con il fazzolettone in evidenza

Quasi solo

quasi solo
quasi solo

Suggestioni semplici e spontanee sulla grande domanda:
io e Dio oppure noi e Dio?

Il titolo del pezzo potrebbe già rappresentare la sintesi di quello che vorrei dire e dirò, ma mi rendo conto di non potermela cavare così.

Non sono un esperto di fede, né penso di averne in abbondanza, tuttavia scrivo queste righe perché Silvia me l’ha chiesto perentoriamente e perché il tema mi ha offerto qualche suggestione che vorrei condividere.

La grande domanda (semplificata) è se la fede sia una questione personale e intima e quanto invece vada collocata in una dimensione comunitaria. Da scout non potremmo che dire “questo e quello”, magari un po’ più quello di questo, se non altro perché nelle nostre attività i momenti di deserto sono di solito meno frequenti delle Messe, veglie, preghiere e celebrazioni.. noi scout siamo pragmatici, contiamo le esperienze e traiamo le conclusioni.

Cercando però di andare un po’ più in là, e per dare dei contorni alla questione, ho pensato agli estremi dell’esperienza umana, la nascita e la morte, e ho cercato di rispondere alla grande domanda percorrendo ciò che sta in mezzo alle due fasi della vita. Tranquilli, ci impiegherò poco.

Veniamo al mondo e ci battezzano dopo pochi mesi, manco sappiamo distinguere alla festa gli amici dai parenti ma già c’è chi si preoccupa della nostra fede, ci inizia al credo. E la comunità parrocchiale ci accoglie con un grande abbraccio.

Si prosegue, con il catechismo, la Comunione, la Cresima, tutto prima dell’adolescenza, per carità, chissà poi cosa può accadere. Genitori, catechisti, preti, suore, capi scout… siamo circondati da persone che ci guidano e ci aiutano a credere, a fidarci di Dio. E poi siamo sempre in gruppo, assieme ai nostri compagni, agli amici, in comunità. Gruppi giovanili, servizio scout, AC, incontri vocazionali, campi scuola, corsi per fidanzati, corsi di preparazione al matrimonio.. Ci si sposa! Quanti siamo in chiesa! Che canti, che calore, che abbraccio. Dio è in mezzo a noi.

Il lavoro, che c’è e non c’è, la casa, il mutuo. Progettiamo, è il nostro forte. Facciamo un figlio. Arriva o non arriva? Arriva, eccolo. Lo battezziamo, e via così.

Ma già c’è meno gente in giro. Già avvertiamo che quando diciamo “comunità” suona diverso da un tempo, quella della nostra famiglia è concreta, reale, l’altra, quella fuori, risuona lontana. Ci è utile ma non ci è più indispensabile, e noi non lo siamo più per lei. La cerchiamo quando siamo in difficoltà, spesso ci delude, a volte ci intenerisce. Che nostalgia di quei tempi…

Più che una fase mi sembra una tendenza, quella che ci porta con l’età a relativizzare e disincantare la “comunità”, quella concepita e maturata da ragazzi, e a dare sempre più valore alla dimensione personale, nolenti o volenti perché più che scelta sa di evoluzione naturale, tensione fisiologica, confermata anche da ciò che accade alla fine della nostra esperienza umana, quando si muore e lo si fa da soli, non in compagnia di altri.

Ma la fede? La fede a mio parere segue (o guida) questo percorso. All’inizio Dio è festa, è gioia, è noi assieme agli altri, è padre di noi figli piccoli. Abbiamo bisogno di essere accompagnati, presi per mano, introdotti da testimoni, guide, persone. Poi iniziamo a muovere i primi passi, Dio ci lascia la mano e ci guarda da dietro l’angolo, pronto ad intervenire ma anche ad attendere i nostri silenzi, le nostre lontananze. E qui anche il compito della comunità cambia. Ci si confronta, si discute, ma da pari. Abbiamo le nostre idee e il nostro modo di essere cristiani, e non ho detto cattolici perché accade di prendersi qualche libertà e distanza da chi, in qualche modo, indica come dovrebbe essere la nostra fede.

Insomma, la festa non dura tutta la vita, come l’infanzia. E la comunità si trasforma da “valore” a “strumento”, e cambia molto. Mi domando se arriveremo a concepire anche quella della nostra famiglia una comunità “strumento” nelle mani di Dio e non un valore assoluto della nostra vita… Riusciremo a riconoscere questa prerogativa a Dio? “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.” Lc 14, 25-33. All’inizio dicevo che la mia fede non è abbondante, e lo dicevo anche per questo difficile passaggio che dovrò e dovremo fare.

Ma in fondo quello che sto scrivendo è aria fritta, e la padella in cui continua a friggere da cento anni è l’esperienza scout. Scoperta, competenza, responsabilità e poi ancora scoperta, competenza e responsabilità. Questa spirale che vista dall’alto è un cerchio perfetto ma vista di lato si estende all’infinito rappresenta dunque la nostra esperienza umana, o meglio, quella di noi uomini credenti.

La dimensione comunitaria, da quella familiare a quella scout, da quella parrocchiale a quella civile, è il luogo dove viviamo la scoperta di Dio e affiniamo le nostre competenze/esperienze, e con queste “tappe” appiccicate alla camicia approdiamo alla responsabilità personale di ognuno di noi, dove il compito è cercare Dio, di trovarlo nel significato delle cose e della vita, di appropriarsi di Dio/senso di ogni cosa, spogliando la nostra esperienza di fede dagli orpelli infantili, dagli addobbi tradizionali, storici e consunti, dal “di più che non serve” che caratterizza anche alcune nostre attività di catechesi, anche le nostre preghiere, e non faccio altri esempi così ognuno potrà pensare ai propri. Per arrivare a Lui, senza distinguerlo da noi stessi. Ma questa fatica non potremo delegarla alla comunità, è roba nostra, e nel realizzarla saremo quasi soli.

Dio, credo, ci chiederà se in questa ricerca ci siamo tirati su le maniche della camicia. Avvolte all’interno, si intende.