festa non dura tutta la vita, come l’infanzia. E la comunità si trasforma da “valore” a “strumento”, e cambia molto. Mi domando se arriveremo a concepire anche quella della nostra famiglia una comunità “strumento” nelle mani di Dio e non un valore assoluto della nostra vita… Riusciremo a riconoscere questa prerogativa a Dio? “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.” Lc 14, 25-33. All’inizio dicevo che la mia fede non è abbondante, e lo dicevo anche per questo difficile passaggio che dovrò e dovremo fare.

    Ma in fondo quello che sto scrivendo è aria fritta, e la padella in cui continua a friggere da cento anni è l’esperienza scout. Scoperta, competenza, responsabilità e poi ancora scoperta, competenza e responsabilità. Questa spirale che vista dall’alto è un cerchio perfetto ma vista di lato si estende all’infinito rappresenta dunque la nostra esperienza umana, o meglio, quella di noi uomini credenti.

    La dimensione comunitaria, da quella familiare a quella scout, da quella parrocchiale a quella civile, è il luogo dove viviamo la scoperta di Dio e affiniamo le nostre competenze/esperienze, e con queste “tappe” appiccicate alla camicia approdiamo alla responsabilità personale di ognuno di noi, dove il compito è cercare Dio, di trovarlo nel significato delle cose e della vita, di appropriarsi di Dio/senso di ogni cosa, spogliando la nostra esperienza di fede dagli orpelli infantili, dagli addobbi tradizionali, storici e consunti, dal “di più che non serve” che caratterizza anche alcune nostre attività di catechesi, anche le nostre preghiere, e non faccio altri esempi così ognuno potrà pensare ai propri. Per arrivare a Lui, senza distinguerlo da noi stessi. Ma questa fatica non potremo delegarla alla comunità, è roba nostra, e nel realizzarla saremo quasi soli.

    Dio, credo, ci chiederà se in questa ricerca ci siamo tirati su le maniche della camicia. Avvolte all’interno, si intende.

  • Autorevolezza

    FIDUCIA

    Al primo posto tra i requisiti metterei la fiducia nell’uomo con particolare riferimento a quel periodo della sua vita nella quale prendono forma quei connotati che diverranno stabili nell’adulto. Ritengo quello della fiducia non solo un requisito basilare (non si può infatti dedicare una parte importante di se stessi e della propria esistenza a qualcosa a cui non si crede) ma anche un requisito oggetto di conquista, in quanto contrapposto alla dilagante e generale sfiducia (nelle Intenzioni e nella volontà dell’uomo, nelle nuove generazioni, nelle istituzioni, nei valori, nella presente cultura, ecc.). Fiducia nell’uomo vuol dire anche, in termini educativi concreti, che la partita non è mai definitivamente persa e che l’inatteso recupero può sempre essere dietro l’angolo.

    GIOIA

    Considero il capo un uomo o una donna capaci di offrire la gioia agli altri perché uno dei loro compiti primari consiste nel farsi carico della perenne ricerca di felicità che rappresenta la principale motivazione istintiva di ogni uomo. Per questo non so immaginare un capo che non senta la gioia di vivere, l’impegno di trasmetterla agli altri e la volontà di proteggerla dalle insidie di chi è  propenso a rinunciarvi.

    TESTIMONIANZA

    Il Capo conta per quello che è e non per quello che dice. Ho letto che un testimone è colui che nella vita personale premette, non tanto una legge (in questo caso gli basterebbe essere “osservante”), ma un valore, e per questo dovrà essere in permanente conversione nella ricerca di perfezione. Il testimone può essere “un filtro”, che impoverisce il valore, o un “prisma” che ripropone, in forma personalizzata, la ricchezza dell’ideale.

    DECISIONISMO

    Per essere effettivo agente di crescita sia personale ma soprattutto comunitaria, il capo deve possedere un altro requisito che è quello di saper prendere delle decisioni. Ho visto molte unità volgere allo sbando, perché il loro capo si è rifiutato (o non era in grado) di prendere rapidamente chiare decisioni autonome.

    PERSEVERANZA

    Un altro attributo del capo è sicuramente costituito dalla perseveranza. Educare richiede tempo e continuità. Non credo che valga la pena di insistere su questo punto. Ciascuno di noi ha avuto nella sua storia passata una persona che ha influito in modo decisivo sul suo cambiamento nei confronti di se stesso e degli altri. Pensiamo al tempo che è stato necessario a questo nostro educatore per operare su di noi in termini di conversione.

    CARISMA O PROFEZIA

    Due modelli mi sembrano dominare. Da un lato il capo naturale. Colui che ha una serie importante di doti innate per ottenere ed esercitare l’autorità: attira l’attenzione su di sé, sembra di stare con i ragazzi o con gli uomini anche se in realtà sta sopra di loro, ottiene molto in modo apparentemente spontaneo, è attraente, lungimirante, severo e riconoscente, sa sancire e gratificare, è competente e rigoroso sia con sé che con gli altri. E’ dominante nelle discussioni e nel lavoro di gruppo. Fa riferimento a se stesso per avvalorare le sue affermazioni. Pur con evidenti sfumature o si è con lui o si è contro di lui. Ed essere contro di lui non è una condizione di tutto riposo.
    Anche se si potrebbe continuare ad esemplificare, mi sembra che questo identikit del capo carismatico sia sufficientemente eloquente. Se è vero che si tratta di capacità naturali, è certo che tutte o parte si possono acquisire con la pratica ed in un certo clima di formazione. Per ritornare nel sistema scout questo è più o meno stato il tipo di capo che si pensava di costruire quando il movimento si rivolgeva a poche migliaia di ragazzi ed a qualche centinaia di capi. L’intensità delle scelte e dell’impegno sembrava privilegiare la formazione di capi esigenti, estremamente coerenti e volitivi, decisi e disponibili.
    L’altro modello è quello del capo-profeta. Tutta la sua forza è nella sua personale scelta di vita, nella coerenza con i suoi valori, nella fedeltà e nell’attenzione agli altri.
    E’ un capo che avanza silenziosamente lungo misteriosi itinerari di amore e di fede per dare – quando l’occasione si presenta – testimonianza del percorso compiuto. Non si impone e non impone. Il suo è un continuo e discreto invito a realizzarsi partendo dal principio – espresso dal suo esempio – che tutto nasce da un sofferto ed incessante sforzo di introspezione e di interiorizzazione. Lungo le strade del nostro passato e – forse – del nostro presente abbiamo certamente incontrato uno dei due (o entrambi questi) modelli di capo. Ognuno ha certamente un senso ed un suo significato nell’evolversi della storia dell’uomo. Non intendo dire quello che oggi sarebbe maggiormente desiderabile e lascio al lettore o ai lettori riuniti nell’eventuale Comunità di Capi di esprimere la loro opinione.

    IL MARTIRIO DEL CAPO

    Non sono pochi i capi che proprio dal servizio educativo attingono le vere gratificazioni della loro esistenza. Nel lavoro non si realizzano, ma negli scout sì. In famiglia non riescono a comunicare, ma in comunità capi sì. Alle feste nessuno li sta ad ascoltare, ma negli scout sì. Nessuno li ammira, ma i loro ragazzi, loro sì che li ammirano. Non avrebbero nessuno a cui confidarsi, ma in clan, in noviziato, in alta squadriglia e talora perfino in reparto è possibile, anzi è giusto giocarsi, condividere le proprie pene e i propri problemi. I ragazzi(ni) ascoltano. Poi ripetono, ne chiacchierano fra di loro. I fatti del capo sono fatti importanti, modestia a parte.
    Sempre in sede. Conosce uno per uno tutti i bambini di tutte le unità del gruppo. Sa i fatti privati di tutti i capi di tre o quattro gruppi. Tutti i capi della zona e della regione lo conoscono, perché non manca mai di dire la sua in assemblea. Il capo modello. Sa bene che la società segue valori sbagliati, ed è per questo che il suo posto non è là fuori, ma dentro l’associazione.
    E per questo che fuori non ha successo. Perché l’unico successo che conta è quello negli scout. Ci sono i capi che mettono al primo posto gli esami, le vacanze con la famiglia, gli impegni di lavoro. Fortuna che c’è lui, colonna del gruppo. Lui può sempre. Comunque è bonario e non lo fa pesare esplicitamente. Ognuno ha il suo posto, e non puoi pretendere dagli altri quello che pretendi da te.

    D’accordo, di capi così non ce ne sono molti. Ma dentro ognuno di noi se ne annida un pezzettino. Ed è meglio tenerlo d’occhio. Ad esempio: il reparto si trova davanti un torrente gonfio di acque e non sa come attraversarlo. Il capo, forte di vecchie esperienze, ha già adocchiato sulla riva il lungo larice seccato da un fulmine.
    Basterà dargli una spinta e diventerà un ponte perfetto, compresi i rami spogli per aggrapparsi. Sarà un’avventura che tutti ricorderanno. Il capo ora può ascoltare due voci.

    La prima gli dice: «Ecco un’occasione perfetta per costruire il tuo mito. Tu avrai una trovata geniale, i ragazzi crederanno in te. E non lo farai per vanità: lo farai perché più ti ammirano, più la tua azione educativa può essere incisiva». La seconda voce gli dice: «Non conti tu, ma loro. Se lasci che ci arrivino da soli, l’avventura sarà dieci volte più entusiasmante. E soprattutto impareranno a non aspettare che qualcun altro li tragga d’impaccio. Impareranno che se si guardano intorno e che, se useranno la testa, possono superare qualunque ostacolo».

    Un capoclan o un maestro dei novizi durante un capitolo in cui non si riesce a fare chiarezza: poche parole da adulto possono chiarire il problema addirittura consegnarlo bell’e risolto nelle mani dei ragazzi. E i ragazzi diranno: Che capo! che persona eccezionale. E in futuro lo ascolteranno anche di più, avranno ancora più fiducia in lui, si affideranno a lui… invece che a se stessi.

    Meglio restare in ombra, meglio fingersi meno bravi di quello che si è. Questa spesso è la vera bravura. Fare in modo che i ragazzi sentano di avercela fatta da soli, perché imparino a farcela sempre con le loro forze. Cercare altrove i riconoscimenti di cui abbiamo bisogno.

    Viva il capo che qualche volta non può. Viva il capo che è anche qualcos’altro.
    Viva il capo che prima di essere capo un uomo o una donna felice.

    EROE

    E’ vero, B.-P. parla di culto dell’eroe come di una risorsa educativa. Ma il suo discorso va compreso bene. Egli non dice al Capo: «devi sforzarti di divenire l’eroe dei tuoi ragazzi», ma invece: «bada, la posizione che ti dà lo scautismo è tale che, data la psicologia del ragazzo, non potrai non divenirne l’eroe»; e prosegue quindi il discorso in chiave di responsabilizzazione educativa del Capo.

    In questo nostro improvvisarci psicologi e sociologi abbiamo spesso dimenticato di considerarci come una variabile molto influente sul gruppo. Insomma ci siamo chiesti: perché Pierino dice le bugie? (lodevole passo avanti rispetto all’etichettarlo bugiardo) quando dovremmo chiederci: perché Pierino dice le bugie a me? Anche se ciò comporterà una osservazione di noi stessi, a volte scomoda, dobbiamo convincerci dell’importanza del capo nel modificare la dinamica del gruppo, includendo sui rapporti che si creano e quindi sullo sviluppo di ogni ragazzo: quello che è una unità dipende in buona misura da chi e da come gioca questo ruolo. Naturalmente ciascun membro di un gruppo ha sugli altri una qualche influenza, ma il capo o i capi sono quelli che hanno di gran lunga la massima influenza (Polansky). Per questo non credo che affermare, come fanno alcuni giovani capi, di essere uguali ai loro ragazzi e di sforzarsi per esserlo sia un modo di risolvere seriamente il problema: non è il negare la pericolosità di un’arma che si ha in mano che serve a renderla più innocua, anzi.

    TIPI DI AUTORITA’

    Autorità promotrice si ha quando gli interessi di chi comanda e di chi segue sono rivolti in una stessa direzione. Il successo di chi comanda è legato al fatto che egli riesca a far progredire chi lo segue. Il capo usa la propria condizione per aiutare le persone a lui soggette, in modo da ridurre progressivamente la loro inferiorità e renderle libere. Si sviluppano reciproci sentimenti positivi (amore, confidenza, stima, ecc.). L’autorità promotrice è razionale, si fonda sul consenso attivo e ragionato ed è volta ad ottenerlo.

    Autorità lassista si ha quando il capo si disinteressa dei seguaci lasciandoli in balia di loro stessi. Se essi necessitano per sviluppare la loro potenzialità dell’aiuto, della guida, del consiglio del capo sono fortemente danneggiati da questa assenza. Purtroppo questo tipo di autorità è spesso confusa con quella promotrice, mentre può provocare blocchi dello sviluppo persino più gravi di quelli prodotti dall’autorità inibente.

    Autorità inibente si ha quando il capo utilizza la propria posizione per sfruttare o coercire gli altri. E’ caratterizzata da una netta sfiducia del capo verso i seguaci la cui inferiorità egli vede irrimediabile o, in ogni caso, utile ai propri scopi, e perciò non ha alcun motivo per cercare di ridurla ma anzi tende ad accrescerla; questo tipo di autorità è fortemente alienante ed evolve in senso irrazionale in quanto consente una adesione al capo soltanto emotiva, che cioè non tenga conto dei dati della realtà o addirittura li deformi al fine di evitare la presa di coscienza di essere trattati come persone cronicamente inferiori. In conclusione, la differenza più sostanziale sta nel fatto che l’autorità inibente è costretta per mantenersi a sfruttare nei ragazzi bisogni immaturi (dipendenza da figure paterne, rinuncia all’autonomia, gratificazione per mezzo della identificazione nel capo, ecc.) e quindi favorisce la regressione, mentre l’autorità promotrice potenzia i bisogni più elevati e la maturazione. I tre tipi di autorità si esprimono in atteggiamenti diversi del capo: è chiaro che anche se si tende a distinguere tre tipi di capo (democratico, lassista, autoritario), nella pratica è difficile riscontrare il tipo puro ed in ognuno di noi, a ben guardare, coesistono tutti e tre gli aspetti a seconda della situazione.

    AUTORITÀ AUTORITARISMO AUTOREVOLEZZA

    Quando si parla di ‘Capi’ nello scautismo si cerca sempre di dare al termine un significato particolare, diverso dalle solite accezioni, per indicare un rapporto tra adulto e ragazzo fondato sulla fiducia reciproca e sulla volontà di aiutare il ragazzo a costruirsi da solo, a diventare se stesso, a realizzare la sua identità unica e irripetibile non come copie di uno stereotipo né di un modello carismatico. Si accenna all’autorità del capo come alla responsabilità dell’adulto verso chi sta cercando la propria strada su delle tracce già segnate, definite come ‘tracce scout’.

    È stata la scoperta di Baden-Powell, la sua intuizione educativa che ha iniziato nel mondo del nuovo metodo pedagogico, l’idea di dare al ragazzo proposte concrete, inviti di comportamenti da sperimentare nella vita per coglierne poi il valore teorico. Partire dall’azione per giungere al pensiero, vivere avventure positive e affascinanti per poi scoprirne il valore oggettivo da rendere criterio di scelte nuove, arrivare all’ideale attraverso piccole esperienze concrete, è il sistema scout, è la ricchezza inesauribile di questo particolare modo di vita.

    Qual è allora il compito del capo, specialmente nell’ambito del roverismo scoltismo, quando il ragazzo ha già compiuto un percorso che gli ha fatto scoprire alcuni valori decisivi per la sua vita? Si parla di ‘non-direttività’, di apertura alle iniziative personali di ciascuno, di rispetto di ogni scelta come terreno di esplorazione, di accettazione di gesti e atteggiamenti che il ragazzo ritiene opportuni.
    Alcune teorie pedagogiche di questi ultimi decenni insistono sul senso di libertà e di responsabilità da rispettare se si vuole far crescere la personalità autentica di ciascuno. In altre parole, si ha paura dell’autoritarismo, della volontà del capo imposta come infallibile e come unico criterio di verità e di bontà, si ha paura del capo come ultimo punto di riferimento come criterio indiscusso per ogni scelta. E in questo senso è una paura sacrosanta, anche perché non si estingue mai in nessuno la voglia di protagonismo, di un potere sulle coscienze che fa sentire importanti e utili per il bene del prossimo.

    Anche nello scautismo, il pericolo di autoritarismo sussiste sempre come impegno di un servizio onesto e competente, e non di rado lo si vive come un fatto meritorio.
    Ben venga allora il richiamo all’autoeducazione, come scoperta dei valori di ciascuno, come rispetto del segreto delle persone, come attesa del “prodotto finito” passando per il cammino imprevedibile di ciascuno. Ben venga, quindi, la posizione di chi credendo nella ‘vocazione’ di ogni uomo da parte di Dio che crea ciascuno affidando a ciascuno un compito particolare da realizzare con delle doti utili allo scopo, non si intromette con le proprie azioni direttive per lasciare tutto lo spazio alla verità originaria di ciascuno.

    Ma questa non direttività non è poi così facile come sembrerebbe, non è solo il “lasciar fare” indiscriminato, pronti se mai a richiamare, a correggere, non è stare alla finestra per vedere come agisce la persona o quasi obbligati ad approvarne qualunque scelta. Un atteggiamento del genere non avrebbe nulla di educativo e potrebbe diventare addirittura una complicità con condotte negative e quindi tradimento del compito stesso del capo.

    Per non essere autoritari non è necessario scomparire lasciando campo libero al ragazzo, che comunque non sarebbe mai del tutto ‘autonomo’ bensì condizionato pesantemente dalla mentalità corrente, È vero che nel gruppo dei pari, il ragazzo impara a scoprire se stesso e a confrontarsi, a misurare le proprie forze senza possibilità di nascondimenti né di maschere. Ma è anche vero che il ragazzo ha bisogno di un aiuto per discernere, per leggere in verità i messaggi che ritrova dentro se stesso e nell’ambito in cui vive.

    Qui, allora, emerge l’aspetto più importante e più caratteristico del capo: è la sua ‘autorevolezza’, il fascino della sua personalità che vive in prima persona ciò che i ragazzi stessi stanno cercando in modo più o meno cosciente. Il capo diventa il personaggio che ha già conquistato quel modo di vivere tante volte presentato in schemi teorici, colui che pur nei limiti e negli insuccessi quotidiani, gode di essere ‘scout’, di realizzare gli ideali sognati e perseguiti giorno per giorno.

    Anche se manca il comando preciso o il divieto perentorio, se non c’è più il peso del precetto da osservare meticolosamente, c’è -ed è più intenso- il richiamo di una esperienza realizzata, il fascino di una personalità serena e libera che segue con gioia la linea tante volte sognata e cantata nei bivacchi e nelle cerimonie sempre così suggestive. È questo il compito del capo, non un autoritarismo che si impone, né una presenza passiva e silente, e nemmeno una dipendenza dai ragazzi stessi, quasi a rimorchio delle loro scelte nella illusione di rispettare la loro personalità: ma la gioia di vivere l’ideale scout nella propria realtà di adulto, di avere dato un volto preciso alla propria vita aperta al servizio in tutte le direzioni, di costruire già quel mondo un po’ migliore di come è stato trovato” che è il perenne criterio della propria condotta. Così il capo svolge un compito immancabile nel cammino del rover e della scolta, un compito che scende nell’intimo della persona perché si tratta non di comandi né di imposizioni cervellotiche, ma di scelte e atteggiamenti vissuti in prima persona. Il capo vive la sua scelta scout come orientamento integrale della propria vita, come caratterizzazione della propria persona: quando è insieme ai suoi rover e scolte, nei capitoli, nelle riunioni, nelle routes, il suo ‘stile’ – cioè tutto il suo modo di fare, di parlare, di gestire, il suo rapporto con gli altri e con le cose- attua l’ideale scout, rende viva quella ‘legge’ che è diventata abitudine ed espressione di sé.

    È così che l’obbedienza non è un’adesione acritica o una sottomissione forzata, quanto il gusto di appropriarsi di quelle caratteristiche particolari presenti nel capo e da lui godute come elementi fondamentali del vivere.

  • Essere adulti e le relazioni tra adulti in Comunità Capi

    Sondaggio: voi, in fondo in fondo, pensate veramente di essere degli adulti?

    Credo che diventare adulti oggi non sia un traguardo accattivante.
    Fatichiamo a diventarlo perché essere adulti significa fatica, responsabilità, impegno, coerenza…
    Allora lo diventiamo per inerzia.
    Credo che oggi si diventa adulti per inerzia, non per scelta.
    Ti ritrovi adulto, è un po’ ti dispiace.

    Fatico a pensare alle coca come comunità di adulti. Era un sogno di qualche decennio fa, quando si inorridiva al solo pensiero della “quarta branca”. Animatore della coca, questa era la figura. Adesso c’è il capogruppo, che non è solo un “rappresentante” o un “animatore” della coca.
    Fatico anche a far morire il sogno di una comunità di persone che scelgono di servire, di voler bene ai ragazzi con consapevolezza e maturità. Non accetto l’idea di fare solo animazione. Noi siamo educatori.

    Quali sono i motivi di questa doppia anima della coca?
    Sono alcune immaturità a volte fisiologiche o sociali e altre strutturali, proprie del nostro modo di fare scoutismo. Vediamone alcune.

    “Ci sto perché mi fa stare bene”, e non “ci sto per servire”

    Le coca spesso sono un di più, una medicina amara per poter far servizio con i ragazzi.
    E’ più importante e gratificante fare attività che non partecipare in coca (+ zona, regione).
    Ma allora qual è la qualità della scelta di servizio. E’ possibile per un ragazzo di 20 anni fare una scelta di servizio, oggi?

    “I giovani capi si trovano in una fase della loro vita dominata dal desiderio di relazioni affettive stabili e , spesso, dall’ansia di trovare una proprio collocazione nel mondo del lavoro. In questo quadro di forte instabilità viene chiesta loro un’assunzione di responsabilità e di competenze che li porta a dirottare i loro interessi sugli altri, spesso distogliendolo da se stessi, con la conseguenza di perderli nel giro di pochi anni.”

    Come agesci ci dimentichiamo spesso che le analisi giovanili riguardano anche i nostri giovani capi, e quando diciamo che si compiono scelte serie solo a 30 anni dimentichiamo che la partenza noi la diamo a venti, e che poi, in coca, a questi ragazzi chiediamo di aderire al patto associativo ! (l’avete presente?), di essere fedeli e di rimanere 3 anni…
    E’ bene puntare alto, ma ricordiamoci delle “ali” ancora fragili, qualcuno deve pensarci…
    Credo che ci voglia consapevolezza (scelta), gradualità (gradini che devono rendersi visibili) e sano protagonismo.

    Staff, non pattuglie

    Le caratteristiche principali sono il verticalismo, la presa di responsabilità, la progettualità. Quale verticalismo offrono le nostre staff? E progettualità? Spesso come capigruppo sottovalutiamo l’importanza di una buona esperienza di staff, per privilegiare quella di coca.
    A volte non entriamo in merito a ciò che accade nelle staff, e ci meravigliamo quando i problemi e i conflitti esplodono violenti in coca. Meglio prevenire che curare, e quindi dobbiamo infilare la testa nelle staff.

    La figura del capo gruppo

    Cosa deve essere il capo gruppo? Coordinatore, moderatore, organizzatore, burocrate, oppure anche riferimento umano e morale ? Qual è il criterio che usiamo in coca ad inizio anno per scegliere il capogruppo?
    Progetto del capo come progressione personale?
    Ciò non toglie che la coca deve camminare con le proprie gambe, e non con quelle del capogruppo. Le responsabilità della coca devono rimanere tali, guai se il capogruppo per efficienza o senso del dovere se ne fa carico.
    E’ difficile essere riferimento umano e morale se non c’è un’adeguata esperienza alle spalle e alcune capacità di mediazione, equilibrio, senso delle cose, ragionevolezza e amore per i capi.
    Non tutti i bravi capi riescono ad essere dei bravi capigruppo, oppure si può esserlo in un certo momento della propria esperienza scout. La coca deve farsi carico della delicatezza di questo ruolo, e quando si fanno le staff deve tenerne conto (primo ruolo da trovare?).

    Cammino di fede

    Spesso lo si intuisce come strumento per l’attività, pensando che i destinatari siano soltanto i ragazzi. In coca viviamo un percorso di fede che ci aiuti a motivare il nostro essere educatori?La fede è il motivo per cui serviamo?
    Credo inevitabile che chi entra in coca non sia solo motivato dalla fede: il percorso che la coca deve fare è arrivare a maturare questo senso del servizio. Può anche darlo per scontato, dando la colpa ai capi clan, ma ne pagherà le conseguenze.
    Ma fede il più possibile legata alla vita. Uno dei problemi più grandi del mondo cattolico è il distacco tra fede e vita. Scarseggiano i testimoni “cerniera”, chi riesce a raccordare il mondo delle pratiche religiose con quello che ha a che fare con il senso della vita.

    La figura dell’assistente

    La fede non può continuare a fare da cornicetta alle nostre attività. In coca, come adulti, dobbiamo fare esperienza di Gesù e di salvezza, non abbiamo scelta. E allora la presenza di un assistente diventa importante, altrimenti possiamo usare anche i bignami di catechesi. Credo comunque utili e importanti le catechesi, i momenti formativi, magari assieme all’AC per ottimizzare i tempi, ma Gesù non passa attraverso una conferenza plenaria. Gesù ha creato una comunità di 12 apostoli, non di 1200, e con loro ha mangiato, ha dormito, ha risposto alle domande più ingenue, ha sostenuto nelle debolezze più umane, ha sofferto per i tradimenti. C’è stata esperienza di comunità. Poi li ha mandati.

    “Una cosa che ho capito per strada guardando le comunità capi è che è perfettamente inutile richiamarsi al dover essere di una comunità se non si è sperimentato almeno in qualche misura il piacere di essere una comunità e l’aiuto che dà essere una comunità. Occorre sperimentare ciò che la comunità dà in termini di positività, di sostegno, di allegria.” Anna Perale

    Se le risorse mancano, se le vocazioni diminuiscono, se il tempo è tiranno, la soluzione per me non sta nelle catechesi di massa, né sui canali satellitari, né su internet. Sta nel prendersi cura di piccole comunità di laici perché poi germoglino in comunità più ampie.
    Quindi non momenti di preghiera confezionati ad arte da professionisti, ma presenza e supporto nei maldestri tentativi laici di pregare il Signore.
    Sostegno ai capi nella costruzione di itinerari di catechesi per i ragazzi che mettano in evidenza la centralità del messaggio di Cristo.
    Sostegno ai capi nelle loro fragilità, nei momenti in cui il capo bambino prende il sopravvento sul capo adulto, quando nemmeno il capogruppo può farci molto.
    Lo so, sto facendo riferimento alla figura di un AE con del tempo da spendere e di una certa esperienza, ma, ripeto, il problema non è di tipo culturale, è relazionale.

    La formazione in coca

    Credo ci sia bisogno di un delicato mix. In linea di massima l’iter associativo dovrebbe garantire una buona preparazione metodologica, supportata dalla zona. Non spenderei il tempo della coca in tecniche, anche se a volte è necessario. La coca, per come è fatta, per i numeri, per la sua fisionomia, la vedrei riflettere sull’intenzionalità educativa che dobbiamo e possiamo agganciare agli strumenti, sulla realizzazione e di un progetto educativo che contraddistingue la nostra associazione dalle altre, sulla visione di un sogno più o meno condiviso che è il vero motore di un capo e di una coca, cioè l’orizzonte di qualcosa di più grande dell’attività, del lupetto, del campo, del mio essere in coca oggi e in questo gruppo.

    Ma è difficile. Bisogna che la coca riesca ad uscire da se stessa, e cammini per la strada del proprio quartiere e paese, strabica perché con un occhio deve guardare la crisi in Iraq, la globalizzazione, i problemi ambientali, e con l’altro il tessuto sociale della piazza in cui vive, le tensioni in parrocchia, la discarica del paese vicino. Se per un anno di attività di coca abbiamo solo parlato di come si fa la progressione personale e il nodo piano forse avremmo perso alcune opportunità.

    Lo scautismo non è “vecchio”. Alcune tecniche per accendere un fuoco o per legare i pali erano già “inutili” nell’Inghilterra di BP. Il problema è che ci ricordiamo cosa fare ma ci sfugge a volte il motivo per cui lo proponiamo. E i ragazzi avvertono l’inutilità delle esperienze perché non vengono aiutati a coglierne il senso. Non che debba essere spiegato, ma deve essere almeno chiaro in mente di chi conduce l’attività.

    A cosa dobbiamo educare? Qual è l’uomo e la donna della partenza?

    “Adulti paurosi di ogni diversità e di perdere qualcosa nella condivisione con altri di diritti ed opportunità, sempre in gara con tutti, tristi e abbronzati, oppure donne e uomini che hanno obiettivi alti, al limite del sogno, che sanno rischiare e anche perdere, farsi carico di persone e situazioni, avendo scoperto in questo la felicità dell’esserci, la ricchezza della strada, la bellezza della condivisione?”

    Sappiamo raccordare la pionieristica o la route con venti kg sulle spalle in agosto con questo sogno?
    Anna Perale parlava di “crescita permanente” più che “formazione permanente”, che dal più il senso di capi da aiutare a crescere, non dando per scontato nulla.

  • Don Chisciotte – Francesco Guccini

    “Don Chisciotte”
    di Francesco Guccini
    dall’album “Stagioni” EMI 2000

    L’alba, in autostrada. Camion pesanti in sorpasso che non lasciano correre. Accendo il lettore e parte la traccia 7 del cd che ascoltavo la sera prima, è Guccini e la canzone si intitola “Don Chisciotte”.
    Un ritmo incalzante mi risveglia i sensi e mi incuriosisce il dialogo cantato fra il Francesco/DonChisciotte e “Flaco”Biondini/Sancho Panza.

    “Proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto di uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto: vammi a prendere la sella…” esorta un don Chisciotte volenteroso e indomito, votato contro l’ingiustizia.
    “Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore (…) è un testardo, un idealista, troppi sogni nel cervello, io che sono più realista mi accontento di un castello” sussurra tra sé un Sancho con i piedi per terra.

    Non c’è più l’autostrada, l’auto mi ha capito e va da sola. E io penso a quand’ero don Chisciotte, non tantissimo tempo fa, a quando la passione mi riempiva le ore, fino a dilatarle, a quando guardavo i problemi del mondo dritti negli occhi senza abbassare i miei, a quando cinque riunioni la settimana non erano un’idiozia, a quando ero certo di essere veramente utile a qualcuno… . Mamma, sellami il cavallo, c’è bisogno di me. Sì… ho le chiavi e torno presto.

    “Salta in piedi Sancho è tardi, non vorrai dormire ancora. Solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri” esclama sempre più convinto don Chisciotte.
    “Io sarò un codardo e dormo ma non sono un traditore! Credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane il solo metro che possiedo, com’è vero che ora ho fame!” si giustifica il buon Sancho.

    Sancho io lo capisco. Lo capisco adesso, quando a forza di riunioni non vedo mia moglie per giorni e dico “non è giusto!”. Quando vedo che quanto è stato costruito con pazienza e fatica di molti viene sprezzato e spazzato via dall’ignoranza e superficialità di pochi. Quando vedo che è vero che non saremo noi a vedere i frutti, e dubito anche per i nostri figli. Quando vedo che il “noi” di un tempo era spesso un “io” ottimista.
    Mamma, domenica veniamo a pranzare da voi. Sì, saremo puntuali.

    Alla fine, dopo aver duettato ancora un po’ ciascuno secondo il suo punto di vista, entrambi, in coro, cantano: “…e anche se siamo soltanto due romantici rottami sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte, siamo i grandi della Mancha, Sancho Panza e Don Chisciotte!”
    Chi dei due avrà compreso l’altro? Chi dei due farà strada e chi accompagnerà?
    Per mille saraceni indiavolati! Sto sfrecciando a 100 km/h, e non riesco a capire se quello ad un centinaio di metri è un feroce drago o il casello autostradale… E adesso chi frena? Non occorre, ho il Telepass! Hai capito, don Chisciotte? Io ho il Telepass…

  • Non dirle che non è così – F. De Gregori

    Tre personaggi. Chi parla, chi ascolta e colei a cui ci si riferisce.
    E il tempo e la memoria di sfondo “Il passato è ancora qua, e so a memoria i ricordi, e il tempo prende velocità“.
    De Gregori canta Bob Dylan (“If you see her say hello”), qui sotto le due versioni.
    (altro…)

  • Protagonismo

    “Protagonismo” non è una parola che suona subito bene…
    Si pensa a chi vuole essere al centro dell’attenzione, si da al termine un’accezione negativa.
    Eppure tutto lo scoutismo di Baden Powell punta su questo, il protagonismo dei ragazzi.
    “Guida da te la tua canoa” è l’espressione più famosa del nostro fondatore, proprio per indicare l’importanza per ogni ragazzo-uomo di prendere in mano la propria vita, di farsene carico, responsabilmente, senza delegare la decisione della “rotta” da tenere ad altri.
    Detta così anche questa indicazione suona strana. Da soli ? Cos’è questa ambizione a far tutto da soli ? E la comunità ? E l’esperienza degli adulti ? Si dovrà pure imparare da qualcuno ?
    La comprensione del significato del protagonismo indicato dal nostro fondatore sta nella differenza tra l’addestramento e l’educazione.

    Addestrare significa avere delle nozioni, delle informazioni, delle capacità da comunicare, trasferire. Io so fare qualcosa, adesso lo insegno anche a te. Nulla di male, guai se mancasse nelle nostre case e scuole questa funzione.

    Se fosse importante insegnare ad accendere un fuoco, o piantare una tenda, o a farsi lo zaino, evidentemente potremmo risolvere la questione dello scoutismo in un paio di mesi, o con un bel manuale.

    Invece allo scoutismo interessano le dinamiche di relazione che si creano in una squadriglia quando ci si deve preparare al campo o ad una impresa, interessa la capacità di ciascun ragazzo di porsi degli obiettivi, piccoli ma concreti, per fare passi in avanti, perché la complessità della vita richiederà sempre passetti in avanti. Ci interessa di più quando la regola di un gioco non viene rispettata, perché ci da l’occasione per domandarsi il motivo dell’esistenza delle regole e decidere assieme che sono indispensabili.
    Ci interessano le bugie dei ragazzi, perché vogliamo capire assieme quale mancanza di libertà li ha portati a dirle, più che dispiacerci per la fiducia tradita.
    A noi interessa la persona, a noi interessano i ragazzi e la loro felicità. Il resto sono “esche”, entusiasmanti, appassionanti (a tal punto che ci “prendono” anche noi capi) ma esche per raggiungere i ragazzi.

    A noi interessa EDUCARE, non addestrare.

    L’educazione è di più. Educare significa “tirar fuori”, non “spingere dentro”. Significa aiutare la persona ad esprimere, far emergere, realizzare se stessa. Se stessa, non qualcos’altro. Noi siamo già una grande ricchezza, già da bambini, anzi, ancora prima. Il problema sta nel creare le condizioni e le relazioni che possano favorire la “fioritura” della nostra esistenza. B.-P. diceva che ciascuno di noi, evidentemente anche Bin Laden, ha un  5% di buono in sé. Ed è su quel 5% che bisogna lavorare.
    Questo non significa che ciascuno ha le stesse caratteristiche, risorse e possibilità. Ma significa che sarebbe un guaio se qualche minima, piccola, grande o fantastica dote rimanesse nascosta, come i denari di quel servitore che preso dalla paura di perdere ha nascosto sotto terra. E magari solo perché non abbiamo trovato nessuno che ci ha fatto credere in noi stessi, ci ha dato fiducia e ci ha sollecitati ad essere quello che siamo.
    Ecco che spunta un adulto all’orizzonte. E qui si apre un mondo. Che ruolo ha l’adulto nell’educazione dei ragazzi? Lo scoutismo ha scommesso su quello del “fratello maggiore”. Un po’ perché papà e mamma ci sono già, ma soprattutto perché il compito del capo scout è quello di accompagnare, non guidare. La canoa la guida il ragazzo. Il fratello maggiore è colui che con l’autorevolezza conquistata sul campo (non dichiarata a voce), con qualche anno di esperienza sulle spalle ma con molta discrezione sta a fianco, sostiene quando si cade, stimola quando si è stanchi, sorride quando viene da piangere, accende qualche luce quando il buio fa perdere la via. Ma non si sostituisce mai a chi deve camminare con le proprie gambe, perché lo scopo non è arrivare, ma mettere nelle condizioni gli altri di arrivare, anche quando tu non sarai più al loro fianco.

  • Felicity – Route Capi di Zona alla ricerca della Felicità

    Rappresentazione di lancio della Route di Zona per Capi sul tema della felicità

    Introduzione

    Voce 1 fuori campo: Degli scout che cercano al felicità… Dei capi scout che cercano la felicità…
    Inaudito, significa che non hanno capito niente, e peggio ancora che ai campi scuola non hanno imparato niente.
    “Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri”, l’ha  detto Baden Powell, è un’assioma e deve bastare.
    E allora perché quella faccia triste laggiù? Perché quel malumore al pensiero di alzarsi per l’attività con il reparto? Perché quelle lacrime in comunità capi? Perché quel senso di insoddisfazione per i sacrifici e ciò che ci perdiamo? Perché quelle frasi “tocca sempre a me”, “non ce la faccio”, “ho bisogno di tempo per me”?
    Non basta la citazione di Baden Powell?

    Voce 2 fuori campo con proiezione di immagini del numero 8 “sezionato” su entrambi gli schermi, se si può:

    cercasifelicità

    “La metà di otto … la metà di otto è … lasciatemi pensare … quattro! Dico bene, sì? La metà di otto è quattro, senza dubbio quattro. Uno, due, tre, quattro. Cinque, sei, sette, otto. Sì, la metà di otto è quattro. Il problema è — il grosso-pericolo è — che troppi di noi si fermano lì. Forse l’avete fatto anche voi. La metà di otto è quattro. Punto.
    E dopo aver dato la risposta giusta — la risposta riduttivamente giusta — ci rilassiamo, incrociamo le braccia e aspettiamo una pacca sulla spalla. Un encomio. Il voto massimo sul registro.
    Dunque avere la risposta riduttivamente giusta è la fine. Le menti tirano giù la saracinesca. L’esplorazione, e conseguentemente anche l’educazione e la crescita, finiscono.
    La metà di otto è quattro, non ci sono dubbi. Ma la metà di otto è anche OT, non è vero? La metà di otto è anche zero: la metà inferiore o la metà superiore. La metà di otto è anche tre: la metà destra, oppure una E maiuscola, la metà sinistra. Staccate l’otto dalla pagina e tagliatelo a fette longitudinali sottili, come fanno con il prosciutto al bancone della gastronomia, e la metà di otto è un altro otto, ma più sottile del 50%. E si potrebbe continuare così all’infinito…

    Voce 1 fuori campo: La definizione di felicità di Baden Powell è così profonda e significativa che vale un 8. Cioè vale la pena di scoprire di quante metà si compone, per capirne il senso oltre che impararla a memoria. L’esperienza è la strada principale, ma sarà esperienza anche la condivisione delle nostre strade e pensieri, sarà esperienza anche l’incontro fra capi che non si conoscono o solo di vista, sarà esperienza anche scambiarci lo zaino e portare per un po’ quello dell’altro. Esperienza di ricerca della felicità.

    ATTO 1 – Il risveglio di Felicity

    Apertura con un frammento del brano “Chiedimi se sono Felice” di Samuele Bersani

    Felicity dorme sul divano. La sveglia la voce fuori campo.
    V: “Felicity, sei sveglia?”
    F: “Ora si, stavo sognando.”
    V: “Posso chiederti cosa sognavi?”
    F: “Cose belle, ovviamente.”
    V: “Tipo?”
    F: “Se te lo dicessi finirebbe tutto. Finirebbero di cercarmi, perché i miei sogni sono la salvezza ”
    V: “Di chi? Di chi ti cerca? E chi ti cerca?”
    F: “Tutti. Nessuno escluso. Conosci forse qualcuno che non cerca la felicità?”
    V: “Ne parli con vanto, non è un merito tuo, mi sembra…”
    F: “Infatti, non lo è. E’ un dato di fatto che non mi dispiace. ”
    V: “Cosa provi ad essere così cercata?”
    F: “Indispensabilità e responsabilità, direi”
    V: “Di la verità, un po’ ti diverte…”
    F: “A volte si, è divertente scoprire i percorsi tortuosi che gli umani si inventano per trovarmi, e le grandi cantonate che prendono”
    V: “Non provi compassione per loro?”
    F: “E’ accaduto, ma raramente. Quasi sempre è colpa loro, sono ciechi, sono sordi, sono testardi, ripetono i loro errori, si fanno prendere in giro. Per questo non mi impietosisco per loro. “
    V: “Quando è accaduto invece che hai provato compassione?”
    F: “Oh, non mi va di parlarne”
    V: “Insisto”
    F: “Mi fa male, è non è nella mia indole stare male, anzi, è pericoloso e può essermi fatale”
    V: “Se ti farà male potrai fermarti, ma raccontami, ti prego…”
    F: “Parti male se mi preghi, la felicità non si prega”
    V: “Questa me la scrivo, anche se vorrei tornarci sopra. Allora, mi racconti?”
    F: “Non c’è da andare tanto lontano, sono fatti vicini nel tempo, in questo caso è proprio il caso di parlare del tempo. Ti parlerò di Teresa e del tempo
    V: “Ascolto”

    ATTO 2– Teresa e il tempo

    Apertura con un frammento del brano “C’è tempo” di Ivano Fossati

    F: “Teresa è una ragazza con lunghi capelli castani. O almeno così me la immagino io. Non vedo chi mi cerca, non li posso vedere ma nemmeno vorrei, potrei affezionarmi. Così mi immagino il loro volto. Teresa mi ha trovata, in un’occasione. Mi ha riconosciuta per qualche istante. E da quel momento non smette di chiedersi perché sia durato così poco. E’ così convinta che la felicità debba essere “per sempre” che ha finito per convincersi che quella che ha provato in qualche momento della sua vita non lo fosse veramente.
    Vuoi che ti legga l’ultima mail che mi ha spedito?”
    V: “Si, certo”

    TERESA: “Carissima, ritorno spesso con il ricordo a quel giorno in cui ho creduto di averti, di possederti, e subito mi assale una profonda tristezza, perché da quel giorno non ci sei, non mi abiti più. Eri veramente tu? Mi hai tratto in inganno? Può la felicità visitarmi per un istante e abbandonarmi così repentinamente?
    Era felicità? Credo ancora di aver bisogno di una felicità duratura, che accompagni la mia vita di ogni giorno, e che mi spinga a voler bene ad ogni istante della mia giornata, senza rincorrere il sogno di momenti eccezionali a cui dedicare l’attesa di tutti gli altri. Ma le mie certezze vacillano. Non so cosa pensare.
    L’altro giorno mi sono imbattuta in una scena di un film, alla tv, e ti ho pensata. Vuoi vederla? Hai tempo per me? Parla proprio del tempo…
    Preludio della felicità (dal film “The hours”) http://youtu.be/ApHIDSkpgwE

    http://youtu.be/ApHIDSkpgwE

    Hai visto? Vienimi a trovare, ancora una volta. Fammi capire qual è il tuo tempo. tua Teresa”

    V: “Ha ragione lei a volerti in ogni istante della sua vita?”
    F: “Ti dirò che non lo so”
    V: “Ed è la verità?”
    F: “C’è una verità?”
    V: “Dicevi che Teresa ti ha impietosito…”
    F: “Si, perché è sincera, e la sua domanda non ha una risposta semplice. Vorresti una vita felice ogni giorno? La vorresti davvero? Vorrebbe dire senza dispiaceri? Senza ostacoli? O cosa vorrebbe dire? O vorresti piuttosto vivere dei momenti veramente pieni e perfetti, a costo di sacrificare il resto ad aspettarli? Vuoi aspettare il sabato sera tutta la vita? Cos’è il tempo? Quanto tempo abbiamo per essere felici? Quanto tempo ci rimane per essere felici? Quanto tempo abbiamo sprecato fin’ora nella non felicità?”
    V: “Capisco.”
    F: “Non lo so.”
    V: “Allora fammi capire meglio”
    F: “Alessandro.”
    V: “Cosa?”
    F: “Ti racconto di Alessandro”

    ATTO 3 – Alessandro e la dichiarazione d’indipendenza americana

    Apertura con un frammento dell’inno americano

    F: “Alessandro vorrebbe vivere in America. E’ abbagliato da tutto ciò che splende di stelle e strisce. Dice che loro, gli americani, sanno essere felici davvero, altro che noi italiani piagnoni ed eternamente insoddisfatti. D’altronde il lieto fine l’hanno inventato loro. E poi la faccenda della loro dichiarazione d’indipendenza…”
    V: “Quale faccenda?”
    F: “Non lo sai? Nella dichiarazione d’indipendenza ci sono anch’io, mi hanno inserita di ufficio, senza neanche chiedermelo. Hanno scritto che <<a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità». Quindi, dice Alessandro, chi può essere più illuminato del popolo americano?”
    V: “Tu cos’hai risposto?”
    V: “Che articolo?”F: “Con un articolo, sai che non posso parlargli direttamente”
    F: “Questo, è un breve pezzo di Umberto Eco, lo conosci?”
    V: “Quello del “nome della Rosa”?
    F: “Esatto. Ascolta”
    Il diritto alla felicità (dall’articolo di Umberto Eco) -> leggi articolo
    V: “Io trovo che comunque la loro dichiarazione del diritto alla felicità ha una sua altezza quasi poetica”
    F: “Si, ma se hai ascoltato bene il problema sta nella domanda, dov’è la felicità? Dentro me o dentro gli altri?”
    V: “Chi meglio di te può saperlo?”
    F: “E chi meglio di te può sperimentarlo?”
    V: “Dentro me, forse.”
    F: “E allora sei a posto, cosa cerchi fuori? Stai perdendo tempo”
    V: “E’ negli altri?”
    F: “Se è negli altri è anche in te, o sei l’unico diverso dagli altri?”
    V: “Mi fai confusione”
    F: “Sei confuso di tua natura, non dare la colpa a me.”
    V: “Perché non mi dici chiaramente in quale luogo sei?”
    F: “Te lo spiega Francesca, mi manda almeno un whatsapp al giorno.”

    ATTO 4 – Francesca e il ritorno alla natura

    Apertura con un frammento di un brano della colonna sonora di “Into the Wild”

    F: “Francesca è bionda, ne sono sicura. Corre a piedi, attraversa prati e boschi. Indossa scarpe da corsa e guarda il sole schiudendo appena gli occhi. Sai qual è il suo film preferito?”
    V: “Non saprei”
    F: “ ‘Into the wild’, naturalmente.”
    V: “Perché ‘naturalmente’ ?”
    F: “E’ convinta nella felicità stia nel ritorno alla natura, ed è scettica sull’uomo. Senti il suo ultimo messaggio…”

    FRANCESCA: “Senti, hai pensato alla nostra ultima discussione? Io sono sempre più convinta che cercarti negli altri sia tempo perso, dimostra la mia debolezza nel dovermi affidare ad altre persone. Tu sei ovunque, perché limitarti ad abitare negli esseri umani? Ho riguardato il mio film, “Into the Wild” e ad un certo punto mi sono detta che devi proprio guardarlo. Ti lascio il link ad una scena in particolare, guardala e poi parliamone. E rispondi ai miei messaggi! Fai la preziosa?”

    Non è solo negli altri – Dal film “Into the wild” http://youtu.be/1Epg_O8R358

     

    V: “Accidenti, convincente”
    F: “La ragazza è in gamba, per quello ti racconto di lei. Ma ti ha proprio convinto?”
    V: “Ci sto pensando”
    F: “Davvero pensi che la Natura dia felicità? Dovresti passare per Fukushima, in Giappone, a vedere la natura con il suo tzunami cosa ha lasciato. Certo se invece pensi alle vette alpine, ai ruscelli generosi d’acqua, al colore dei mari tropicali… Di quale natura parliamo? La natura non lascerà traccia del tuo passaggio.”
    V: “Certo che per essere felicità sei piuttosto cinica”
    V: “Come hai fatto a farla ragionare?”F: “Cerco di farti ragionare, come ho fatto ragionare Francesca.”
    F: “Con i suoi stessi mezzi, le ho risposto con un semplice link”
    Solo se condivisa – Dal film “Into the wild” http://youtu.be/ukTuGZ684_o

    V: “Quindi tu esisti nella condivisione con gli altri”
    F: “Dico solo che non mi piace quando cercano di ingabbiarmi in una definizione o in un luogo o in un tempo, e dimostro che puoi anche provare a farlo ma che sarai sconfessato.”
    V: “Sto pensando a chi dice che sei in Dio e che seguendo Dio si arriva a te, ti senti ingabbiata anche in questo caso?”
    F: “Giochi duro.”
    V: “Anche tu sei dura con me”
    F: “Ok, tregua, abbassiamo i toni.
    V: “Ok.”
    F: “Ho capito cosa intendi quando mi associ a Dio. Probabilmente intendi questo…”

    ATTO 5 – Felicity e Dio

    Perfetta letizia (dal film San Francesco) http://youtu.be/DTFon58Gjrs

    F: “Volevi dire questo, vero?”
    V: “Più o meno. Se penso ad un uomo felice mi viene in mente San Francesco, si.”
    F: “L’ho conosciuto”
    V: “Era felice?”
    F: “Non posso dirtelo. Come non posso dire se tu sei felice.”
    V: “Non so cos’altro si potrebbe aggiungere sull’argomento, San Francesco spiazza tutti”
    F: “Si, spiazza, così tanto che alla fine continui a fare la vita di prima. Perché lui per diventare San Francesco ha lasciato tutto, si è vestito di stracci, mangiava a volte, stava con i lebbrosi. Non mi dire che sono metafore, ha fatto così, lui. Tu invece?”
    V: “Non ancora”
    F: “Lo farai? Devi terminare gli studi? Devi pagarti le tasse universitarie? Devi comprare la benzina per la tua auto? L’hai comprata a rate? Hai un mutuo? Una famiglia da sfamare? Dei bambini da crescere? Ci tieni alla tua carriera? Caspita, proprio come San Francesco.”
    F: Ti faccio vedere una scena che riassume bene dove ti voglio portare…V: “Dove mi vuoi portare?”
    Lite su Dio (dal film “The Big Kahuna)


    V: “Ci vuole ben altro per offuscare San Francesco, ma ho capito che vorresti distruggere ogni mia certezza”
    F: “Sto solo ricordandoti che il numero otto ha tante metà, e che devi trovarle tu. Mi sta facendo male questa discussione, forse è meglio se mi fermo”
    V: “Non adesso, permettimi ancora una domanda”
    F: “Quale?”
    V: “Stai nelle cose reali o nei pensieri?”
    F: “Te la sei tenuta per ultima, questa domanda?”
    V: “Come la caramella più buona”
    F: “Dici così perché credi di sapere già la risposta”
    V: “Ho un’idea, ma lo chiedo a te”
    F: “Paolo è come te, crede di sapere la risposta ma in fondo crede in un altro modo”
    V: “Chi è Paolo?”

    ATTO 6 – Paolo, l’essere e l’avere

    Apertura con un frammento di un brano “new-age”

    F: “Paolo mi cerca al telefono, non ha il computer, né lo smartphone, e sai perché? Perché crede nella sobrietà, nell’essenzialità, rifiuta il consumismo, gli oggetti, la tecnologia che crea dipendenza. Paolo è un puro.”
    V: “Sarà felice così.”
    F: “Vorrebbe essere felice così. E infatti mi cerca, e mi lascia messaggi in segreteria. Senti questo”

    PAOLO: “Ciao, non mi rispondi mai, avrai i tuoi motivi. Ma volevo dirti cosa penso di te, dovresti ascoltarmi. Tu sei dove non ci sono cose, tu sei dove quello che si ha non ha importanza, dove invece importa ciò che sei. Le cose, i soldi, gli oggetti, sono il contrario di te. Più ti cercano in queste cose, più si allontanano da te. Odio la pubblicità, non guardo la tv, non mi interessano le firme, mi sposto in bicicletta. Faccio meditazione. Tu che puoi farlo, guarda in internet il video di Terzani, ho appena finito di leggere un suo libro e l’ho trovato davvero illuminante. Così capisci cosa voglio dire.”

    F: “Ecco il video, l’ho trovato”
    Monologo sulla felicità (dal docum. Tiziano Terzani) http://youtu.be/n61VzOixOnA

    V: “Avevo ragione a pensarla così anch’io, mi stai dicendo questo.”
    F: “Vorresti sentirtelo dire, ma non te l’ho detto io”
    V: “Ma… come… io la penso come Terzani e come Paolo…”
    F: “E quindi vuoi dirmi che milioni di persone che hanno lo smartphone in tasca, come te, stanno sbagliandosi clamorosamente? Vuoi dirmi che una bella auto non ti da alcuna felicità? Vuoi dirmi che vestirsi di firma, tagliarsi i capelli come un sioux, comprarsi la montatura degli occhiali verde fosforescente, indossare la felpa che vendono solo a NewYork non serve proprio a niente?”
    V: “Si, esatto. Non ne sarò la dimostrazione lampante, ma è il mio pensiero”
    F: “E perché non ne sei la dimostrazione lampante?”
    V: “Perché non sono perfetto, credo, sono incoerente”
    F: “Io non credo sia questo. E’ perché tu, in realtà, provi felicità a possedere cose, e ad arrivare primo.”
    V: “Ma no, è una felicità passeggera”
    F: “Abbiamo forse appurato che io sono per sempre?”
    V: “Non lo abbiamo appurato.”
    F: “Ecco. E adesso cambiamo parole al discorso, vediamo se cambia qualcosa: “vuoi forse dirmi che un bel film visto in tranquillità non ti rende felice? Vuoi forse dirmi che ascoltare una buona musica non ti soddisfa? Che la lettura di un bel libro non ti gratifica? Che vivere in un bel posto, in una bella casa in campagna, dove poter ammirare le stagioni che si susseguono non ti rende più felice? Guarda.”
    La vera felicità  (dal film “Into the wild”) http://youtu.be/wKqfILINemI

    F: “Allora? Le parole sono importanti, vero? Quasi quasi è importante anche avere cose per essere felici, assieme agli affetti. Stai forse pensando che a questo mondo tutto è relativo?”

    ATTO 7 – A presto, felicità

    V: “Sto pensando che non ti sopporto più. Sono io che voglio smettere questo confronto”
    Felicity esce di scena, a sottolineare il fatto che appena la voce intende allontanarsi lei “sparisce”.
    F: “Non mi lasciare”
    V: “Cosa?”
    F: “Non mi lasciare, resta qui.”
    V: “Non ti capisco, ora tu cerchi me…”
    F: “Non hai capito.”
    V: “Cosa devo capire?”
    F: “Che io ti amo”
    V: “… mi lasci senza parole. Sono… sorpreso… e imbarazzato…”
    F: “Ti prego, resta qui, accanto a me.”
    V: “Sono qui. Perché hai bisogno di me?”
    F: “Perché io non sono nulla, non esisto. Non ci sono, capisci? Guardati attorno, mi vedi? Mi trovi? Quando ti svegli al mattino non mi trovi accanto a te. Quando cammini per andare verso il tuo giorno, non sono accanto a te. Quando parli con chi incontri, io non sono lì con voi. Quando vai a riposare, la sera, non mi addormento accanto a te. Ecco perché ti chiedo di restare. Per esistere.”
    V: “Io…”
    F: “Tu?”
    V: “Ci devo pensare. Il tuo amore mi lusinga, e te ne sono grato. Ma devo pensarci. Ora devo andare.”
    F: “Tornerai?”
    V: “Quando ti avrò trovata, te lo prometto.”

    Buio totale in scena, qualche secondo di silenzio e poi…

    Monologo (dal film “The Big Kahuna”)   https://www.youtube.com/watch?v=jMScVXySbk4

  • Osservazione e deduzione

    Lord Robert Baden Powell
    Lord Robert Baden Powell

    Baden Powell era un militare, e ha svolto servizio prevalentemente in Africa. Lì ha potuto esercitare l’arte dello scouting, dell’esplorazione. Da questa attività ha preso spunto la sua idea di “Osservazione e Deduzione”, punto importante del metodo scout.

    Leggendo “Scoutismo per Ragazzi” si può scoprire che all’argomento è dedicato un intero capitolo, il quarto, che comprende 3 chiaccherate, che prenderei come guida per quella di stasera:

    • osservazione di “indizi”
    • come seguire la tracce
    • interpretazione delle tracce o “deduzione”

    Prima però una domanda. Perché B.-P. ha ritenuto così importante il tema dell’osservazione e deduzione da proporlo nel suo libro più famoso? Bisogna proprio ammettere che l’approccio di Baden Powell spesso è diverso dal nostro: aveva le idee così chiare che non ha perso molto tempo a spiegare perché individuare e seguire un traccia sia tanto importante per la vita di ciascuno. Ha detto semplicemente e testualmente che

    “Ricordate: uno scout considera sempre come un grande disonore che un profano scopra una qualunque cosa prima di lui, e ciò sia che si tratti di una cosa molto distante, che di una che ci stia quasi sotto i piedi”.

    Sembra di ascoltare i punti della legge: “lo scout è… “ Noi cresciuti in una società complessa e relativizzante non riusciamo a digerire facilmente una affermazione del genere, abbiamo bisogno di una dimostrazione, dei motivi, del motivo che ci sta sotto. E invece B.-P., cresciuto forse in un mondo più semplice (anche se più difficile), ritiene che sia ovvio dover essere bravi osservatori e poi deduttori, così ovvio da non doverlo motivare. D’altronde se vivessimo nella foresta con gli indigeni e le belve selvatiche verrebbe ovvio anche a noi pensare che saper riconoscere le impronte, gli odori, le piante, sia essenziale.

    Il problema è che nel nostro intimo crediamo che la foresta viva di regole diverse da quelle del nostro mondo. Ecco perché con i ragazzi rischiamo di fare meno scauting e più teoria.

    E come dire: “Vuoi giocare a calcio? Devi saper calciare un pallone con i piedi” Ovvio.

    E allora “Vuoi essere uno scout? Devi imparare a seguire le tracce”. Poi alla fine capirai che questo è servito alla tua vita, senza che nessuno te l’abbia motivato prima di provarlo.

    Tutta questa disquisizione per dire una cosa: la proposta scout è di per sé “Osservazione e Deduzione”. Prima la provi, ti butti, ti dai da fare, giochi la tua partita, poi ci pensi e ne trai dei significati. Non l’inverso.

    Ma allora come convincere i ragazzi a seguirci senza prima poter dimostrare che ciò che proponiamo è importante? Con le esche. Ciò che proponiamo deve essere allettante, entusiasmante, coinvolgente, appassionante.

    Ma facciamo un passo indietro e torniamo alle chiacchierate:

    Osservazione di “indizi”

    tracce

    B.-P. invita essenzialmente a tenere gli occhi aperti, a camminare per strada osservando le vetrine, la gente che incrociamo, le parole che sentiamo, i rumori e gli odori che avvertiamo. Invita a tener svegli i sensi.

    Se cercate una riga che spieghi perché, rimarrete delusi. Si deve fare e basta. “Potrebbe accadere a qualcuno di voi di essere il primo a scoprire il cadavere di un uomo”. Questo è pazzo. Bene, allora andate a leggere gli “esercizi” che propone alle pattuglie: sono i giochi che proponiamo spesso durante le attività o ai fuochi di bivacco. Gioco di Kim, la Monetina nascosta, Alce Rossa… Spesso proponiamo questi giochi per riempire tempi e spazi, o per divertire i ragazzi… in realtà B.-P. li propone per esercitare lo spirito e le capacità di osservazione, perché queste crescono se esercitate, altrimenti sopiscono. Un po’ come il fisico.

    Anche la notte è preziosa per allenare i sensi, perché quello principale, la vista, è ridotto.
    Vuoi vedere che i giochi notturni servono a questo? E noi che credevamo dovessero principalmente far paura…

    Osservare le persone, i comportamenti, la gestualità, la parlata… un gioco che può diventare anche un modo per diventare sensibili e quindi rispettosi della sensibilità altrui… ma corriamo troppo per i gusti di B.-P.

    Osservare gli altri e quello che accade intorno (lontano o sotto i nostri piedi) è un esercizio che aiuta sicuramente a prendere un pò le distanze da noi stessi e ad aprirci al resto del mondo. Chi cammina a testa bassa rimurginando se stesso rischia di perdere occasioni per ridimensionare o risolvere i propri problemi, ma per far questo è necessaria la testa alta, l’occhio vigile, la pazienza e l’attenzione.

    Come seguire la tracce

    lente

    Credo che la differenza tra osservare gli indizi e seguire la traccia stia nella capacità di cogliere la sequenzialità delle cose. Se osservo un’impronta di lepre sulla neve davanti a me, è facile che ce sia un’altra ancora qualche metro più in là e poi un’altra ancora e a questo punto è facile immaginare in che direzione sta scappando la lepre… sembra scontato, vero? Non lo è.

    B.-P. consiglia nel seguire una traccia di abbandonarla ogni tanto, e di girare largo per poi tornare lì dove ci aspettiamo di incrociarla di nuovo. Perché? Perché il nemico o la preda ogni tanto potrebbe girarsi per paura di essere inseguito e così ci vedrebbe immediatamente. Per seguire una traccia è importante saperle conoscere, riconoscere e capirle. Capire se un animale è zoppo, se la traccia è fresca o di qualche giorno, se ha stazionato, se ha accelerato la corsa… competenza, ci vuole competenza, non solo i sensi in allerta.

    Ecco una altra differenza, la competenza. Non ci si improvvisa scout, anche se dotati di fiuto. Bisogna prepararsi.

    Queste prime due chiacchierate di B.-P. mi ricordano la prima fase del capitolo di branca RS, quella del VEDERE. Il noviziato che viene coinvolto nel momento dell’INCHIESTA, in cui si raccolgono informazioni, dati, (OSSERVAZIONE) ma che devono anche essere classificate, ordinate, selezionate (SEGUIRE LA TRACCIA). Non siamo ancora nel momento della deduzione, stiamo riordinando le carte, stiamo dando un ordine, un verso, una sequenza.

    Quante volte i numerevoli input che i ragazzi ricevono ogni giorni da mille fonti diverse non trovano ordine, priorità, relazioni e contraddizioni tra loro, rimangono lì senza capo né coda.

    Interpretazione delle tracce o “deduzione”

    lupo
    lupo

    Qui basta citare le parole di B.-P.: La deduzione è proprio come leggere un libro. Un ragazzo che non abbia mai imparato a leggere, se vi vedesse con un libro in mano, vi domanderebbe: “Come fai?”. Gli spieghereste allora che tutti quei piccoli segni sono delle lettere e che queste lettere raggruppandosi formano delle parole. Le parole formano delle frasi, e delle frasi danno il significato. E, con la pratica, si arriva a leggere questo significato con una sola occhiata, proprio come in un libro, senza bisogno di perdere tempo a compitare ciascuna parola lettera per lettera.

    Trovare i significati. Ecco il punto.

    Allenare la mente a cogliere significati dalla raccolta di informazioni (tracce). Direi che qui siamo nel campo della logica, ma il confine con il campo valoriale non è distante. Sempre riferendosi al Capitolo di branca RS, siamo nella fase del GIUDICARE, dove entrano in gioco anche i metri con cui misuriamo la realtà e quindi la giudichiamo. Quali valori di fondo? Quali guide nel nostro prendere in mano i problemi?

    Questo gioco dello scauting sfocia naturalmente nel difficile terreno dell’AGIRE

    Il cacciatore dopo aver scorto alcune traccele della preda le ha seguite, ne ha dedotto il comportamento, la stazza, la forza e alla fine la raggiunge catturandola.

    Qui il gioco si fa duro.

     

     E noi capi ?

    Quale esercizio di osservazione svolgiamo sui ragazzi? E quale deduzione/azione?

    Sicuramente osserviamo i comportamenti, gli interventi, la comunicazione anche non verbale dei ragazzi.

    Forse più complicato è seguire la traccia, ovvero di mettere assieme i tasselli, dar loro un ordine, una priorità e poi di dedurre cosa il tutto significhi.

    Credo, per esempio, che sia più facile rimanere colpiti da cosa ci dicono o fanno i ragazzi piuttosto che ricondurci al motivo per cui l’hanno detta quella cosa o compiuto quel gesto.

    pinocchio
    pinocchio

    I ragazzi spesso ci vogliono mandare messaggi che non coincidono con ciò che dicono o fanno. Sta a noi scovare la traccia, isolarla, ritrovarla senza farci vedere, e poi dedurre il messaggio, il bisogno che sta dietro.

    Dobbiamo diventare veramente cacciatori abili e attenti, perché la nostra preda è veloce, sfuggente e si mimetizza ovunque.

    La domanda che dobbiamo porci è sempre: Perché mi ha cercato? Perché ha detto così? Perché si è comportato così?

    Ci vuole:

    – capacità di ascolto

    – calma e pazienza: non cadere nel tranello di offendersi, prendersela

    Quanti esempi ci sono in questo senso? Quante volte come cacciatori abbiamo perso la preda?

  • Scautismo e legalità

    Tempo fa per iniziare una riflessione si prendeva il dizionario e si cercava la definizione di ciò che si voleva approfondire, ora si clicca su google. Allora scrivi legalità e dai invio. Escono dei link, uno di questi parla di Rita Atria, una ragazza che avrà per sempre 17 anni e del giudice Borsellino. La curiosità cresce, approfondisco, clicco, leggo, riclicco..

    Mi commuovo, davvero, lacrime agli occhi.

    Chi era Rita Atria? Figlia di un boss di Partanna, nel Belice, che viene assassinato dalla malavita. La stessa fine tocca la fratello Nicola, diventato anche lui boss grazie allo spaccio di droga. La cognata diventa collaboratrice di giustizia, il fidanzato di Rita la ripudia, per il tradimento della parente. Rita, sola, decide di denunciare la mafia che ha ucciso suo padre e suo fratello, lo fa con Borsellino, il giudice buono, che diventa per lei come un padre. Viene nascosta a Roma, sotto nuova identità.

    paolo borsellino
    Paolo Borsellino

    Nell’estate del 92 Borsellino viene ammazzato, Rita non ce la fa ad andare avanti, si uccide dopo qualche mese, a 17 anni. Al suo funerale non parteciperà nessuno, nemmeno sua madre. Cosa ha lasciato Rita? Un diario, dei pensieri. 

    rita atria
    Rita Atria

    “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.

    Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.

    Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.

    L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

    Ecco, Rita mi ha aiutato a focalizzare il tema di questa sera, di orientare la riflessione sulla Legalità e Scautismo.

    Rimando a dopo il compito di colmare la distanza tra la realtà di Rita e quella dei ragazzi del nostro territorio.

    Io credo che a riflessione possa partire dal settimo articolo della Legge,

    “Lo scout sa obbedire”.

    E’ un articolo scomodo, quando noi capi stessi lo citiamo non possiamo non provare un certo imbarazzo, perché la parola in sé è fuori moda, ci ricorda la realtà militare di Baden Powell, il nostro fondatore, dove la gerarchia e la disciplina obbligano a obbedire ai comandi ricevuti. Noi oggi non accettiamo ordini, al massimo possiamo ascoltare i consigli per gli acquisti, ma non gli ordini. I ragazzi a scuola filmano con il cellulare le bravate contro i prof, alle maestre è vietato mettere in castigo i bimbi… insomma, non è più come una volta. Abbiamo una testa per pensare, per decidere, non occorre obbedire a nessuno. In realtà penso che dietro a quel “sanno obbedire” ci siano significati più profondi.

    Dietro l’obbedienza c’è la LIBERTA’ di scelta, e non c’è scelta se in realtà non si sa più obbedire alla scelta fatta. Obbedire quindi alle regole proprie di ciò che si sceglie. Possiamo chiamarla anche coerenza, o meglio ancora FEDELTA’. Ecco allora che il campo è sgombrato dall’equivoco della declinazioni militare della parola “obbedire”, non si tratta di delegare ad altri il decidere di sé, ma di seguire con fedeltà le strade che si intraprendono con scelte libere. Belle parole. Ma cosa significa per i lupetti, per gli esploratori, per i rover…

    Significa:

    • abituarli a pensare e decidere assieme le regole e gli impegni
    • responsabilizzarli nel rispettare e far rispettare le regole e gli impegni decisi assieme

    Basta pensare alla Promessa Scout, dove promettiamo di rispettare la Legge, pensiamo alla dimensione del gioco dei lupetti, dove il rispetto delle regole è importantissimo, pensiamo alla progressione personale, alle tappe, ai consigli della rupe e della Legge, alla carta di clan, alla partenza. Proponiamo da sempre e fino all’ultimo occasioni di partecipazione alle decisioni della comunità, e anche luoghi di verifica del rispetto delle regole.

    C’è un altro aspetto da sottolineare nell’articolo della Legge, quel “sa” obbedire. Si poteva scrivere “Lo scout obbedisce”, ma è stato scritto “sa obbedire”. Obbedire diventa una virtù, una capacità. Significa anche che può capitare di scegliere di non obbedire, ma allora lo si deve fare a viso aperto.

    “Lo scout è leale”

    Se decido di non obbedire, con lealtà lo faccio senza nascondermi, senza furbizia. Quante volte vediamo e subiamo regole sbagliate, leggi che tradiscono i valori in cui crediamo. Forse allora il disobbedire a viso aperto può diventare testimonianza, denuncia, occasione di riflessione e di cambiamento. L’uomo e la donna della partenza portano con sé la sensibilità politica di chi, oltre a servire chi è in bisogno, cercherà di rimuovere le cause che conducono al bisogno, a volte pagando caro questo impegno. Sto pensando a chi si impegna poi in politica, nel sociale, ma anche ai moltissimi giovani che 25/30 anni fa hanno pagato con il carcere l’obiezione di coscienza al servizio militare, poi diventata una normale possibilità per tutti, per concludersi con l’abolizione del servizio di leva. Hanno saputo disobbedire, a viso aperto, con lealtà, ma hanno disobbedito. E lo scautismo ha fatto la sua parte. Analoga storia per l’obiezione fiscale, contro la spesa per gli armamenti. O prima ancora, durante il fascismo, per la libertà di esprimere il proprio pensiero.

    L’ultimo articolo, il decimo, recita “Gli scout sono puri di pensieri, parole e azioni”.

    E’ l’articolo a cui ho pensato leggendo le parole di Rita dove invita ad un auto-esame di coscienza, per sconfiggere la mafia dentro di noi, prima di combatterla fuori, negli altri. Qui siamo chiamati in primis noi capi, educatori, genitori. Siamo noi che prima degli altri dobbiamo fare una scelta di campo, dobbiamo credere nel rispetto delle regole, rinunciare alle scorciatoie, piantare paletti oltre ai quali decidere di non allontanarsi, costi quel che costi. Coerenza, rettitudine, convinzione nei principi e nei valori della democrazia, della partecipazione, della giustizia, della solidarietà, della legalità. Questo dobbiamo scegliere dentro noi stessi, per noi stessi. Allora le nostre parole, anche se uguali a quelle di prima, diventeranno esortazioni, le nostre azioni diventeranno testimonianze. Altrimenti saranno parole che suoneranno fiacche agli orecchi dei più giovani, prive di solidità e forza. Poco importa se stiamo parlando di una raccomandazione o di un pizzo, di una semplice evasione iva o dell’eco-mafia. Il principio non cambia, è diversa solo la proporzione.

    Ma come aiutare i ragazzi, i bambini, a coltivare i pensieri, le parole e le azioni pure? Ci viene nuovamente in aiuto Rita, quando dice vanno aiutati a scoprire “che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei”. Ecco perché insistere per le attività all’aperto, in mezzo alla natura, dove riscoprire le piccole grandi opere del creato, e stupirsi, meravigliarsi, contemplare. Lo zaino, la fatica, il fuoco, un piatto di pasta, la tenda, il sole, la pioggia, gli scarponi, il vento, la neve, il freddo, il caldo, il gioco, il canto, la danza, una corda, i nodi, una costruzione.. bastano di per sé per tornare a dimensioni dimenticate dal “no problem” che ci propina oggi la tv, e per assaporare gioie vere, non artefatte, non costruite su menzogne, su lati oscuri di noi stessi.

    La distanza tra il sud e il nord

    Siamo un’associazione con forti radici e valori condivisi, malgrado questo in Italia ci sono scautismi diversi. Proporre scoutismo a Palermo, nel quartiere Zen, non è come proporlo a Milano, accanto al Duomo, e non è come proporlo qui dove abitiamo. Quando alle nostre latitudini parliamo di mafia ci riferiamo ad un fenomeno che conosciamo perché ne abbiamo sentito parlare, ma non per esperienza. Quando ne parlano i capi scout del sud, ai campi scuola dove ci conosciamo e incontriamo, avverti che parlano di nomi, di volti, di faccende sotto casa loro. Quando parlano di ragazzi a rischio si riferiscono a figli di mafiosi, di malavitosi, di spacciatori. Quando parlano di cultura della legalità non si riferiscono al viaggio in tram senza biglietto o ai film scaricati da internet, parlano di spaccio, di morti ammazzati.

    Sono realtà distanti dalle nostre, ma ho la netta sensazione che se al sud o nelle grandi metropoli il fenomeno sia evidente, da noi invece sia più strisciante, più subdolo. L’impressione è che da noi ci sia più legalità dovuta alla repressione, alla possibilità di essere scoperti, e non tanto alla convinzione nei principi che la reggono. Non appena troviamo scorciatoie ”sicure”, siamo pronti a percorrerle. E ci giustifichiamo, il governo è ladro, le tasse troppo alte, ne paghiamo già troppe, bisogna sapersi arrangiare, niente al confronto di cosa succede al sud, mi faccio giustizia da solo, è frutto del mio lavoro… abusi edilizi, tasse evase, false dichiarazioni fiscali… fin tanto si può, fin tanto non si viene scoperti. Significa che abbiamo bisogno di educazione alla legalità, perché non è passato culturalmente il senso ma la paura della repressione, che probabilmente in altre regioni italiane è meno sentita.

    Ecco coperta almeno in parte la distanza tra il Belice di Rita e i ragazzi del nostro territorio. Il senso della legalità, il motivo per cui crederci.

    Il sogno e la testimonianza

    Concludendo, Rita nei suoi due pensieri citati porta alla luce due vere esigenze dei ragazzi, in particolare degli adolescenti: il sogno e la testimonianza. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di sognare un mondo diverso, dove i principi e i valori vincano le mediocrità e le bassezze a cui siamo tutti portati. Hanno (ma tutti abbiamo) bisogno di trovare e avere accanto persone che ci rendano evidente che è possibile un altro modo di pensare, testimoni coerenti, nella semplicità, nella concretezza quotidiana, ma solidi, veri, autentici, affidabili.

    Noi adulti offriamo il sogno e la testimonianza?