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Autorevolezza

eroe
eroe

 

FIDUCIA

Al primo posto tra i requisiti metterei la fiducia nell’uomo con particolare riferimento a quel periodo della sua vita nella quale prendono forma quei connotati che diverranno stabili nell’adulto. Ritengo quello della fiducia non solo un requisito basilare (non si può infatti dedicare una parte importante di se stessi e della propria esistenza a qualcosa a cui non si crede) ma anche un requisito oggetto di conquista, in quanto contrapposto alla dilagante e generale sfiducia (nelle Intenzioni e nella volontà dell’uomo, nelle nuove generazioni, nelle istituzioni, nei valori, nella presente cultura, ecc.). Fiducia nell’uomo vuol dire anche, in termini educativi concreti, che la partita non è mai definitivamente persa e che l’inatteso recupero può sempre essere dietro l’angolo.

GIOIA

Considero il capo un uomo o una donna capaci di offrire la gioia agli altri perché uno dei loro compiti primari consiste nel farsi carico della perenne ricerca di felicità che rappresenta la principale motivazione istintiva di ogni uomo. Per questo non so immaginare un capo che non senta la gioia di vivere, l’impegno di trasmetterla agli altri e la volontà di proteggerla dalle insidie di chi è  propenso a rinunciarvi.

TESTIMONIANZA

Il Capo conta per quello che è e non per quello che dice. Ho letto che un testimone è colui che nella vita personale premette, non tanto una legge (in questo caso gli basterebbe essere “osservante”), ma un valore, e per questo dovrà essere in permanente conversione nella ricerca di perfezione. Il testimone può essere “un filtro”, che impoverisce il valore, o un “prisma” che ripropone, in forma personalizzata, la ricchezza dell’ideale.

DECISIONISMO

Per essere effettivo agente di crescita sia personale ma soprattutto comunitaria, il capo deve possedere un altro requisito che è quello di saper prendere delle decisioni. Ho visto molte unità volgere allo sbando, perché il loro capo si è rifiutato (o non era in grado) di prendere rapidamente chiare decisioni autonome.

PERSEVERANZA

Un altro attributo del capo è sicuramente costituito dalla perseveranza. Educare richiede tempo e continuità. Non credo che valga la pena di insistere su questo punto. Ciascuno di noi ha avuto nella sua storia passata una persona che ha influito in modo decisivo sul suo cambiamento nei confronti di se stesso e degli altri. Pensiamo al tempo che è stato necessario a questo nostro educatore per operare su di noi in termini di conversione.

CARISMA O PROFEZIA

Due modelli mi sembrano dominare. Da un lato il capo naturale. Colui che ha una serie importante di doti innate per ottenere ed esercitare l’autorità: attira l’attenzione su di sé, sembra di stare con i ragazzi o con gli uomini anche se in realtà sta sopra di loro, ottiene molto in modo apparentemente spontaneo, è attraente, lungimirante, severo e riconoscente, sa sancire e gratificare, è competente e rigoroso sia con sé che con gli altri. E’ dominante nelle discussioni e nel lavoro di gruppo. Fa riferimento a se stesso per avvalorare le sue affermazioni. Pur con evidenti sfumature o si è con lui o si è contro di lui. Ed essere contro di lui non è una condizione di tutto riposo.
Anche se si potrebbe continuare ad esemplificare, mi sembra che questo identikit del capo carismatico sia sufficientemente eloquente. Se è vero che si tratta di capacità naturali, è certo che tutte o parte si possono acquisire con la pratica ed in un certo clima di formazione. Per ritornare nel sistema scout questo è più o meno stato il tipo di capo che si pensava di costruire quando il movimento si rivolgeva a poche migliaia di ragazzi ed a qualche centinaia di capi. L’intensità delle scelte e dell’impegno sembrava privilegiare la formazione di capi esigenti, estremamente coerenti e volitivi, decisi e disponibili.
L’altro modello è quello del capo-profeta. Tutta la sua forza è nella sua personale scelta di vita, nella coerenza con i suoi valori, nella fedeltà e nell’attenzione agli altri.
E’ un capo che avanza silenziosamente lungo misteriosi itinerari di amore e di fede per dare – quando l’occasione si presenta – testimonianza del percorso compiuto. Non si impone e non impone. Il suo è un continuo e discreto invito a realizzarsi partendo dal principio – espresso dal suo esempio – che tutto nasce da un sofferto ed incessante sforzo di introspezione e di interiorizzazione. Lungo le strade del nostro passato e – forse – del nostro presente abbiamo certamente incontrato uno dei due (o entrambi questi) modelli di capo. Ognuno ha certamente un senso ed un suo significato nell’evolversi della storia dell’uomo. Non intendo dire quello che oggi sarebbe maggiormente desiderabile e lascio al lettore o ai lettori riuniti nell’eventuale Comunità di Capi di esprimere la loro opinione.

IL MARTIRIO DEL CAPO

Non sono pochi i capi che proprio dal servizio educativo attingono le vere gratificazioni della loro esistenza. Nel lavoro non si realizzano, ma negli scout sì. In famiglia non riescono a comunicare, ma in comunità capi sì. Alle feste nessuno li sta ad ascoltare, ma negli scout sì. Nessuno li ammira, ma i loro ragazzi, loro sì che li ammirano. Non avrebbero nessuno a cui confidarsi, ma in clan, in noviziato, in alta squadriglia e talora perfino in reparto è possibile, anzi è giusto giocarsi, condividere le proprie pene e i propri problemi. I ragazzi(ni) ascoltano. Poi ripetono, ne chiacchierano fra di loro. I fatti del capo sono fatti importanti, modestia a parte.
Sempre in sede. Conosce uno per uno tutti i bambini di tutte le unità del gruppo. Sa i fatti privati di tutti i capi di tre o quattro gruppi. Tutti i capi della zona e della regione lo conoscono, perché non manca mai di dire la sua in assemblea. Il capo modello. Sa bene che la società segue valori sbagliati, ed è per questo che il suo posto non è là fuori, ma dentro l’associazione.
E per questo che fuori non ha successo. Perché l’unico successo che conta è quello negli scout. Ci sono i capi che mettono al primo posto gli esami, le vacanze con la famiglia, gli impegni di lavoro. Fortuna che c’è lui, colonna del gruppo. Lui può sempre. Comunque è bonario e non lo fa pesare esplicitamente. Ognuno ha il suo posto, e non puoi pretendere dagli altri quello che pretendi da te.

D’accordo, di capi così non ce ne sono molti. Ma dentro ognuno di noi se ne annida un pezzettino. Ed è meglio tenerlo d’occhio. Ad esempio: il reparto si trova davanti un torrente gonfio di acque e non sa come attraversarlo. Il capo, forte di vecchie esperienze, ha già adocchiato sulla riva il lungo larice seccato da un fulmine.
Basterà dargli una spinta e diventerà un ponte perfetto, compresi i rami spogli per aggrapparsi. Sarà un’avventura che tutti ricorderanno. Il capo ora può ascoltare due voci.

La prima gli dice: «Ecco un’occasione perfetta per costruire il tuo mito. Tu avrai una trovata geniale, i ragazzi crederanno in te. E non lo farai per vanità: lo farai perché più ti ammirano, più la tua azione educativa può essere incisiva». La seconda voce gli dice: «Non conti tu, ma loro. Se lasci che ci arrivino da soli, l’avventura sarà dieci volte più entusiasmante. E soprattutto impareranno a non aspettare che qualcun altro li tragga d’impaccio. Impareranno che se si guardano intorno e che, se useranno la testa, possono superare qualunque ostacolo».

Un capoclan o un maestro dei novizi durante un capitolo in cui non si riesce a fare chiarezza: poche parole da adulto possono chiarire il problema addirittura consegnarlo bell’e risolto nelle mani dei ragazzi. E i ragazzi diranno: Che capo! che persona eccezionale. E in futuro lo ascolteranno anche di più, avranno ancora più fiducia in lui, si affideranno a lui… invece che a se stessi.

Meglio restare in ombra, meglio fingersi meno bravi di quello che si è. Questa spesso è la vera bravura. Fare in modo che i ragazzi sentano di avercela fatta da soli, perché imparino a farcela sempre con le loro forze. Cercare altrove i riconoscimenti di cui abbiamo bisogno.

Viva il capo che qualche volta non può. Viva il capo che è anche qualcos’altro.
Viva il capo che prima di essere capo un uomo o una donna felice.

EROE

E’ vero, B.-P. parla di culto dell’eroe come di una risorsa educativa. Ma il suo discorso va compreso bene. Egli non dice al Capo: «devi sforzarti di divenire l’eroe dei tuoi ragazzi», ma invece: «bada, la posizione che ti dà lo scautismo è tale che, data la psicologia del ragazzo, non potrai non divenirne l’eroe»; e prosegue quindi il discorso in chiave di responsabilizzazione educativa del Capo.

In questo nostro improvvisarci psicologi e sociologi abbiamo spesso dimenticato di considerarci come una variabile molto influente sul gruppo. Insomma ci siamo chiesti: perché Pierino dice le bugie? (lodevole passo avanti rispetto all’etichettarlo bugiardo) quando dovremmo chiederci: perché Pierino dice le bugie a me? Anche se ciò comporterà una osservazione di noi stessi, a volte scomoda, dobbiamo convincerci dell’importanza del capo nel modificare la dinamica del gruppo, includendo sui rapporti che si creano e quindi sullo sviluppo di ogni ragazzo: quello che è una unità dipende in buona misura da chi e da come gioca questo ruolo. Naturalmente ciascun membro di un gruppo ha sugli altri una qualche influenza, ma il capo o i capi sono quelli che hanno di gran lunga la massima influenza (Polansky). Per questo non credo che affermare, come fanno alcuni giovani capi, di essere uguali ai loro ragazzi e di sforzarsi per esserlo sia un modo di risolvere seriamente il problema: non è il negare la pericolosità di un’arma che si ha in mano che serve a renderla più innocua, anzi.

TIPI DI AUTORITA’

Autorità promotrice si ha quando gli interessi di chi comanda e di chi segue sono rivolti in una stessa direzione. Il successo di chi comanda è legato al fatto che egli riesca a far progredire chi lo segue. Il capo usa la propria condizione per aiutare le persone a lui soggette, in modo da ridurre progressivamente la loro inferiorità e renderle libere. Si sviluppano reciproci sentimenti positivi (amore, confidenza, stima, ecc.). L’autorità promotrice è razionale, si fonda sul consenso attivo e ragionato ed è volta ad ottenerlo.

Autorità lassista si ha quando il capo si disinteressa dei seguaci lasciandoli in balia di loro stessi. Se essi necessitano per sviluppare la loro potenzialità dell’aiuto, della guida, del consiglio del capo sono fortemente danneggiati da questa assenza. Purtroppo questo tipo di autorità è spesso confusa con quella promotrice, mentre può provocare blocchi dello sviluppo persino più gravi di quelli prodotti dall’autorità inibente.

Autorità inibente si ha quando il capo utilizza la propria posizione per sfruttare o coercire gli altri. E’ caratterizzata da una netta sfiducia del capo verso i seguaci la cui inferiorità egli vede irrimediabile o, in ogni caso, utile ai propri scopi, e perciò non ha alcun motivo per cercare di ridurla ma anzi tende ad accrescerla; questo tipo di autorità è fortemente alienante ed evolve in senso irrazionale in quanto consente una adesione al capo soltanto emotiva, che cioè non tenga conto dei dati della realtà o addirittura li deformi al fine di evitare la presa di coscienza di essere trattati come persone cronicamente inferiori. In conclusione, la differenza più sostanziale sta nel fatto che l’autorità inibente è costretta per mantenersi a sfruttare nei ragazzi bisogni immaturi (dipendenza da figure paterne, rinuncia all’autonomia, gratificazione per mezzo della identificazione nel capo, ecc.) e quindi favorisce la regressione, mentre l’autorità promotrice potenzia i bisogni più elevati e la maturazione. I tre tipi di autorità si esprimono in atteggiamenti diversi del capo: è chiaro che anche se si tende a distinguere tre tipi di capo (democratico, lassista, autoritario), nella pratica è difficile riscontrare il tipo puro ed in ognuno di noi, a ben guardare, coesistono tutti e tre gli aspetti a seconda della situazione.

AUTORITÀ AUTORITARISMO AUTOREVOLEZZA

Quando si parla di ‘Capi’ nello scautismo si cerca sempre di dare al termine un significato particolare, diverso dalle solite accezioni, per indicare un rapporto tra adulto e ragazzo fondato sulla fiducia reciproca e sulla volontà di aiutare il ragazzo a costruirsi da solo, a diventare se stesso, a realizzare la sua identità unica e irripetibile non come copie di uno stereotipo né di un modello carismatico. Si accenna all’autorità del capo come alla responsabilità dell’adulto verso chi sta cercando la propria strada su delle tracce già segnate, definite come ‘tracce scout’.

È stata la scoperta di Baden-Powell, la sua intuizione educativa che ha iniziato nel mondo del nuovo metodo pedagogico, l’idea di dare al ragazzo proposte concrete, inviti di comportamenti da sperimentare nella vita per coglierne poi il valore teorico. Partire dall’azione per giungere al pensiero, vivere avventure positive e affascinanti per poi scoprirne il valore oggettivo da rendere criterio di scelte nuove, arrivare all’ideale attraverso piccole esperienze concrete, è il sistema scout, è la ricchezza inesauribile di questo particolare modo di vita.

Qual è allora il compito del capo, specialmente nell’ambito del roverismo scoltismo, quando il ragazzo ha già compiuto un percorso che gli ha fatto scoprire alcuni valori decisivi per la sua vita? Si parla di ‘non-direttività’, di apertura alle iniziative personali di ciascuno, di rispetto di ogni scelta come terreno di esplorazione, di accettazione di gesti e atteggiamenti che il ragazzo ritiene opportuni.
Alcune teorie pedagogiche di questi ultimi decenni insistono sul senso di libertà e di responsabilità da rispettare se si vuole far crescere la personalità autentica di ciascuno. In altre parole, si ha paura dell’autoritarismo, della volontà del capo imposta come infallibile e come unico criterio di verità e di bontà, si ha paura del capo come ultimo punto di riferimento come criterio indiscusso per ogni scelta. E in questo senso è una paura sacrosanta, anche perché non si estingue mai in nessuno la voglia di protagonismo, di un potere sulle coscienze che fa sentire importanti e utili per il bene del prossimo.

Anche nello scautismo, il pericolo di autoritarismo sussiste sempre come impegno di un servizio onesto e competente, e non di rado lo si vive come un fatto meritorio.
Ben venga allora il richiamo all’autoeducazione, come scoperta dei valori di ciascuno, come rispetto del segreto delle persone, come attesa del “prodotto finito” passando per il cammino imprevedibile di ciascuno. Ben venga, quindi, la posizione di chi credendo nella ‘vocazione’ di ogni uomo da parte di Dio che crea ciascuno affidando a ciascuno un compito particolare da realizzare con delle doti utili allo scopo, non si intromette con le proprie azioni direttive per lasciare tutto lo spazio alla verità originaria di ciascuno.

Ma questa non direttività non è poi così facile come sembrerebbe, non è solo il “lasciar fare” indiscriminato, pronti se mai a richiamare, a correggere, non è stare alla finestra per vedere come agisce la persona o quasi obbligati ad approvarne qualunque scelta. Un atteggiamento del genere non avrebbe nulla di educativo e potrebbe diventare addirittura una complicità con condotte negative e quindi tradimento del compito stesso del capo.

Per non essere autoritari non è necessario scomparire lasciando campo libero al ragazzo, che comunque non sarebbe mai del tutto ‘autonomo’ bensì condizionato pesantemente dalla mentalità corrente, È vero che nel gruppo dei pari, il ragazzo impara a scoprire se stesso e a confrontarsi, a misurare le proprie forze senza possibilità di nascondimenti né di maschere. Ma è anche vero che il ragazzo ha bisogno di un aiuto per discernere, per leggere in verità i messaggi che ritrova dentro se stesso e nell’ambito in cui vive.

Qui, allora, emerge l’aspetto più importante e più caratteristico del capo: è la sua ‘autorevolezza’, il fascino della sua personalità che vive in prima persona ciò che i ragazzi stessi stanno cercando in modo più o meno cosciente. Il capo diventa il personaggio che ha già conquistato quel modo di vivere tante volte presentato in schemi teorici, colui che pur nei limiti e negli insuccessi quotidiani, gode di essere ‘scout’, di realizzare gli ideali sognati e perseguiti giorno per giorno.

Anche se manca il comando preciso o il divieto perentorio, se non c’è più il peso del precetto da osservare meticolosamente, c’è -ed è più intenso- il richiamo di una esperienza realizzata, il fascino di una personalità serena e libera che segue con gioia la linea tante volte sognata e cantata nei bivacchi e nelle cerimonie sempre così suggestive. È questo il compito del capo, non un autoritarismo che si impone, né una presenza passiva e silente, e nemmeno una dipendenza dai ragazzi stessi, quasi a rimorchio delle loro scelte nella illusione di rispettare la loro personalità: ma la gioia di vivere l’ideale scout nella propria realtà di adulto, di avere dato un volto preciso alla propria vita aperta al servizio in tutte le direzioni, di costruire già quel mondo un po’ migliore di come è stato trovato” che è il perenne criterio della propria condotta. Così il capo svolge un compito immancabile nel cammino del rover e della scolta, un compito che scende nell’intimo della persona perché si tratta non di comandi né di imposizioni cervellotiche, ma di scelte e atteggiamenti vissuti in prima persona. Il capo vive la sua scelta scout come orientamento integrale della propria vita, come caratterizzazione della propria persona: quando è insieme ai suoi rover e scolte, nei capitoli, nelle riunioni, nelle routes, il suo ‘stile’ – cioè tutto il suo modo di fare, di parlare, di gestire, il suo rapporto con gli altri e con le cose- attua l’ideale scout, rende viva quella ‘legge’ che è diventata abitudine ed espressione di sé.

È così che l’obbedienza non è un’adesione acritica o una sottomissione forzata, quanto il gusto di appropriarsi di quelle caratteristiche particolari presenti nel capo e da lui godute come elementi fondamentali del vivere.